Nicola Martini,   Senza Titolo,   2013,   Cemento,   cera microcristallina,   pietra arenaria albanese,   Nervo Vago,    Museo Marino Marini,   2013,   Firenze

Nicola Martini, Senza Titolo, 2013, Cemento, cera microcristallina, pietra arenaria albanese, Nervo Vago, Museo Marino Marini, 2013, Firenze

Passate le due imponenti colonne che caratterizzano l’entrata del Museo Marino Marini, le sculture di Nicola Martini non si notano affatto e questo la dice lunga sulla sua perspicacia. La discrezione che le caratterizza è una parte fondamentale della loro natura ‘mimetica’ (o generativa). Mi spiego. Una degli aspetti che più mi incuriosisce della ricerca di Martini è la sua costante indagine sulle potenzialità intrinseche della materia con cui lavora. La curiosità tutta intellettuale che lo spinge a indagare le caratteristiche fisiche, estetiche ed espressive dei materiali, spesso degenera in opere molto pulite e, come vi dicevo, mimetiche.

Nella mostra fiorentina Nicola decide di esporre quattro sculture o interventi esterni e uno interno. Quest’ultimo consiste in una lastra in cera microcristallina e polvere di marmo nero del Belgio che ostruisce la porta d’accesso al sacello della cripta (sotto il museo). La stanza chiusa è illuminata da una forte luce che penetra nella materia plasmata tanto da renderla illuminante. Questa scultura ‘negativa’ (nel senso che ci nega l’accesso ad uno spazio), illumina appena il vano d’attesa e cattura l’attenzione per una particolare effetto cangiate.

Ma sono le quattro sculture esterne che aprono, ‘positive’, al lavoro dell’artista. Un’opera è stata posta proprio sopra la porta d’accesso del museo. Imbullonata alla parete grazie all’utilizzo di fori già esistenti (l’artista ha studiato irregolarità e perfezioni tanto da sfruttarne o sopravalutarne la funzione), la grande lasta di marmo fa da eco al disegno geometrico della facciata del museo, ne completa o enfatizza le linee verticali. Ma oltre a una suggestione meramente superficiale, è la tensione profonda che suscita pensarla come sviluppo improvviso dell’architettura stessa, un suo prolungamento.

Considerando il museo come una sorta di ‘sistema nervoso’, l’opera di Nicola si inserisce o insinua nell’architettura, nelle nervature strutturali, ne prosegue o interrompe le tensioni. Una scultura più di altre sembra seguire alla lettera questa logica. Una lastra corta e spessa di cera microcristallina è trattenuta o incastrata tra un blocco di cemento posto sul pavimento e una lastra di pietra arenaria albanese più lunga imbullonata sulla parete sovrastante. Quasi violenta nel suo gioco di tensioni, spinte ed equilibri, quest’opera fa da pendant ad un’altra scultura posta nell’altro lato del porticato. Tanto è giocata su spinte, attriti ed contrappesi  la prima, quanto questa è immobile, statiche e quieta. Monoblocco o monolite, questa scultura è stata ricavata da un’opera precedentemente esposta da Martini in una mostra a île Seguin (Parigi). Allora era un pavimento, ora invece, un parallelepipedo alto e spesso. Seduttivo uno dei materiale che la compongono, la  colofonia. Questa sostanzaè una resina vegetale trasparente e di colore giallo che si ricava dalle resine dei pini. Usata in medicina, dai violinisti e dalle ballerine per non scivolare, scopro anche una cosa curiosa. La colofonia è uno dei componenti che vengono opportunamente mescolati per far bruciare i foglietti delle elezioni papali nella stufa che dalla Cappella Sistina annuncia, con il fumo bianco, l’elezione del nuovo Pontefice. Il monolite di Martini, abbastanza regolare nei lati, mantiene nel lato corto superiore  delle irregolarità date delle colature e dalle bolle che si sono create quando l’artista ha versato l’affascinante composto. La quarta scultura è appoggiata ad una vetrata ed è composta essa stessa di vetro. La superficie vetrosa si presenta estremamente irregolare, granulosa e cangiante: dalla trasparenza a minuscoli grumi rossastri, bianchi grigi. Dall’interno, di giorni, questa lastra proietta e crea orginali giochi di luce.

Curioso il titolo della mostra: Nervo Vago. Copio la sua definizione da Wikipedia e cerco di immaginare quanto l’immagina del ‘nervo’ possa essere utilizzata come metafora per aprire il concetto dell’intera mostra :

Il nervo vago (chiamato anche nervo pneumogastrico o nervo X del cranio) è il decimo delle dodici paia di nervi cranici (o encefalici) che partono dal tronco encefalico (composto da midollo allungato, ponte e mesencefalo). Il nervo vago parte dal midollo allungato e si porta, attraverso il foro giugulare, verso il basso nel torace e nell’addome. I 2 nervi vaghi destro e sinistro sono tra i più importanti del corpo nonché i più lunghi ed i più ramificati tra i nervi cranici. Il suo nome deriva dalla parola latina vagus, che significa letteralmente “vagabondo”.

