Veduta dell’installazione in HangarBicocca,   2014 Installation view at HangarBicocca,   2014 Foto/Photo Agostino Osio Courtesy  Fondazione HangarBicocca,   Milan

Veduta dell’installazione in HangarBicocca, 2014 Installation view at HangarBicocca, 2014 Foto/Photo Agostino Osio Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan

Inaugura oggi 31 gennaio 2014 all’ HangarBicocca la personale di Micol Assaël, ILIOKATAKINIOMUMASTILOPSARODIMAKOPIOTITA a cura di Andrea Lissoni. Presentata come una mostra “in cui il pubblico entrerà in contato con installazioni capaci di sfidare la comune percezione sensoriale’, ILIOKATAKINIOMUMASTILOPSARODIMAKOPIOTITA raccoglie alcuni lavori centrali nel percorso dell’artista realizzati tra il 2003 e il 2009. Lo spazio espositivo di Pirelli HangarBicocca viene trasformato, secondo le parole della stessa artista, in “una sorta di sala macchine pulsante di una nave, oppure in uno studio ideale”. (fino al 4 maggio 2014)

Appunti di una conversazione informale con il curatore Andrea Lissoni.

ATP: Partiamo dal titolo impronunciabile, che significa?

Andrea Lissoni: Micol definisce questo titolo uno scioglilingua e suggerisce al visitatore di raccoglierne l’aspetto sia sonoro che quello visivo, senza però indicare una chiave di lettura prestabilita. Rispetto ai progetti che ha fatto in passato, questo è proprio il titolo di una mostra e non di un’opera. Spesso i titoli delle sue opere sono associati ai luoghi in cui aveva visto qualcosa o dove le era successo qualcosa, che fosse un vulcano, un luogo che aveva visitato o una frequenza di suono – penso a 432 Hz – ma in questo caso è un titolo di una mostra. Ciò che le interessa, come di consueto, è l’inaspettato e il possibile, piuttosto che il definito e il certo. Nel farti dire questa parola impossibile non ti crea nessuna aspettativa rispetto a quello che troverai  all’interno della mostra. Questa è il sistema tipico di Micol: non costruire un’aspettativa ma di lasciare tutto alla percezione e alle sue possibilità intrinseche.

ATP: L’imprevedibilità sarà anche ciò che ci guida nella fruizione del suo nuovo lavoro che presenta all’HangarBicocca?

A.L.: Sicuramente. Bisogna specificare due livelli di realtà per quanto riguarda il suo lavoro. Un livello è rivolto al pubblico più esteso, l’altro invece, al mondo più ristretto, quello che conosce già il suo lavoro e ha più informazioni per comprenderne le opere. Il pubblico dell’HangarBicocca è quello più ‘esteso’, che coinvolge anche persone non provenienti dal mondo dell’arte e che probabilmente, non hanno mai sentito nominare il nome di Micol. Bisogna anche specificare che un aspetto importante di questa mostra è che le cinque opere presenti – che coprono oltre 10 anni di lavoro – non sono mai state presentate insieme. Un altro aspetto importante è che sono tutte opere caratterizzate come ambienti chiusi che dialogano assieme.

Dall’entrata il percorso inizia sulla sinistra con l’opera ‘Vorkuta’: una cella frigorifera elettrizzata mantenuta a -30°C con un quadro elettrico e una sedia regolata da un termostato interno alla temperatura di +37°C come  la temperatura corporea. Poi, sulla destra, abbiamo l’opera Mindfall– presentata nel 2004 a Manifesta come uno strano luogo di lavoro – ma ora strutturata come un container di recupero con una sedia e dei tavoli, su cui sono disposti 21 motori elettrici. Al centro dello spazio abbiamo ‘432 Hz’, che è invece l’opera composta da una serie di telai che contengono un disegno in cera retroilluminato e una traccia audio che riproduce il ronzio delle api nell’alveare. La frequenza scelta come titolo dell’opera, 432Hz, corrisponde alla vibrazione emessa dalle api in lavorazione ed è strettamente connessa ai suoni della natura.   Sulla destra, nel fondo dello Shed, c’è ‘Senza Titolo’, l’opera con cui Micol si è presentata al più vasto mondo dell’arte, che è l’opera della Biennale del 2003, ospitata nella Zona curata da Massimiliano Gioni. Sulla sinistra in fondo si trova l’opera nuova, Sub, che presenta per la prima volta all’Hangar.

