Presentazione mostra Michael E.Smith - Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Presentazione mostra Michael E.Smith e Ian Cheng – Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Prima delle due mostre di Ian Cheng e Michael E. Smith – curate rispettivamente da Filipa Ramos, Simone Menegoi e Alexis Vaillant – ieri è stato inaugurato un nuovo corso della programmazione dedicata all’arte della Triennale di Milano. Edoardo Bonaspetti, il nuovo curatore della sezione Arti Visive e Nuovi Media, ha deciso di fare una sorta di ‘tabula rasa’ delle precedenti proposte per avviare un nuovo corso. Coraggiosa, infatti, si presenta la proposta dei due giovani artisti americani – Cheng di Los Angeles e Smith di Detroit – entrambi propensi alla messa in discussione non solo dell’‘ordine delle cose’, ma anche sensibili ad una diversa e non del tutto ‘positiva’ visione del reale. L’uno sembra scaraventare un’umanità – ridotta a sintetiche icone spersonalizzate – in una terra di nessuno dove alto, basso, profondità e superficie, ma anche maschile e femminile, formale e informale turbinano in un incessante vortice gravitazionale senza posa (Cheng); l’altro sembra scarnificare e svuotare lo spazio e la materia per rivelarci l’importanza e la pienezza del vuoto (Smith). Ecco allora che lo spazio della Triennale diventa contenitore di quelle che lo stesso Bonaspetti presenta come “tematiche che esprimono le tensione e le nevrosi dei tempi contemporanei.”

Pelle, piume, conchiglie, plastica, gomma, tessuto, smalto. Questo e altro celano le opere ‘nascoste’ di Michael E. Smith: accozzaglia di un’umanità derelitta per eccesso ed eccessi. Affascina come l’artista (a detta del curatore, ‘non presuntuoso’ ma bensì essenziale, pacato, quasi laconico direi) che modella o lascia modellare la materiale dal tempo e dall’usura. Mi piace pensare che i suoi siano dei ‘ready made‘ decadenti e cinici, che hanno perso la superbia degli object trouvé di lontana memoria. La sua è un’estetica del senso comune e dell’uomo medio, che non ha nulla da dire se non starsene nell’ombra a contemplare un’umanità (ricca, bianca e magari pure grassa) alla deriva. Trofei dell’abbandono derelitti in un immenso vuoto (da cui la bellezza di questa mostra fatta di quasi nulla), un po’ ‘terra di nessuno’.

Visioni non solari e costruttive, bensì allucinate e decadenti, anche nelle opere febbrili di Ian Cheng. Nella grande sala urla, scricchiolii, rumori di organi, di membrane, digrigno di denti, di carne fagocitata, di ossa rotte… Anche la sua è un’estetica dell’ombra e dell’abbandono. Non c’è paesaggio o elementi che connotano lo spazio. Solo uno sfondo lattiginoso, neutro, dove a malapena si intuisce una linea d’orizzonte. I corpi che rotolano, si spezzano, si uniscono e infine si scontrano, altro non sono che spoglie di un’umanità lacerata, di ‘selfie’ digitali e irreali che hanno perso l’originale diventando copie di copie di essere umani. Quasi bambole macrocefale, dagli occhi enormi (per vedere e leggere tutto) e dita lunghissime (per digitare o strisciare lo schermo dell’ultimo smartphone). E’ ipnotico il movimento e il turbinio di papere, donne, delfini, nastri e altri oggetti o organismi a pezzi; non c’è tregua e non c’è rimedio (neanche all’errore, visto che l’azione è sempre diversa così come gli  sbagli). Videogames  autonomi senza bisogno di un giocatore, queste opere terrorizzano (un battaglia senza colpi, pallottole o scoppi, ma solo deformazione e poca grazia, tremoli… definizione troppo bassa o troppo alta. Quest’ultima rivela deformazioni orribili). Il tutto celato dietro a colori pastello, tinte neutri, sfumature lievi. I colori della primavera in pieno inverno.

