Installation Mark Manders,   Room with Broken Sentence,   Dutch pavilion,   Venice 2013 From l. to r: Working Table (2012-2013); Closet (1989-2013); Mind Study (2010-2011) Photo: Jan Kempenaers

Installation Mark Manders, Room with Broken Sentence, Dutch pavilion, Venice 2013 From l. to r: Working Table (2012-2013); Closet (1989-2013); Mind Study (2010-2011) Photo: Jan Kempenaers

Un eterno presente aleggia nel padiglione olandese. Mark Manders con Room with Broken Sentence, porta un po’ di silenzio al fluttuare dei poco distanti eterni ritorni della storia dell’arte (e non solo). All’andirivieni temporale del Palazzo Enciclopedico, preferisce creare un’atmosfera dove il tempo è congelato in ieratiche figure taciturne. B rusio e caos sembrano spegnersi  già dall’esterno del padiglione, dove Manders ha pensato di tappezzare tutte le finestre dell’ingresso con finti giornali.

ATP: Perché non hai usato giornali veri?

MM: Non posso usare giornali veri, perché altrimenti l’opera sarebbe associata a una data e ad un luogo ben precisi. Tutti i miei lavori danno l’impressione di essere appena stati realizzati e poi dimenticati da chi li ha creati. Non c’è nessuna differenza tra un opera realizzata ventiquattro anni fa o da appena qualche giorno. Come le parole di un’enciclopedia, sono interconnesse in un grande supermomento che è legato al qui e ora.

ATP: Cosa presentano i giornali?

MM: Presentano tutte le parole della lingua inglese, e ciascuna viene utilizzata una volta sola. Per questa mostra uso solamente una piccola porzione delle parole contenute in questi fogli: tazza, osso, sedia, tavolo, testa, giornale… Le fotografie nei finti giornali sono state scattate nel mio studio, e ne immortalano per lo più la polvere. Tendo a evitare di inserire il linguaggio nelle immagini.

ATP: Com’è nata l’opera ‘Shadow Study (Femur and Upper Arm Bone Connected by One Single Shadow’?

MM: La tazza rovesciata in ‘Shadow Study’ proietta un’ombra sulla riproduzione di due ossa umane: il mio femore destro e il mio omero sinistro. A volte, durante il giorno, una tazza si trova molto vicina all’osso della mia coscia, e ho gradualmente scoperto che, rovesciando una tazza vuota, questa proietta un’ombra sulla mia gamba. Volevo conservare quest’ombra, possederla, e così l’ho trasformata in un’immagine.

ATP: Da dove deriva il titolo dell’opera Fox/Mouse/Belt?

MM: Quest’opera nasce dall’unione di tre parole distinte. ‘Fox’ si riferisce ad un volpe che ho immortalato nell’attimo in cui ha spiccato un salto, cogliendola in un momento preciso. Ho usato poi la mia cintura (‘belt’) per legarle un topo (‘mouse’) al ventre, nel quale di norma sarebbe scomparso. Con un semplice gesto ho posizionato a terra questa ‘unità’ che aveva luogo a mezz’aria, facendo in modo che la scultura affondasse ancora di più nell’immobilità. Di conseguenza, quel momento sembra verificarsi in un progressivo presente o al di fuori del tempo. La stilizzazione crea una stasi incredibile, priva di un ‘prima’ o di un ‘dopo’. In quel periodo mi affascinava l’idea che le creature viventi possono  scomparire dentro altre creature sotto forma di nutrimento, talvolta mentre sono ancora in vita, e allo stesso tempo volevo realizzare una scultura in cui un intervento umano fosse chiaramente riconoscibile. Ho finito per dipingere l’opera in modo che sembrasse fatta di creata bagnata; proprio per questo rivela una nudità estrema, vulnerabile, e dà l’impressione a chi la osserva di potervi affondare le mani. Questo è l’unico momento futuro che la scultura sembra essere in grado di catturare. Durante la Biennale di Venezia sono esposte tre versioni di quest’opera: una all’interno del padiglione, un’altra al MoMA di New York e l’ultima in un piccolo supermercato in via Garibaldi a Venezia.

ATP: Come hai concepito la grande scultura ‘Working Table’?

MM: Questo piano di lavoro consiste in due parti; una in cui disegnare o scrivere, e una frontale dove per il momento ho sistema una grande testa fatta di legname, argilla bagnata, un tavolo, due dipinti e un giornale. Se ti trovi in una stanza con una varietà di materiali e di oggetti del genere, questa è una delle cose che puoi realizzare e  mettere davanti a te. La testa è composta da diversi elementi verticali che ora formano un accordo armonioso. 

(Le risposte di Mark Manders, sono state tratte dal foglio di sala che presentava le opere esposte nel padiglione)
Mark Manders /  Room with Broken Sentence
Dutch entry 55th Venice Biennale / A cura di Lorenzo Benedetti
Mark Manders,   Composition with Blue,   2013 Wood,   painted wood,   painted epoxy 33,  5 x 13,  5 x 23 cm Courtesy Zeno X Gallery,   Antwerp and Tanya Bonakdar Galler,   New York Photo: Cedric Verhelst

Mark Manders, Composition with Blue, 2013 Wood, painted wood, painted epoxy 33, 5 x 13, 5 x 23 cm Courtesy Zeno X Gallery, Antwerp and Tanya Bonakdar Galler, New York Photo: Cedric Verhelst

Mark Menders,   Fox / Mouse / Belt 1992 / painted bronze,   belt / 15 x 120 x 40 cm Photo: Jan Kempenaers

Mark Menders, Fox / Mouse / Belt 1992 / painted bronze, belt / 15 x 120 x 40 cm Photo: Jan Kempenaers