ATP: Si ha la sensazione che il pubblico venga coinvolto in tuti i sensi, olfattivi, uditivi, visivi.. Come verremo coinvolti? Come si caratterizza l’allestimento?

A.L.: Penso che ogni visitatore sarà coinvolto diversamente a seconda delle informazioni che ha, sia rispetto al lavoro di Micol, sia rispetto al luogo. Per quanto riguarda l’allestimento, ciò che caratterizza la nuova mostra all’interno dello Shed, è di avere la sensazione di non essere in uno spazio dove sono presentate le singole opere, che stimolano determinati sensi o che possono liberare certe associazioni mentali, ma un unico ambiente unito dall’elemento sonoro – c’è insieme di suoni di natura anche molto diversa tra loro– all’interno del quale si entrerà in mondi completamente diversi. Alcune dimensioni sono di carattere puramente uditivo, altre fisiche – nel senso più totale del termine, penso a ‘Senza Titolo’ dove il coinvolgimento corporale sarà molto intenso data l’intensità di aria che viene mossa dentro all’ambiente -, e visive, penso alle scintille che si vedranno sul pavimento in un ambiente quasi buio. In certe opere, quindi, è inevitabile il coinvolgimento totalizzante, ma allo stesso tempo,  chi quelle opere le ha già viste, resterà sicuramente sorpreso nel vedere come sono fortemente mutate.

Abbiamo pensato di limitare la visione dei vari ambienti ad un certo numero limitato di persone – una media di 50 persone al massimo – per impedire di fruire la mostra come fosse un insieme di singole sculture, ma consentire una sorta di ‘navigazione’ all’interno di un mondo. Ogni mondo è una stimolazione psico-sensoriale diversa e ognuna porterà in un ‘luogo’ diverso nella ricerca  di Micol. Sia un luogo della mente che della realtà.

ATP: E’ nota la difficoltà di documentare l’opera di Assaël. Cosa pensi a proposito?

A.L.: Il fatto che la sua opera non sia documentabile, rende il suo lavoro in mostra ancora più importante. Se guardiamo le immagini che mostrano le sue opere, sono spesso sgranate, parziali e non esaustive. La non documentabilità del suo lavoro è una condizione radicale da molti punti di vista. La radicalità sta, da una parte, perché ci sono delle opere che non si completano mai, iniziano magari nel 2001 e proseguono fino al 2014; continuano ad essere assemblate, modificate; sono in continua permutazione e quindi si pongono come in resistenza alle logiche del mercato. Lei continua, invece a mettere mano sui lavori. Altrettanto fa anche con le immagini che documentano il suo lavoro. Lei fa il possibile perché le sue opere siano solo percepibili dal vivo e non documentabili. Qualsiasi forma di documentazione è fallimentare perché è totalmente parziale, è solo un dettaglio di ciò che invece è la totalità dell’opera.

ATP: L’artista ha detto che lo spazio dell’Hangar è trasformato in “una sorta di sala macchine pulsante di una nave, oppure in uno studio ideale”. Tu, invece come lo descriveresti?

A.L.: Quello che lei descrive è quello che lei ha visto. Quando le abbiamo chiesto, oltre un anno fa, di pensare ad una mostra per questo spazio, lo Shed – che è dedicato agli artisti ‘giovani’ -, lo ha guadato ‘tutto’, nel senso letterale. Lo ha guardato da cima a fondo come se avesse un occhio ‘indagatore’, e si è accorta che lo spazio era totalmente metallico, di fatto il più industriale dell’Hangar. Si sente fortemente la presenta del ferro, in questo senso ha percepito lo spazio come se fosse una sala macchina, e ha capito che se avesse introdotto le sue opere – che sono elementi chiusi, come se fossero delle enormi celle – queste avrebbero abitato lo spazio come in una grande sala macchina. E’ interessante il fatto che abbia descritto così lo spazio, anziché dire una centrale elettrica in disuso; sala macchina ti da l’idea di qualcosa in funzione, che è in constante attività.