La mostra è stata anche l’occasione per l’artista di dare alle stampe un libro ‘Nervo vago’ – edito da Mousse Publishing – con una raccolta di saggi che trattano per lo più di antropologia. Tra i vari testi, tra cui quello del curatore Alberto Salvadori, anche un brevissimo testo di Nicola. Ne trascrivo una parte particolarmente difficile da leggere, capire e contestualizzare, dunque, per me molto significativa. Mi resta un dubbio irrisolto: perchè scrivere un testo di cui non si capisci quasi nulla? La semplicità è sempre difficile da raggiungere, ma ci si può sforzare.

“Costruire e disegnare gli estremi e gli interni di un sistema, tracciare l’impianto radicale. Giustapporre lastre di materia sapendone il rischio di un rimorso, costante, vuoto, che porta solo ad un’azione successiva in termini unicamente temporali, è un collante. Dimenticare il momento in cui ci è dato vedere la potente qualità di un’azione da farsi; sarebbe utile far parlare altre figure, una volte trovatesi tangente al proprio. Stabilire tale tangenza è far parlare nuovamente il Lavoro, poi è l’azione del sovrainterpretare, è sfruttare, è educato. Tutto questo è una seduta di psicanalisi di, ed effettuare da, quattro soggetti, in stanza situate in luoghi diversi.”

Nicola Martini,   Nervo Vago,    Museo Marino Marini,   2013,   Firenze

Nicola Martini, Nervo Vago, Museo Marino Marini, 2013, Firenze

Matthew Brannon,   Department Store at Night (Five impossible Films,  1),   2013,   Museo Marino Marini,   Firenze

Matthew Brannon, Department Store at Night (Five impossible Films, 1), 2013, Museo Marino Marini, Firenze

Con Nicola Martini, ha inaugurato anche la mostra di Matthew Brannon ‘Department store at night (five impossible films, 1)’. La mostra, rispetto a quella di Nicola Martini, mi coinvolge di meno, sia per i temi trattati che per la loro formalizzazione. Già in passato, di una sua mostra alla galleria Giò Marconi, avevo espresso che l’artista non è molto ‘sulle mie corde’. A volte i temi trattati – in questo caso un giallo da risolvere – mi sembrano ‘pretesti’ per dar vita a sculture e opere grafiche. In questa occasione, l’artista ha dato prova di buona sensibilità  spaziale nell’allestimento in un luogo espositivo non facile come il Museo Marino Marino. Così come la realizzazione delle opere – tutte pensate ed eseguite a Firenze da maestranze locali – presentano un’ottima finitura. Ovviamente questi aspetti tecnici sono solo corollario di ciò che dovrebbe essere una grande mostra.

Vi lascio alla lettura del testo scritto dal curatore Alberto Salvadori:

Negli ultimi dieci anni di lavoro Matthew Brannon ha creato opere nelle quali la tensione tra testo e immagine è sempre stata presente come soggetto di costruzione del lavoro, anche se mai questo rapporto è stato pensato come elemento narrativo tra le due parti.

Brannon ha recentemente spostato la sua attenzione verso la scrittura, nei termini in cui le storie da lui scritte hanno assunto lo status di veri e propri lavori. L’artista andando ad allontanare l’immagine dal testo ottiene una nuova modalità di avvicinamento, di vicinanza tra i due, rendendo le sue stampe e le sue sculture amplificazioni al testo che li accompagna. Lo spettatore\lettore assume una posizione attiva nella decifrazione della storia, è esso stesso elemento di costruzione dell’intero racconto, completando l’esperienza della lettura con quella della visita, dell’indagare le testimonianze lasciate dai protagonisti della storia, frutto della creazione artistica di Brannon. 

Il lavoro di Brannon si pone nel solco della più lineare storia dell’arte concettuale, attualizzandone i termini paradigmatici della costruzione e della definizione dell’opera come entità estetica di relazione tra parti e soggetto, riducendo l’autonomia estetica dell’oggetto a pura visione.

In Brannon si può continuare a scorgere la critica esplicitata da Kosuth, nel suo saggio L’arte dopo la filosofia del 1969, all’otticità modernista, definita allora come sfera autonoma separata dall’esperienza estetica, e all’unicità dell’oggetto d’arte, al manufatto, in antitesi alla possibilità e alla modalità distributiva che esso poteva assumere, ad esempio in forma di libro, di poster. Il maestro dell’arte concettuale definiva così la possibilità di uscire dal rettangolo della pittura e dal solido della scultura. Nel lavoro di Matthew Brannon siamo quindi in presenza di un atteggiamento critico, di una pratica, che come allora l’arte concettuale, mette in crisi i concetti alla base del modernismo: l’otticità, la concretezza fisica, l’autonomia estetica dell’oggetto, nonostante nelle sue opere si scorgono echi e stilemi afferenti al periodo modernista, di matrice statunitense.

