Mal di Montagna MARS Milano - Veduta d’insieme,   da sx: Francesco Mattuzzi,   Pianeta bianco,   video,   14’,   2014. Fabrizio Perghem,   Sopra le foreste,   fotografia e calco in paraffina,   2012. Walter Niedermayr,   GoPro,   video HD,   7’44’’,   2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake,   Berlin/Stockholm. Amedeo Martegani,   Frane. L’impazienza della terra,   due stampe fotografiche analogiche a contatto,   2014.

Mal di Montagna MARS Milano – Veduta d’insieme, da sx: Francesco Mattuzzi, Pianeta bianco, video, 14’, 2014. Fabrizio Perghem, Sopra le foreste, fotografia e calco in paraffina, 2012. Walter Niedermayr, GoPro, video HD, 7’44’’, 2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake, Berlin/Stockholm. Amedeo Martegani, Frane. L’impazienza della terra, due stampe fotografiche analogiche a contatto, 2014.

E’ stata inaugurata pochi giorni fa la mostra “Mal di Montagna”, a cura di Michela Lupieri, ospitata nello spazio no-profit di Milano, MARS. La mostra unisce le opere di quattro artisti contemporanei di differenti generazioni e provenienze geografiche: Amedeo Martegani, Francesco Mattuzzi, Walter Niedermayr e Fabrizio Perghem. Attraverso linguaggi eterogenei – video, installazioni, fotografie – la mostra presenta la montagna come un luogo di stimolo per la ricerca artistica, e crea una narrazione che invita l’osservatore a confrontarsi con le alte quote.

Per ulteriori dettagli ?   CS Mal d imontagna, MARS, Milano 2015

Marco Tagliafierro ha posto alcune domande alla curatrice Michela Lupieri.

Marco Tagliafierro: “Acute Mountain Sickness”, la sindrome conosciuta ai più come mal di montagna, evoca per assonanza il “Mal d’Africa”, che relazioni hai scoperto tra di esse, oltre il piano linguistico?  

Michela Lupieri: Trovo che l’attrazione sia l’elemento chiave e d’unione tra le due espressioni. Dopo aver visitato il continente africano, i viaggiatori tornano a casa con un forte senso di nostalgia che si trasforma in un sentimento di attrazione tale che li spinge a voler tornare. Allo stesso tempo chi, come gli alpinisti,  si sottopone quotidianamente alle sfide imposte dalle alte quote andando anche incontro alla morte, si sente attratto da tutto ciò che l’esperienza in vetta può offrire loro, sia essa positiva quanto negativa. Inoltre anche nel caso di persone che vivono la montagna in maniera più sporadica, spesso accade che questa offra loro una serie di esperienze tali da spingerle a tornarci. Siano viste, panorami o spazi. Mi viene in mente, ad esempio, Giovanni Segantini che negli ultimi anni della sua vita sale sul Monte Schaftberg per ultimare il suo capolavoro e farsi ispirare dal contatto diretto con le montagne.

MT: Hai scritto nel testo che accompagna la mostra: “Nel corso della storia il territorio montano ha stimolato metodi inconsueti di osservazione …”, cosa hai riscontrato, in tal senso, a proposito della produzione artistica contemporanea? Partendo da Cezanne che ha riprodotto più di 50 versioni del Monte Sainte Victoire mi viene in mente.

ML: Giulio Paolini che negli anni Novanta crea l’installazione “La Montagne Sainte-Victoire” partendo proprio dalla montagna disegnata da Cezanne agli inizi del Novecento. Oppure in Francia Saadane Afif che crea il lavoro “Conquerant de l’inutile”: una piccola scala su cui sono impilati una serie di libri legati al mondo dell’alpinismo per ricordare che la scalata, come l’ascesa intellettuale sono, spesso, fini a se stesse. Oppure, tra i lavori esposti in mostra, lo sguardo profondo e contemplativo di Amedeo Martegani che nel lavoro “Frane. L’impazienza della terra” imprime su carta fotografica il cedimento di una porzione di roccia sugli Appennini romagnoli o Francesco Mattuzzi che in “Pianeta bianco” si spinge oltre i 2000 metri di quota per riprendere porzioni di terra ghiacciata sui residui delle valanghe, in un punto imprecisato del versante. Walter Niedermayr invece, ragionando sulle modalita’ con cui il paesaggio alpino viene inconsapevolmente manipolato dall’uomo, in “GoPro” trasforma la tridimensionalita’ del ghiacciaio in una campitura piatta di colore dove le figure paiono levitare sulla superficie. Lo spettatore contempla un paesaggio bianco in cui e’ difficile individuarne  l’orientamento come il senso di salita o di discesa. Infine, Fabrizio Perghem in “Sopra le foreste” unisce due elementi – l’immagine e la scultura in paraffina – per raccontare della sua impresa di scalata del Monte Cervino: un progetto stratificato nel tempo, complesso e molto intimo. Questo excursus, ovviamente non esaustivo, e’ un chiaro indizio di come siano molti gli artisti contemporanei attratti dalle alte quote e in cui si recano per realizzare progetti site specific.