Nel complesso le proposte dei due artisti funzionano in modo complementare, giocano con la saturazione dello spazio (Cheng) o il suo svotamento (Smith).

La sfida – per lo meno per gli addetti ai lavori – vede sicuramente questa scelta azzeccata e promettente. A mio parere per Edoardo è sicuramente un ottimo inizio. Staremo a vedere il seguito…

Ian Cheng,   Installation view,   Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Ian Cheng, Installation view, Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Durante la presentazione stampa Edoardo Bonaspetti, con il presidente della triennale Claudio De Albertis, ha introdotto le due mostre e i rispettivi curatori, Filipa Ramos e Simone Menegoi.

“Quelle che presentiamo oggi sono due mostre che hanno una forte relazione con lo spazio. Per molti versi i due artisti indagano delle comuni tematiche, esprimendo le tensione e le nevrosi comuni del tempo contemporaneo. Lo fanno attraverso linguaggi specifici molto diversi. Michael E. Smith lavora con materiali poveri, surreali, a volte alterandoli fino a non lasciare traccia della loro origine. Ian Cheng, invece, lavora con nuove tecnologie ed elaborati algoritmi e programmi informatici. Nei suoi video i corpi che abitano i suoi scenari – a volte allucinati – reagiscono e si influenzano reciprocamente.

Sono due approcci artistici molto diversi per metodologie di ‘riempimento’, nel senso che Smith lavora per sottrazione, con pochi lavori funzionali all’ambiente in cui vengono inseriti. Lo spazio espositivo è protagonista nelle sue opere. Non avrebbero la stessa forza se fossero esposti in un numero elevato. Di fatti le opere esposte qui in Triennale – alcune delle quali mai esposte prima – sono state scelte con molta cura e precisione proprio per accentuare e definire una precisa relazione con lo spazio espositivo. Ian Chen, a differenza di Michael E. Smith, lavora per saturazione. L’artista propone una stanza in cui abbiamo la sensazione di essere immersi in uno spazio virtuale.”

 Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano

“Sono contento in quanto presidente della Triennale perché con questa mostra inauguriamo un progetto giovane, seguito da curatori giovani che presentano, ribadisco, artisti giovani. E’ importante per noi sottolineare questo target.  Il nostro spettatore medio, abbiamo scoperto da un’indagine compiuta in Triennale, ha meno di 30 anni. Il 60% delle persone che frequentano la Triennale ha un’età compresa tra i 20 e i 30 anni. Per cui questa è un’offerta diversa rispetto alle mostre precedenti, penso a Fornasetti.”

Simone Menegoi

“Non voglio dilungarmi in lunghe spiegazione perché preferisco che scopriate le opere di Michael E. Smith singolarmente. La sua mostra chiede allo spettatore uno sforzo di attenzione e concentrazione non indifferente. Il lavoro, come la persona che lo ha creato, è ‘di poche parole’, taciturno e come tale richiede un certo bagaglio di attenzione e anche di disponibilità alla scoperta. Non voglio descrivervi i lavori, preferisco che li scopriate in maniera autonoma nello spazio, negli angoli. Dovete scoprire i piccoli oggetti disseminati, in modo imprevedibile, nello spazio. Volevo aggiungere che, al di là di dell’interesse dell’artista per la forma – che è molto spiccato, in relazione allo spazio – è il vuoto il protagonista della mostra. Esso è messo in tensione con l’architettura attraverso dei ‘segni’ che sono modesti nella dimensione, ma molti ‘forti’ nei materiali. Al di là di questa ricerca formale e sui materiali, c’è dietro una realtà molto considerevole. Mi riferisco alla realtà sociale, economica e specificamente umana, degli Stati Uniti. Una realtà molto lontana dalla retorica ufficiale. Quella di un’America suburbana se non propriamente di provincia, impoverita… Smith prende direttamente da questa realtà i materiale e gli oggetti di cui si serve per le due opere. Nello specifico – senza insistere nello specifico sull’aspetto biografico – Michael E. Smith proviene da Detroit, città in cui ha speso la maggior parte delle sua vita. Nel caso non ci foste mai stati, vi sottolineo il fatto che è una città leggendaria per l’industria automobilistica, ma altrettanto famosa perché è stata oggetto di una radicale decrescita e deindustrializzazione fin dagli anni ’50. Da allora ha dimezzato i suoi abitanti ed ora è per metà abbandonata. Gli scenari che Detroit presenta in alcune zone sono veramente da film di fantascienza di gusto apocalittico. E’ innegabile che un certo tipo di atmosfera dominata dalla decadenza e dall’abbandono abbiano influito decisamente sul lavoro di questo artista.”

