Massimo Grimaldi,   63rd-77th STEPS - Portrait 07,   2015

Massimo Grimaldi, 63rd-77th STEPS – Portrait 07, 2015

Da oggi, venerdì 27 febbraio – e fino al 25 marzo 2015 – 63rd-77th STEPS – Art Project Staircase ospita il progetto online di Massimo Grimaldi. L’artista esplora lo spazio fisico e sociale di 63rd-77th STEPS attraverso una serie di ritratti dei ragazzi senegalesi e afghani che vivono nel condominio dell’Art Project Staircase. Le fotografie di partenza sono state trasfigurate attraverso l’uso di una moltitudine di app, da cui sono state progressivamente deformate. I ritratti ottenuti appaiono come superfici grafiche, private della capacità di raffigurare.

63rd-77th STEPS – Art Project Staircase è project space per l’arte contemporanea ideato e diretto dall’artista Fabio Santacroce. Il nome fa riferimento all’ultimo segmento di una scala condominiale, l’area compresa tra il 63° e 77°gradino, all’interno di un palazzo dei primi del Novecento a Bari.

ATPdiary ha posto alcune domande a Massimo Grimaldi in merito al suo progetto online.

ATP: Come è nata l’idea del progetto online 63rd-77th STEPS Portraits? Chi sono le persone che hai deciso di ritrarre e con quale criterio le hai scelte? 

Massimo Grimaldi: Fabio Santacroce mi ha chiesto di contribuire alla piattaforma online del suo Art Project Staircase. Descrivendomi il suo condominio, mi ha parlato di come diverse etnie fossero compresenti al suo interno. La presenza di migranti senegalesi ed afghani, paesi a cui mi sento legato, non poteva mancare di interessarmi. La decisione di ritrarli è stata una semplice conseguenza. Questa scelta, implicitamente – naturalmente – parla dell’immigrazione, che ritengo essere una delle più grandi risorse di questo paese, una sua luminosa idea di futuro. Solo l’idiozia e la cecità di un ceto politico vomitevole può far credere che l’immigrazione sia un problema. Una minaccia al nostro ottuso benessere. È vero il contrario, i migranti ci arricchiscono, in tutti i sensi.

ATP: Mi racconti la metodologia che hai utilizzato per realizzare i ritratti?

MG: Da alcuni mesi ho iniziato a realizzare, utilizzando gli iPad,  alcune serie di ritratti. Che in realtà ‘defigurano’ più che ritrarre. Le immagini di partenza rimbalzano attraverso una moltitudine di app, deformandosi progressivamente, e spesso mimando stilemi pittorici. Ogni singolo ritratto nasce quindi da una specie di viaggio digitale all’interno dei device Apple, pensati come inediti white cube portatili, in cui si inscena la retorica della rappresentazione, della raffigurazione.

ATP: A prescindere nello specifico da questo progetto, cosa ti interessa del processo di elaborazione digitale delle immagini? 

MG: Nel mio lavoro ho sempre cercato di riflettere lo status dell’immagine, la sua giustificazione, la sua organizzazione in flusso continuo, la sua conseguente relativizzazione e trasformazione in piacevolezza diffusa e generica, in funzione decorativa capace di ridurre la nostra vita affettiva ad ornamento. Credo di voler perseguire l’immagine perfetta, quella che ha finalmente smesso di rappresentare, e di poter essere capita, essendo soltanto una delle sue proprie infinite possibilità di esistenza.

ATP: Da sempre sei interessato a come si fruisce l’arte contemporanea, il modo con cui essa viene percepita, valutata e capita. Che opinione hai in merito ai progetti che nascono e sono diffusi unicamente mediante le piattaforme online?

MG: Le piattaforme online saranno sempre più pervasive e domineranno il nostro futuro,  prossimo o remoto che sia. Trovo tuttavia che adesso siano largamente praticate ma non sufficientemente pensate. Sono un campo di riflessione molto interessante, dai contorni incerti. A me capita, ad esempio, durante i miei reportage, di scattare molte più fotografie rispetto a quelle normalmente necessarie per l’opera finale. Questo materiale extra, a cui dedico esattamente la stessa cura di quello più propriamente artistico, lo destino aprioristicamente a vivere, e a perdersi, nel limbo indefinito dei social network. Lo destino ad essere né carne né pesce. Una perpetua quasi-opera.

Intervista di Elena Bordignon 

www.63rd77thsteps.com

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