Marinella Senatore Rosas (Rose / Roses),   2012 3 video HD su Blu-Ray Disc,   colore,   sonoro / 3 HD videos on Blu-Ray Disc,   color,   sound 23’,   35’,   20’ / mins. foto dal set / Production shots Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT in comodato presso / on loan to Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea,   Rivoli-Torino e / and GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea,   Torino

Marinella Senatore Rosas (Rose / Roses), 2012 3 video HD su Blu-Ray Disc, colore, sonoro / 3 HD videos on Blu-Ray Disc, color, sound 23’, 35’, 20’ / mins. foto dal set / Production shots Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT in comodato presso / on loan to Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino e / and GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

Marinella Senatore Estman Radio Drama (Estman Radiodramma) – Backstage,   2011 Courtesy l’artista / the artist

Marinella Senatore, Estman Radio Drama (Estman Radiodramma) – Backstage, 2011 Courtesy l’artista / the artist

Attraverso alcune domande e una lunga traccia audio, Marinella Senatore ci racconta e svela i meccanismi del suo modo di lavorare. L’artista è attualmente in mostra nella Manica Lunga del Castello di Rivoli, con la mostra ‘Costruire Comunità’ a cura di Marcella Beccaria.

Marinella Senatore ha realizzato questa mostra grazie alla Borsa per Giovani Artisti Italiani, edizione 2013. La mostra presenta opere, inclusi gli spazi – sia metaforici sia reali – aperti da ciascun lavoro, tra cui la scuola di ballo sperimentale School of Narrative Dance, un laboratorio di scrittura creativa e un set per produzioni cinematografiche e fotografiche. Messi a disposizione del pubblico, che può prenotarne l’utilizzo gratuito, questi spazi accolgono e invitano anche alla collaborazione numerosi enti del territorio.

ATP Ti rivolgo una delle domande più difficili, ma data la tua esperienza in questi anni, forse anche estremamente facile: come si costruisce una comunità? 

Marinella Senatore: Senza cadere troppo nell’utopia, sicuramente quando si lavora a stretto contatto per raggiungere un obbiettivo comune, pur mantenendo le proprie prerogative – alcune volte contestate o, comunque portate all’interno del progetto – credo che quando c’è questo tipo di condivisione, si comincia a interagire con gli altri, a condividere le proprie abilità. Si impara gli uni dagli altri. Quando si attiva un processo di questo tipo, di auto-formazione e auto-organizzazione, ho sempre notate che si costruiscono dei gruppi, almeno fintanto che si lavora assieme. Con mia grande gioia e anche di stupore, soprattutto all’inizio, ho riscontrato che questi gruppi, la quasi maggior parte dei partecipanti,   continuava a sentirsi gruppo, formava addirittura delle associazioni, per la maggior parte dei casi no-profit; continuavano insomma a lavorare anche nello spirito di quello che era stato il progetto fatto insieme. Anche esulando dal contesto dell’arte contemporanea, ma in contesti più affini al loro background e professione. E’ stato questo movente importante per me, per dare vita alla ‘School of Narrative Dance’ proprio perché volevo lasciare, una volta andata via dalle varie location, una piattaforma che avesse anche una valenza giuridica. La scuola diventerà infatti, tra pochi mesi, un soggetto giuridico riconosciuto e dunque, volevo che fosse una piattaforma che i ragazzi potessero utilizzare senza la mia presenza di attivatore. Per esperienza, ogni volta che c’è uno scambio di memoria, di cultura – anche di background molto diverso –  metti delle persone in una stanza, gioco forza è inevitabile che queste persone inizieranno ad interagire, a volta anche a scontrarsi. A volte veramente si formano delle comunità inaspettate, fuori da ogni utopia.

ATP: Grazie alla Borsa per Giovani Artisti Italiani, hai la possibilità di mostrare per la prima volta in un museo un’importante selezione dei tuoi progetti a oggi. Che effetto ti ha fatto pensare ad questa ‘piccola’ retrospettiva?