MT: Apprendo ancora dal testo che accompagna la mostra che essa è il proseguimento di un più ampio progetto di ricerca, qual’ è, dunque, l’antefatto per questo progetto espositivo che hai presentato da Mars?

ML: Più di un anno fa sono stata coinvolta dall’amministrazione comunale del mio paese, Tolmezzo in provincia di Udine, a lavorare ad un progetto di mostra insieme alla critica e curatrice Raffaella Cargnelutti e alla Soprintendenza dei beni artistici e culturali del Friuli Venezia Giulia. La mostra, che inaugurera’ quest’anno a fine giugno, si intitola “Montagne di luce” e riguarda l’opera pittorica di Marco Tiziano Davanzo. Per il saggio critico inserito all’interno del catalogo, non essendo io specializzata nel filone della pittura di paesaggio ottocentesco, ho utilizzato le opere di questo autore come punto di partenza per sviluppare una riflessione piu’ ampia. La ricerca che ho condotto lungo quest’anno mi ha portato a leggere una serie disparata di testi e romanzi, storie molto eterogenee, legate al mondo delle alte quote. Queste letture mi hanno permesso di dimostrare come da sempre il paesaggio montano sia stato esplorato nel corso dei secoli, non solo da artisti ma anche da scienziati, esploratori, botanici e intellettuali.  

MT: Quali parametri hai preso in considerazione per l’allestimento di questa mostra, a mio modo di vedere, impeccabile, anche dal punto di vista dell’ambientazione? 

ML: Conoscevo già lo spazio di MARS, le sue dimensioni e le sue criticità. Eppure devo dire che l’allestimento e’ venuto in un secondo momento; quando ho presentato il progetto di mostra non avevo bene in mente la collocazione di tutti i lavori. Sapevo solo che nella parete di fronte all’ingresso avrei inserito un video, fruibile anche dall’esterno. Prima di allestire mi piace vivere lo spazio , osservarlo, starci per un po’ all’interno, per farmi ispirare. Soprattutto però è’ stato fondamentale il confronto con gli artisti ed allestire insieme a loro i lavori scelti. Una volta installati ci siamo accorti delle relazioni inaspettate che si andavano a creare.

Mal di Montagna MARS Milano - installation view - Walter Niedermayr,   GoPro,   video HD,   7’44’’,   2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake,   Berlin/Stockholm. Amedeo Martegani,   Frane. L’impazienza della terra,   due stampe fotografiche analogiche a contatto,   2014.

Mal di Montagna MARS Milano – installation view – Walter Niedermayr, GoPro, video HD, 7’44’’, 2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake, Berlin/Stockholm. Amedeo Martegani, Frane. L’impazienza della terra, due stampe fotografiche analogiche a contatto, 2014.

Mal di Montagna MARS Milano - Veduta dall’esterno,   particolari,   da sx:  Fabrizio Perghem,   Sopra le foreste,   calco in paraffina,   2012. Walter Niedermayr,   GoPro,   video HD,   7’44’’,   2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake,   Berlin/Stockholm.

Mal di Montagna MARS Milano – Veduta dall’esterno, particolari, da sx: Fabrizio Perghem, Sopra le foreste, calco in paraffina, 2012. Walter Niedermayr, GoPro, video HD, 7’44’’, 2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake, Berlin/Stockholm.

Walter Niedermayr,   GoPro,   video HD,   7’44’’,   2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake,   Berlin/Stockholm.

Walter Niedermayr, GoPro, video HD, 7’44’’, 2013. Courtesy: l’artista e Galerie Nordenhake, Berlin/Stockholm.