Filipa Ramos

La scelta che ha fatto Edoardo Bonaspetti con queste due mostre mi sembra molto coraggiosa; una decisione di azzerare il rapporto che la Triennale ha avuto con l’arte contemporanea e di ripartire con due proposte sicuramente non facili. E’ a partire da questo azzeramento –  che tiene in ogni caso un nesso con l’attenzione che la Triennale ha da sempre dedicato all’architettura e al design – che iniziamo con una coppia di artisti dai linguaggi molto speciali e idiosincratici. A differenza di Michael E. Smith – che lavora sulla materialità degli oggetti – Ian Cheng lavora con degli oggetti che hanno una natura virtuale e sono realizzati grazie a software e a programmi informatici. I video sono realizzati da software fuori dal controllo dell’artista e sono stati allestiti scegliendo un sistema di allestimento molto specifico anche in relazione agli spazi della Triennale. Cheng ha pensato ad un’enorme pedana dove ha deciso di installare gli elementi tecnologici che servono da supporto alla visione e fruizione degli stessi video. Attorno alla pedana possiamo circolare, sederci, decidendo in prima persona come fruire l’opera.

Ian Chen lavora soprattutto con la tecnologia informatica realizzando dei video o dei sofware –realizzati mediante la realizzazione di determinati algoritmi – per dar vita a determinate figure (oggetti, piante, animali, figure simili al corpo umano) alle quali attribuisce determinati movimenti. Quando queste figure sono collocate nello spazio neutro (virtuale), entrano in collisione tra di loro. Lo spazio è dotato di forze di movimento o di gravità: in questo spazio le forme e i corpi si condizionano a vicenda. I movimenti di questi elementi diventano assolutamente imprevedibili e inaspettati. I movimenti gravitazionali formano così un caleidoscopio di immagini sempre diverse e  inattese. Non c’è un vero e proprio inizio o fine nei suoi video; sono in continua mutazione e ci danno la sensazione di qualcosa di unico e irripetibile perché accade in un certo momento i un dato spazio. Abbiamo messo la stessa opera in una doppia proiezione in modo che si capisca come lo stesso video – formato dagli stessi elementi – in realtà con il trascorrere del tempo cambia in modo casuale e imprevedibile.”  

Michael E. Smith,   Untitled,   2013,   seggiolino per auto modificato,   Triennale di  Milano 2014 foto: Francesca Verga

Michael E. Smith, Untitled, 2013, seggiolino per auto modificato, Triennale di Milano 2014 foto: Francesca Verga

Michael  E. Smith,   Untitled,   2013,   pelle e piume di pollo,   plastica,   vassoio di plastica,   Triennale di Milano Foto: Francesca Verga

Michael E. Smith, Untitled, 2013, pelle e piume di pollo, plastica, vassoio di plastica, Triennale di Milano Foto: Francesca Verga

Ian Cheng,   This Papaya Tastes Perfedt,   2011,   animazione 8 min,   Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Ian Cheng, This Papaya Tastes Perfedt, 2011, animazione 8 min, Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Ian Cheng,   Installation view,   Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga

Ian Cheng, Installation view, Triennale di Milano 2014 Foto: Francesca Verga