Penso che lo consideri uno ‘studio ideale’ perché lo ha sentito come un luogo elettromeccanico in continuo movimento… uno spazio in cui lei ha continuato a cambiare, spostare, ripensare le opere fino all’ultimo. Da quando abbiamo iniziato installare, è passato meticolosamente da un lavoro all’altro per capire come meglio disporre le opere, ma anche lavorare sulla percezione, sulla luce generale, sulle luce interna, sull’aria che si respira .. e quindi, per questi aspetti direi che è una mostra site specific: un intero ambiente specifico che trasforma lo spazio.

ATP: C’è un progetto a lungo termine che sottende le mostre che hai curato per l’HangarBicocca, anche in relazione alla mostra di Micol Assaël?

A.L.: Sì, c’è una logica di continuità alla base delle vare proposte presentate all’HangarBicocca. E’ quella di creare ambienti accoglienti – che non vuol dire dolci  – che definirei ‘domestici’. Entri in uno luogo e hai la sensazione di essere dentro ad uno spazio interamente ‘pregno’ dell’opera. In cui si produce la sensazione di domesticità… Questa è la parola più semplice per descrivere la sensazione che, a mio parere, sta alla base delle proposte dell’Hangar. Qualcosa che si riconosce ma che ti strania. In questo senso l’opera di Micol è veramente erede di tutto quello che è successo nello Shed negli ultimi anni. Tanto Primitive di Apichatpong Weerasethakul era un villaggio, quanto l’opera di Mike Kelley, A Domestic Scene, era un appartamento, e quella di  Ragnar Kjartansson con The Visitors era una casa, tanto la mostra di Micol è un unico ambiente all’interno del quale ci sono una serie di modi diversi di ‘abitare’ e  di rappresentarsi. Di vivere all’interno di ambienti che ti rappresentano. 

Il lavoro curatoriale che ho compiuto è stato quello di lavorare insieme all’artista per scegliere delle opere che non siano solo ‘espositivi’ o che ti facciano riconoscere qualcosa, ma che siano immersive, che ti facciano entrare in una diversa dimensione. Basti pensare alle mostre passate di Micol, dove era evidente un conflitto tra ciò che si vede presentato e qualcosa che invece si vive nello spazio. Penso alla sua mostra a Basilea o a quella a Museion.

ATP: Si sottolinea spesso la parte collaborativa del lavoro di Micol. Che opinione hai di questo aspetto del suo lavoro? Spesso un artista ha la necessità di collaborare perché altrimenti non potrebbe gestire determinati temi o aspetti tecnici del lavoro. Dunque mi sembra che non emerga nel suo lavoro tanto l’aspetto relazionale o della condivisione, bensì della necessità di collaborare.

A.L.: La sua pratica collaborativa si sviluppa da relazioni sincere e non diventa qualcos’altro. Le relazioni non sono pretestuose ma motivate da necessità. Le opere sono obiettivamente realizzate a partire – e questo è  un altro aspetto interessante del suo lavoro – da continue consultazioni di persone esperte in determinati campi scientifici, tecnici, teorici…  Micol è molto duchampiana, nel senso che si pone umanamente il problema teorico di capire che cosa accade nel passaggio tra l’idea e l’opera. Come un’idea, una forma di percezione, una forma di sensazione prende l’aspetto di un’opera. E’ evidente che lei lavora a partire da un’idea. Duchampiana perché le interessa l’aspetto della dimensione spaziale, delle pluridimensioni che circondano l’opera, dell’aria, delle atmosfere, della percezione del corpo nello spazio… le interessa indagare come rappresentare il ‘proprio spazio’ in modo alterato. Per fare questo passaggio, inevitabilmente lavora in un confronto strettissimo con esperti che sono persone effettivamente funzionali. Dei sperimentatori ‘utili’ alla realizzazione di quell’idea. E’ molto sincera perché non rivendica queste relazioni, non ne fa una pratica .. non sfrutta questi rapporti per far ostentare la sua pratica artistica come relazionale. Ma lavora in stretto contatto con ingegneri, musicisti, esperti in particolari settori e sono sempre accreditati e non sono la parte nascosta del suo lavoro, anzi sono parte fondamentale della sua ricerca.

ATP: Mi racconti la gestazione del lavoro che presenta per la prima volta all’HangarBicocca?