M.S.: Sicuramente una retrospettiva per un artista meed career è assolutamente una tappa bellissima, importante ma decisamente un inizio di altre cose, non un punto di arrivo. E’ un grande onore per me poter fare una mostra qui; il Castello di Rivoli è il museo che più amo in Italia. Grazie anche alla curatrice Marcella Beccaria, che ha creduto molto nel mio lavoro, ed è molto tempo che le segue. Effettivamente per me è stato un grande onore. E’ stato molto emozionante, a volte commovente, rivedere opere fatte tanti anni fa e soprattutto vedere i partecipanti di queste opere che venivano a visitare la mostra. Questa mostra fa un po’ il punto su una pratica a cui ho creduto fortemente e a cui ho dedicato tutta la mia vita, anche privata e che non si distingue oramai più dalla mia vita di tutti i giorni. I partecipante in alcuni casi diventano amici e, nella maggior parte dei casi, si continua la relazione anche al di là del progetto. Hanno riempita la mia vita in questi anni. E’ ovvio che per me sembra che tutto sia stato fatto ieri. Non riesco a concepire un lavoro del 2006 piuttosto del 2003; i lavori che sono in mostra fanno parte di 10 anni di intenso lavoro (dal 2003 al 2013) che percepisco come un continuum. Non riesco a concepire le opere che ho fatto come a delle cose che appartengono al passato, invece mi sembrano sempre lavori in progress, che avranno altre  vite. Del resto la nostra maniera di concepire la retrospettiva è stata abbastanza dinamica. Ogni lavoro ho aperto, ha attivato ulteriori lavori che coinvolgono invece le persone del presente, i visitatori della mostra, non solo i partecipanti che a loro volta furono parte del progetto. In questo senso lavori. In mostra c’è ‘Variations’  (realizzato nel 2011 a New York, con i residenti del lower east side): l’opera attiva un laboratorio di scrittura creativa nel quale parteciperanno gli studenti della scuola Holden di Torino con tantissimi cittadini non solo piemontesi e delle valle circostanti ma provenienti da altre regioni d’Italia, il che mi ha sembrato una cosa bellissima. E così via, anche altri lavori attivano ulteriori progetti che vedono l’intensificarsi del coinvolgimento di persone completamente nuove.

ATP:  Le opere mutano nel tempo, cambiano a volte, anche di significato. A volte lo perdono, altre volte lo intensificano. C’è una tua opera, in particolare, che trovi mutata nel tempo? Cosa è cambiato?

M.S.: Effettivamente non in tutte le opere ma in alcune, il display cambia, senza però modificare il significato, il concetto dell’opera.  Penso ad esempio all’opera ‘Manuale per i viaggiatori’ (2007, prodotto da Madre di Napoli e ora in collezione), pensato fin dalla sua primissima fase come un work in progress aperto (e probabilmente non lo chiuderemo mai). A seconda di dove viene esposto, ogni volta ricontatto le persone che hanno partecipato all’opera per creare ulteriori display. E’ un’opera che ha continuamente bisogno di essere aggiornata ed installata in modi sempre differenzi: con video, schizzi ecc. Nel caso del Madre, dove è in collezione, si può vedere nella sua installazione con audio differenti e su monitor (i visitatori posso sceglier quale traccia ascolare). Nella manica lunga del Castello di Rivoli, invece, è installato come era il progetto originale, ossia lo spazio del casting che era stato disegnato e costruiti dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Avevano progettato una sorta di cinema ambulato che ora è stato riproposto negli spazi della Manica Lunga;  qui si può vedere questo spazio ricostruito in scala minore e per la prima volta viene presentato una proiezione video-muta con 4 registratori a casetta, con nastro magnetico che presentano 4 audio differenti.  Il pubblico visitante può interagire con i registratori e scegliere la traccia sonora che vuole. Ogni audio, in ogni momento, è coerente con la traccia video.

ATP:  Il ruolo di ‘attivatore’, come giustamente ti sei definita più volte, lo hai scoperto nel tempo. Mi racconti questo importante ruolo che hai nelle tue opere?

