Moira Ricci – Lettera dettaglio, stampa a colori su carta fotografica, 28x16cm, 2012 – Courtesy: artista e Galleria La Veronica

 

Moira Ricci – Dettaglio, stampa a colori su carta fotografica, 14×10, 5cm, 2012 – Courtesy: artista e Galleria La Veronica

 

Stasera inaugura la mostra ‘Per sempre con te fino alla morte’ di Moira Ricci da  LAVERONICA ARTE CONTEMPORANEA, Modica

ATP: A cosa si riferisce il tema della tua mostra ‘Per sempre con te fino alla morte’?    

Moira Ricci: Il titolo Per sempre con te fino alla morte’ è tratto da una lettera che mio padre scrisse a mia madre nel 1970 quando erano appena fidanzati. La frase gira intorno ad un disegno con teschio e tibie incrociate alla fine della lettera. Questa immagine è diventata il simbolo della mostra incentrata sul comportamento amoroso.

ATP: La tematica amorosa è preponderante, se non sostanziale, nelle opere. Come hai vissuto la rilettura della storia d’amore tra i tuoi genitori?  

MR: La mostra si divide in tre parti. La prima si concentra sul periodo in cui i miei si sono conosciuti e piaciuti e prende forma attraverso una selezione di dettagli di fotografie e di lettere che si sono scambiati. La seconda, invece, è sulla solitudine di mio padre vedovo ed è costituita da un video in cui ho montato varie riprese mentre suona e canta canzoni d’amore; accanto alla proiezione video c’è una riproduzione di un oggetto che mio padre tiene vicino al letto: uno specchio raffigurante una donna nuda il cui viso è sostituito da un disegno fatto da mio padre che ritrae l’amata perduta. L’ultima parte è un’altra proiezione  con riprese che ho fatto in alcune balere dove mio padre nei fine settimana va a ballare. Chiaramente in tutta la mostra do una mia interpretazione alla storia d’amore dei miei genitori e alla situazione attuale. Ho dato rilievo ad un aspetto molto presente nella mia famiglia: la musica e il ballo. Inoltre, come figlia, mi è venuto naturale accentuare il lato romantico della loro storia e pensare che mio padre non dimentichi mai il primo amore.  

ATP: La mostra può essere concepita come una dedica all’amore?

MR:  Certamente. Attraverso l’esempio dei miei genitori cerco in qualche modo di capire i comportamenti amorosi e come si sono evoluti fino ai nostri giorni. In effetti è una dedica ad un tipo di amore che non trovo più ai miei tempi.

ATP: Parlare e raccontare di sè non è facile, soprattutto su tematica famigliari. Chi giudica la mostra, può correre il rischio di calpestare sentimenti ed emozioni autentiche. Non hai timore di correre questo rischio?  

MR: Poiché il mio lavoro prevalentemente trae spunto dalle mie esperienze personali, nel tempo ho constatato come questa modalità possa essere facilmente mal giudicata. Il rischio lo corro sempre ma è inevitabile visto che mi viene naturale lavorare in questo modo. 

Moira Ricci, Still da video, Senza titolo, video hd, 2012 – Courtesy: artista e Galleria La Veronica

EDUCAZIONE AFFETTIVA di Manuela Pacella

Ciò che scoprivo, era non soltanto una storia d’amore, non soltanto la nascita d’una coppia che visse insieme per più di cinquant’anni, ma una sorta di cosmogonia, di storia primigenia, di specchio dove ognuno vorrebbe riconoscersi: il desiderio di essere nato dall’amore.

Lydia Flem, Lettere d’amore in eredità, Archinto, Milano 2008

Si desidera essere nati in un caldo nido d’amore; l’immagine, seppur mai davvero resa esplicita, per codardìa con il sé e per giusta coscienza della realtà, accompagna ugualmente la visione infantile dell’unione dei genitori. Si cerca una prova tangibile; si urla al mondo di essere nato con e per amore.

Il primo esempio genitoriale e l’educazione affettiva che passa per gesti e abitudini, va a definire i contorni del nostro comportamento amoroso. Gli spasmi, le angosce, gli entusiasmi, le sofferenze così spesso acute del primo innamoramento saranno risvegliati, inoltre, in ogni infatuazione successiva, come fantasmi del passato, ravvivati dalla fiamma del presente.   Ma l’innamoramento dovrebbe essere semplicemente la scintilla scatenante. L’amore è un’altra cosa, l’amore allora è forse proprio quello che si è intravisto da bambini negli strani rapporti degli adulti. L’amore si costruisce negli anni; l’amore per sé, per l’altro, per ogni cosa. E se proprio questo tipo di amore ci fosse stato tolto? Oppure siamo noi che non lo vogliamo accettare? Spaventati come siamo dalle sabbie mobili dell’abitudine, da quell’ordinario che fa paura, da quella ‘sicurezza sentimentale’ che in molti coetanei o sulla nostra pelle abbiamo visto trasformarsi in negazione totale del sé, in abnegazione, in dipendenza, in semplice paura di rimanere soli, non tanto per la condizione di solitudine quanto di questa in un mondo consumistico in cui sembra difficile anche solo concepire una spesa per single.

E allora, qui, è intervenuto certamente un cambiamento generazionale. Stiamo davvero facendo i conti con le conquiste che l’individuo ha fatto dagli anni Sessanta del secolo scorso, unite anche a tutto il resto, a tutto ciò che è accaduto dopo, che è quasi innominabile. E allora non sarà che abbiamo quasi troppo tempo per pensarci? Non sarà che i nostri genitori, che certe infatuazioni adolescenziali non se le sono potute concedere, in fondo in fondo, abbiano vissuto meglio i loro sentimenti? Magari in maniera più serena, più lineare.