A.L.: Sarà una grande sorpresa. Sia 432 Hz – che non credo molte persone abbiamo visto a Napoli nella mostra sul Barock – sia l’opera nuova, sono presentati in modo radicale e stupiranno.  L’ultimo lavoro può essere raccontato come un ambiente, una struttura e sarà piuttosto sorprendente per coloro che conoscono il lavoro di Micol. E’ un ambiente che ha un aspetto architettonico modernista e che è costruito su vetro e ferro. E’ estremamente interessante che i materiale di cui è composto questo ambiente siano ancora di matrice industriale. Quest’opera ha una risonanza significativa con l’opera 432 Hz sia perché è fatto sulle proporzioni ideali di un’arnia.  L’arnia, sottolineo, è una forma da cui hanno trovato ispirazione molti architetti modernisti (Le Corbusier su tutti). Un altro punto importante da sottolineare è che l’opera è caratterizzata da un tipo di fenomeno elettrostatico che si manifesta al suo interno (e da molti anni che Micol sta approfondendo questo tipo di sperimentazioni). Per quest’opera l’artista ha lavorato con l’ingegnere Francesco Barcella, ed è riuscita a creare un meccanismo funzionante che mantiene ‘viva l’opera’.

Secondo la mia impressione, è più importante dire, al di la dell’effetto di ciò che accade e al di là del meccanismo, che l’opera è il risultato della trasformazione radicale del display di un’opera precedente: Inner Disorder.  L’installazione infatti è un ambiente realizzato attraverso l’assemblaggio di alcuni espositori in vetro e alluminio progettati dall’artista e utilizzati per mostrare i disegni della serie Inner Disorder (1999-2001), in occasione della mostra itinerante Fomuška (2009).

E’ un progetto nato molto tempo fa ed è stata presentato l’ultima volta a Basilea e a Bolzano. L’opera è stata presentata come fossero delle vetrine molto preziose e imponenti di vetro di diverse dimensioni, sorrette da gambe da alluminio, che contenevano una serie di disegni (da notare lo strano contrasto tra la leggerezza dei disegni e la preziosità del display) ritroverà il precedente lavoro … ricombinato in quest’opera nuova. C’è un nesso tra le due opere, frutto di un intervento importante e radicale: si parte da Inner Disorder (opera di quindici anni fa) dal display essenziale e che poi diventa all’HangarBicocca un’altra opera.  Il pubblico, osservando dall’esterno o entrando all’interno della struttura, assisterà al fenomeno della nascita di cariche elettrostatiche prodotte da un “generatore Kelvin”, un dispositivo che utilizza gocce d’acqua in caduta per generare differenze di tensione per induzione elettrostatica che si verificano tra i sistemi interconnessi di carica opposta.

ATP: Possiamo pensare quest’opera come lo sviluppo e la trasformazione di un’opera precedente?

A.L.: Sì, questo è una costante nel lavoro di Micol. Le opere non restano fisse. Per me è incredibile e meraviglioso questo aspetto della sua ricerca: non chiude mai un lavoro, nel senso che ‘chiude’ un’opera per una mostra da esporre, ma continua a tornarci come se fosse un’ ‘ossessione’ (oserei dire): ritorna, scompone, riprende, riparte… riutilizza parti di un opera, stabilizza, rilancia… trasforma un’opera in un’altra. Questo processo o modo di lavorare, è a mio parere unico. Non conosco altri artisti che compiono un simile processo. Nell’ultima opera era una serie di tavoli e ora sono diventati un ambiente. E’ un processo radicale. Non è uno spostamento o un adattamento, ma una trasformazione.

Come abbiamo fatto con Mike Kelly o con Tomás Saraceno, cerchiamo di spostare un po’ di più lo stereotipo critico-divulgativo che ‘inchioda’ un artista. Ad esempio il lavoro di Micol viene spesso raccontato come quello di un’artista che gioca sul pericolo, sulla tecnologia obsoleta, sull’idea di un passato utopistico… ecc. Queste caratteristiche, nella sua mostra all’Hangar, sono certamente delle componenti che si ritrovano, ma non sono le note fondamentali della mostra. Ciò che emerge sono una forte relazione con un certo tipo di natura – il legno, la cera, il ronzio delle api, la bellezza della natura – e i fenomeni fisici che la caratterizzano.  Quello che abbiamo fatto con le mostre precedenti e continuiamo anche con la mostra di Micol è di tentare di spostare la rappresentazione di un artista e lo stereotipo che lo ingabbia, allargandolo.