M.S.: Dal mio background sicuramente artistico – ho due lauree in arte e sto completando il dottorato in arte in un’università spagnola dove ho insegnato per oltre sette anni. La mia formazione più forte è sicuramente quella artistica. Insieme alla Scuola Nazionale di Cinema , tra cui ho studiato con Giuseppe Rotunno (grandissimo direttore della fotografia del cinema italiano.. Fellini, Visconti ecc); non frequentavo il corso di regia, come molti pensano, bensì quello di direzione della fotografia e operatore di camera. Quindi io volevo dall’interno capire bene, scientificamente il linguaggio audiovisivo e portarlo nella mia esperienza artistica. Un’altra parte importante del mio background è quella della musica. Parallelamente agli studi d’arte ho sempre studiato musica; sono diplomata in violino ed ho lavorato in orchestre per diversi anni, fin da piccolissima. Ed è proprio dalla musica classica, dalla conformazione del lavoro orchestrale e quello cinematografico, ho capito che queste strutture corali, creazioni condivise, dove ognuno ha il suo ruolo però stiamo realizzando lo stesso pezzo – ma il violino è diverso dalle percussione che sono diverse dagli strumenti a fiato.. ma siamo tutti lì per uno scopo comune e anche nel caso della cinematografia dove avviene lo stesso procedimento – il direttore delle luci ha la sua specificità, il costumista, gli scenografici ecc. ma tutti stiamo realizzando la stessa sceneggiatura. Dunque questa struttura di lavoro, è quella che più si adatta alla mia tensione creativa. Non mi sono mai sentita defraudata del ruolo di autore, solo perché l’autorialità di molte parti importantissime dell’opera erano realizzate in condivisione.. Ho capito che, nonostante amando l’arte e gli artisti molto lontani dal mio modo di procedere, e sentendo affini artisti come Jeremy Deller o Tim Rollins, ho capito che era più importante ‘attivare’ più che ‘presentare’ i prodotti finiti. Attivare delle dinamiche ed essere catalizzatore di determinati processi che poi portassero alla realizzazione sicuramente di opere – questo mi distingue da un’attivista ..- era il ruolo che più si avvicinava alla mia personalità. Ma non solo, era anche coerente con la formazione che avevo avuto. L’idea che l’arte possa attivare delle cose è una degli aspetti che più mi interessano. Molte parte delle opere che ho realizzato sono composte da aspetti non gestibili fino all’ultimo… c’e sempre una parte performativa nel mio lavori e tanti risultati non si conoscono fintanto che non si entra in contatto con i partecipanti. Essendo questi parte integrante dell’opera, necessari ad un certo risultato piuttosto che un altro.. spesso non sono in grado di dire di cosa parlerà il video, qual è il plot narrativo di un radio dramma in questione, qual è il senso della struttura installativa che sarà l’outcome di questo progetto ecc. Molte volte propongo un formato, ovviamente avendo studiato molto a fondo la comunità con la quale mi confronto e mi incontro, ma non so l’esito finale della mia proposta. Quello che mi entusiasma di questa mostra è che ora per la prima volta nella Manica Lunga,   c’è la possibilità –  data anche la mole di metri quadri di spazio a disposizione – di raccontare molti mei lavori nelle loro tante fasi. Fasi che molto spesso sono tagliate. Mi si chiede molto spesso cosa sia più importante: se il processo o il risultato finale. Mi trovo sempre in grande imbarazzo; non ho mai distinto l’outcome finale e tutta l’esperienza pregressa dell’opera. Non voglio dire che l’esperienza sia più importante dell’opera; l’opera è importantissima è devo dire che mi sento ‘figlia’ di tanti discorsi sull’arte relazionale e partecipativa .. credo di appartenere più a quei dibattiti dove si analizza l’arte come forma di condivisione. La cosa ho voluto fortemente e a cui ho lavorato molto con Marcella Beccaria, la curatrice, è mostrare tutto il lavoro. Il lavoro si caratterizza in tre fase, che per me hanno lo stesso identico lavoro: la prima fase è quella di grande studio e documentazione che viene soprattutto sul campo. Mesi prima di cominciare un lavoro, mi trasferisco nei posti dove lavoro e intervisto centinaia di persone – operai, studenti, docenti, agricoltori, pensionati, direttori di musei ecc. – cerco di avere un quadro del posto in cui sto lavorando raccontato dagli stessi abitanti di quel posto, senza preconcetti o strutture che possono fuorvianti la mia esperienza vitale in quei luoghi. Raccolgo una lunga documentazione di tipo storico- politico; è una fase fondamentale perché è quello che ho sempre tentato di fare: non imporre il ruolo dell’artista come una persona che vene da fuori e che necessariamente impone una propria idea, facendo si  che i partecipanti fossero dei meri esecutori. Sono fortemente contraria a questo tipo di ruolo dell’artista come figura autoritaria e che si impone.