Eppure, nel 1977, usciva, per le Éditions du Seuil, Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes dove il semiologo suddivide il discorso amoroso in 80 voci e le ordina alfabeticamente. E le sue ‘figure amorose’ sono senza tempo; tra queste: Abbraccio; Angoscia; Appagamento; Attesa; Contatti; Demoni; Dipendenza; Esilio; Induzione; Languore; Mutismo; Nubi; Oggetti; Pazzo; Perché; Piangere; Rapimento; Ricordo; Risveglio; Segni; Sistemati; Tenerezza; Unione; Vagare; Verità; Vie d’uscita.

L’irrealtà – o la de-realtà secondo Barthes – di una certa condizione l’abbiamo vissuta tutti ed è legittimo agognarla ed averne paura allo stesso tempo. E dell’amore, delle passioni, della vita, della morte l’arte si è sempre nutrita. L’arte come canto e catarsi, l’arte come luce, come proiezione di sé nel mondo, come rituale liberatorio e conoscitivo.

Sono le nostre passioni ad abbozzare i nostri libri, mentre la calma fra l’una e l’altra li scrive. *

Moira Ricci – classe 1977 – ha il coraggio di rubare il titolo della sua mostra personale – Per sempre con te fino alla morte – da una lettera che il padre scrisse nel 1970 all’allora fidanzata. Questa promessa diviene però lugubre nel momento in cui circonda – come fosse un timbro – un teschio con le tibie incrociate, in calce alla dichiarazione amorosa. La madre di Ricci muore tragicamente nel 2004, spezzando quell’unione, lacerando la famiglia.

E allora l’artista apre il proprio album di ricordi, cerca di parlare alla madre nella nota serie fotografica 20.12.53-10.08.04.

Cosa sta accadendo ora? Perché parlare dell’amore di quei due giovani negli anni Settanta? Certamente fa parte di un’elaborazione di un lutto ma nasce dall’esigenza di illuminare un argomento, caro a Ricci, alla sua generazione, perché germe di tanti attuali comportamenti, personali e sociali.

La mostra inaugura una serie che Ricci ha intenzione di dedicare alla tematica e lo fa partendo dal proprio modello familiare, cercando di ricostruire quell’amore che lei non ha vissuto e lo fa nella maniera più dolorosa, come Alina Marazzi con l’armadio pieno dei film amatoriali di famiglia del nonno, come Lydia Flem con le lettere dei genitori ritrovate dopo la loro morte.  Ricci legge le lettere dei due innamorati, guarda le loro fotografie dell’epoca; poi taglia, ingrandisce, abbina la scrittura alla fotografia dando senso al non vissuto o donando un altro ‘suo’ senso alla storia. In questa prima sezione si parla di corteggiamento, di impossibilità di vedersi prima del fidanzamento, di promesse d’amore, di passioni comuni che sono il complesso musicale di lui chiamato I Disperati e la passione per il ballo di lei; si sono infatti conosciuti in una balera.

Dopo questo primo passo dentro una storia  in cui l’artista ha postprodotto (per dirla alla Nicolas Bourriaud) dei materiali già esistenti, si passa al dopo, a ciò che è accaduto a seguito della separazione forzata.

Da qui in avanti Ricci accende i riflettori sul padre, lo osserva nella sua solitudine domestica e vi proietta la sua visione del vedovo, continuamente con il pensiero verso l’amata perduta. Non è una constatazione solo di Ricci, visto che in mostra vi è la riproduzione in scala reale di un feticcio che il padre ha in camera da letto e che l’artista non impropriamente definisce totem: su di uno specchio vi è il collage composto dal disegno a matita realizzato dal padre del volto dell’amata, a sua volta sopra una serigrafia in bianco e nero di una donna nuda.

Suddivisa in tanti piccoli dèi familiari, Albertine abitò a lungo nella fiamma della candela, nella maniglia della porta, nello schienale d’una sedia e in altri domini più immateriali.

All’oggetto-feticcio è associato un video, a doppia finestra, in cui l’uomo suona e canta diverse melodie d’amore, a casa, da solo. L’artista ha registrato moltissime di queste ‘sedute’, ha scelto alcune parti di 14 brani, le ha montate. Il video, della durata di circa 17 minuti, può esser visto tutto o in parte, dall’inizio o dal mezzo, non importa. Ciò che rimane è quell’incredibile senso di nostalgia che trasmette e se si legge il testo che scorre sotto il canto si rimane disarmati dalla semplicità di alcune frasi, tratte da canzoni famose, rese atemporali, tra cui: mi sono illuso di dimenticare e invece sono qui a ricordare, a ricordare te; Dove sei? Dove sei? Dove sei? Dove sei? Dove sei?; sei nel cielo sbagliato; io lo so, lo so che tu non tornerai; con te che porti via, con te la vita mia. Un’ode all’assenza. Una proiezione della figlia verso il padre, della figlia che non vuole che il padre dimentichi.

Il tempo scorre. Bisogna agire.

 La volontà soccorre con l’azione, mentre l’intelligenza e la sensibilità divagano.

Perché “ricordare” un essere è, in realtà, dimenticarlo.

Ricci, quindi, chiude la mostra con un video girato in una delle tante balere dove ha accompagnato il padre e lo ha osservato, insieme ad altri uomini e donne – prevalentemente vedovi e divorziati – comportarsi come se vivesse una seconda adolescenza (o forse la prima, visto che loro certi lussi non se li sono potuti permettere).

L’uomo balla, felice, con altre donne, in un luogo dove inevitabilmente mille Loriana – questo il nome di sua moglie – sembra ogni volta vedere stordito dalla de-realtà barthesiana.

* Le citazioni in corsivo, separate dal testo, sono tratte da diversi libri di À la recherche du temps perdu di Marcel Proust.