ATP: Non è pericoloso? Spesso si hanno delle aspettative rispetto ad una mostra che per molti versi seguono ciò che già si conosce di un artista. Trovo che sia pericoloso – e ovviamente stimolante al tempo stesso – presentare un artista disattendendo ciò che siamo abituati a vedere nel suo lavoro.

A.L.: E’ una forma di resistenza al meccanismo del ‘consumo’ delle mostre. Si tende molto a consumare con estrema velocità il lavoro di un artista. Capita soprattutto con gli artisti giovani… Per essere in qualche modo riconosciuti, affermati, venduti, discussi, hanno bisogno di quell’immagine, di quello stereotipo o cliché. Nel caso della mostra di Micol, abbiamo cercato di allargare lo stereotipo che la costringeva.  Ci interessa fare il massimo per gli artisti in relazione al ‘corpo’ del loro lavoro e non tanto per incontrare le aspettative del pubblico.

Con il processo compiuto con Micol, HangarBicocca e Pirelli mantiene alta la dose di sperimentazione. Esempio ne sia l’immagine che abbiamo utilizzato per l’invito e per la comunicazione della mostra di Micol. La fotografia che abbiamo scelto non è esattamente la più comunicativa del mondo! L’intelligenza di un committente risiede anche dal fatto che delega ai curatori e agli artisti la possibilità di raccontarsi nel modo più pertinente. Nel caso di questa mostra, abbiamo scelto un’immagine ‘difficile’ per molti versi. Quest’immagine è ambigua, sgranata: vediamo una scala in legno molto ripida, ripresa dall’alto. Non è semplice decodificarla e come se ci affacciassimo su un abisso. Micol vedeva in quest’immagine un sole, e se ci immaginiamo come viene rappresentato il sole nella bandiera del Giappone, per molti versi è comprensibile vedere un sole. Là dove lei vede il sole e una fonte di energia, noi non vediamo nulla o un abisso. Per molti versi, dunque, già dall’immagine dell’invito entriamo nel progetto e nella mostra di Micol. La nostra speranza e che le persone entrino in mostra con la voglia vedere le cose in una diversa prospettiva.

Micol Assaël 432Hz,   2009–2014 Installazione. Legno,   cera d’api,   miele,   impianto elettrico,   audio Mixed media installation. Wood,   beeswax,   honey,   electrical system,   audio 330 x 475 x 575 cm Courtesy Micol Assaël,   Museo MADRE e/and Fondazione HangarBicocca,   Milano

Micol Assaël 432Hz, 2009–2014 Installazione. Legno, cera d’api, miele, impianto elettrico, audio Mixed media installation. Wood, beeswax, honey, electrical system, audio 330 x 475 x 575 cm Courtesy Micol Assaël, Museo MADRE e/and Fondazione HangarBicocca, Milano

Micol Assaël Senza Titolo,   2003 Installazione. Ventilatori,   ferro,   cavi elettrici,   vetro,   scintille Mixed media installation. Ventilators,   metal,   electrical cables,   glass,   sparks 258 x 500 x 500 cm Courtesy Micol Assaël e/and Galleria Zero…

Micol Assaël Senza Titolo, 2003 Installazione. Ventilatori, ferro, cavi elettrici, vetro, scintille Mixed media installation. Ventilators, metal, electrical cables, glass, sparks 258 x 500 x 500 cm Courtesy Micol Assaël e/and Galleria Zero…

Micol Assaël Sub,   2014 Installazione. Vetro,   ferro,   generatore Kelvin (acqua,   plastica,   conduttori,   lavandino) Installation. Glass,   iron,   Kelvin generator (water,   plastic,   conductors,   sink) 360 x 465 x 520 cm Courtesy Micol Assaël e/and Fondazione HangarBicocca,   Milano

Micol Assaël Sub, 2014 Installazione. Vetro, ferro, generatore Kelvin (acqua, plastica, conduttori, lavandino) Installation. Glass, iron, Kelvin generator (water, plastic, conductors, sink) 360 x 465 x 520 cm Courtesy Micol Assaël e/and Fondazione HangarBicocca, Milano