La seconda parte, è quella di realizzazione vera e propria, quello che consideriamo il format: l’outcome finale, Anche se per me è solo una tappa. E’ importantissimo, in questa fase, realizzare qualcosa che rimanga nella memoria di queste persone come ricordi dello sforzo collettivo fatto insieme. Tutti questi livelli di inclusione, partecipazione, condivisione, sono molto intensi… Si decide il formato il formato che avrà l’opera; molto spesso il formato nasce da una serie di mie considerazioni, diventa un contenitori di tutto lo sforzo fatto assieme, quindi molte volte lo propongo io. Moltissime volte la mia proposta cambia in corso d’opera; se questi progetti non fossero flessibili nella loro modalità, sarebbero un altro falso e forzatura in quanto evidentemente la flessibilità è un valore aggiunto di questo si lavora nelle comunità fatte da persone e non massa indistinta che fa numero. In questa fase di realizzazione abbiamo la produzione di un video, molto volte, altre volte una performance, altre una piece teatrale, piuttosto di un radio dramma. Sono falsamente conosciuta per essere una video artista, in realtà il linguaggio video e cinematografico sono una parte importantissima della mia formazione, ma non è strettamente il linguaggio che prediligo. Speso non produco l’opera finita sotto forma di video, ma essi diventa solo documentazione mentre l’opera è una traccia sonora o una performance.

La terza fase che pochissimi conoscono ed è stata anche esposte poco, è la fase di raccolta di tutta l’esperienza fatta. E’, se vogliamo, la parte più intimista della mia pratica artistica. La produco nella solitudine dello studio. E’ una fase del mio lavoro che per la prima volta è ampiamente presentata in una mostra e dove si può vedere tutto quello che io realizzo a livello testuale, di opere grafiche (il disegno è sempre stato alla base del mio lavoro, non solo come studi preparatori, ma studi di ‘post-produzione’). In questa fase, dopo aver lavorato con migliaia di persone, raccolgo tutte le riflessioni. Studio tantissimo le pratiche didattiche e legate alla scuola. Mi interessano i processi di inclusione del pubblico, quelli di emancipazione degli studenti, quelli di educazioni. Tutti questi studi si concretizzano in un’abbondante produzione grafiche (disegni per lo più), testi scritti dai partecipanti dove io intervengo, ma anche pitture, bozzetti ecc. Questo materiale è molto importante perché emergono da wuesto magma molte idee per altri progetti. Questa fase è molto legata allo studio ed è quella fondamentale per il mio lavoro successivo.

ATP:  Come hai strutturato la mostra ospitata alla Manica Lunga del Castello di Rivoli?

M.S.: Ho lavorato moltissimo pensando di attivare e riprende tutti i lavori del passato. Ci sono diversi spazi che sono lasciati completamente alla comunità: sono un set fotografico e cinematografico con tutte le installazioni scenografiche modificabili dal pubblico. C’è una serie di attrezzatura di altissimo livello, video camere ad alta definizione, cavalletti ostativi, proiettori Fresnel che sono specifici della cinematografia più professionale .. chiunque, artisti, gruppi di attore, film maker, fotografi, circoli fotografici, scelgono di prenotarsi questo spazio e di poter fare delle cose all’intero di questo spazio. Dalla pagina web del museo è possibile ricavare la email alle quali rispondo personalmente senza una selezione dei progetti. Tutti sono invitati a partecipare. Altro spazio, quello del set: è ‘provocato’ da Rosas (opera lirica realizzata nel 2012 il cui set è riprodotto a Rivoli). Un altro lavoro esposto è Variations, del 2011, realizzato con gli abitanti del lower east side di New York, attiva il laboratorio di scrittura creativa dove, tra le proiezioni del video e una serie di tavoli-bacheca che contengono tantissime riflessioni sul concetto di ‘variazione’ …

Ascolta l’intera intervista ?

Marinella Senatore How Do U Kill the Chemist (Come uccidere il chimico),   2009 20 C-print / C-prints,   60 x 40 cm ciascuna / each  Courtesy Prometeogallery,   Milano

Marinella Senatore How Do U Kill the Chemist (Come uccidere il chimico), 2009 20 C-print / C-prints, 60 x 40 cm ciascuna

Marinella Senatore,   HOW DO U KILL THE CHEMIST – PORTRAITS,   2009 C-Prints 60 x 40 cm ciascuna,   incorinciate - Courtesy Prometeo,   Milano

Marinella Senatore, HOW DO U KILL THE CHEMIST – PORTRAITS, 2009 C-Prints 60 x 40 cm ciascuna, incorniciate