La complessità delle opere di Brannon è articolata dal rapporto che si stabilisce tra lo spettatore e l’opera stessa: tra il dentro e il fuori, come vedremo più avanti nel testo. Il lavoro sui medium della rappresentazione, effettuato da Brannon, è definibile come una costruzione vettoriale fenomenologica, precisamente legata all’attività di connessione e organizzazione di elementi, grazie alla quale un soggetto entra in relazione con un mondo, quello del museo e della città Firenze, in questo caso reso significato.

Il lavoro dell’artista americano interseca così il concetto della definizione kantiana dell’opera, ergon, cioè stare dentro l’opera, con quella derridiana del parergon, cioè stare fuori dall’opera; ovvero, stare dentro la cornice pittorica, dentro lo spazio della rappresentazione del quadro, all’interno di regole date, dentro le leggi del genere, quindi all’interno di un’autonomia estetica di pensiero e di contenuto per poi far uscire il contenuto dell’opera verso l’esperienza di un momento vissuto, sia esso fiction (quello costruito dall’artista nella storia) sia esso reale (quello costruito dallo spettatore incrociando la lettura del testo con la visione delle opere).

La ridefinizione di questo rapporto, attuata dall’elemento della scrittura, ci pone di fronte a delle opere che, mantenendo la loro autonomia estetica, necessitano un soggetto altro per essere attivate nella loro completezza, innescando una relazione performativa che va oltre il concetto di spettatore\lettore, ponendolo in una nuova posizione: quella di elemento attivo e insostituibile dell’opera stessa.

Le opere di Brannon vanno lette seguendo un processo di analisi della contestualità e contiguità, al cui interno tutte le formazioni discorsive sono collocate. La relazione testo immagine, tenuta separata tra loro, determina il rapporto interno tra oggetto-soggetto, cioè l’elemento discorsivo che traccia il percorso, e il contesto nel quale l’opera vive e si manifesta.  

Department store at night è un progetto sincronico dove sculture, stampe, fabric floor e un libro raccontano il cruento e misterioso episodio notturno alla base di un giallo da risolvere.

L’elemento di fiction attinge da suggestioni che l’artista ha avuto durante i sopralluoghi al museo – lo spazio della cripta, luogo di millenaria storia, depositario di fatti e avvenimenti a noi sconosciuti – e dalla città di Firenze, nella quale il department store è divenuto l’elemento caratterizzante del centro cittadino, dove ogni luogo è destinato al commercio, qualunque sia la sua natura, e dove una vivace vita diurna si alterna a una tenue, quasi spenta, vita notturna.

La lettura notturna – di una compagnia teatrale che occupa abusivamente il Department store – di un importante testo del ‘900 come Il disagio della civiltà, di Freud è alla base del fatto di cronaca, del noir, che sempre appassiona il pubblico ed è alla base del progetto realizzato per il Museo Marino Marini.

Nel libro Freud affronta il delicato rapporto tra individuo e civiltà, lo scontro tra ricerca e desiderio della personale libertà istintiva con la civiltà che necessariamente chiede l’esatto contrario, sopendo gli istinti attraverso leggi e limitazioni. Tale incontro\scontro, secondo Freud, tende a infondere sentimenti d’insoddisfazione e, nell’evoluzione di un pensiero oramai quasi secolare, si affianca così all’idea di civiltà l’appagamento dato dal consumismo, strumento di sopimento e controllo dell’istintività: la merce, il prodotto, come veicolo di questa ricerca, come elemento subliminale della rappresentazione che l’artista pone in atto con le sue opere.

Non a caso il richiamo a una pubblicistica anni ’50, periodo nel quale il progresso, quasi all’unanimità nelle società capitalistiche, era identificato con l’evoluzione della produzione e dello scambio delle merci, diviene il tratto estetico, l’elemento individuante le opere di Brannon, che palesano in tal maniera una loro condizione agrèable; una forte attenzione, una capacità indagatoria è richiesta al soggetto per smascherare il lato oscuro, l’inquietudine, latente che si cela al loro interno.

Le situazioni domestiche, le amicizie, la dimensione collettiva, diventano campi d’indagine e di ricerca, elementi in grado di mostrare, dietro una patina di moralità riconducibile a precetti sociali e reminescenti tracce culturali, ascrivibili a un’austera cultura protestante, ciò che perversamente matura negli individui e come le diverse forme di una violenza sopita possano emergere in ogni momento ed essere presenti in ogni situazione.

Alberto Salvadori

Matthew Brannon,   Unlearn,   2012 Wood,   enamel,   acrylic,   high-density hand carved foam,   silkscreen on paper 148.6 x 104.1 x 15.2 cm Courtesy of the artist and Casey Kaplan,   NY Photo: Cathy Carver

Matthew Brannon, Unlearn, 2012 Wood, enamel, acrylic, high-density hand carved foam, silkscreen on paper 148.6 x 104.1 x 15.2 cm Courtesy of the artist and Casey Kaplan, NY Photo: Cathy Carver