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E’ da poco terminata la residenza al  Frac Champagne-Ardenne di Luca Lo Pinto, editor e fondatore del magazine NERO, nonché uno dei più promettenti curatori del circuito italiano e, mi auguro, internazionale. Per celebrare il 30° anno della sua fondazione, il Frac Champagne-Ardenne ha invitato Luca Lo Pinto a lavorare non solo sui concetti di collezione e archivio, ma sulla stessa raccolta di opere d’arte conservate nei magazzini della pubblica collezione.

Alcune domande a Luca Lo Pinto in merito al suo progetto ‘Trapped in the closet’

ATP: Sei stato invitato ad una residenza al FRAC Champagne-Ardenne gli scorsi mesi. MI racconti brevemente ‘Trapped in the closet’, il progetto che hai presentato a fine residenza?

Luca Lo Pinto: Nei due mesi di residenza ho lavorato ad un progetto espositivo in relazione alla collezione del FRAC. Essendo l’identità dei FRAC fondata proprio sull’idea stessa di collezione ho pensato che fosse interessante lavorare su questo. Non mi interessava però curare una mostra tematica con una selezione di opere visto che le hanno sempre organizzate, le organizzano e le organizzeranno in futuro. Come avrebbe detto Douglas Huebler, il mondo è pieno di mostre del genere, più o meno interessanti; non voglio aggiungerne altre. Ho pensato così di ragionare sullo status delle opere d’arte nelle collezioni pubbliche. La maggior parte sono chiuse nei magazzini e di conseguenza ne fruiamo ma soprattutto le interpretiamo come immagini. A partire da questa riflessione ho scelto di dialogare con le opere della collezione del FRAC Champagne-Ardenne non in quanto “oggetti” ma in quanto “immagini”. Ho chiesto di avere una foto di ogni opera acquisita dal 1984 (anno di fondazione del FRAC) ad oggi, le ho poi stampate singolarmente su un foglio formato cartolina e successivamente ho scelto di collocare questa meta collezione all’interno di un’altro tipo di collezione: una biblioteca. Ho lavorato all’interno della Biblioteca Carnegie di Reims (una delle più importanti in Francia) dove, seguendo un’associazione personale, ho inserito ogni meta-opera dentro un libro diverso. Quindi 788 immagini per 788 libri.

ATP: I lettori della Carnegie Library di Reims si imbatteranno, in modo del tutto casuale, in alcune riproduzioni di opere d’arte disseminate in molti libri. Che reazione ti aspetti da questi ritrovamenti?

L.L.P: Ho scelto di non indicare la collocazione delle varie “opere” perché non volevo che il progetto fosse percepito come un giochino concettuale autoreferenziale. Mi affascinava l’idea di avviare un processo del quale non potessi controllare lo svolgimento. Sono riuscito a convincere la direttrice della biblioteca a tenerle lì per sempre. Quindi la mostra si potrà attivare tra un giorno, due anni o dieci. Qualcuno forse sposterà il documento in un’altra pagina di un libro seguendo un’altra associazione. Qualcun altro potrà rubarlo o trasferirlo in un libro diverso. In generale mi interessava che il progetto si modificasse a seconda delle reazioni del pubblico. Io ho semplicemente lanciato uno spunto che potrà essere o meno raccolto da altri.

ATP: Perchè ritieni importante riflettere sul concetto di ‘originalità’?

L.L.P: Viviamo in un’epoca storica dove la fruizione delle opere d’arte (ma ovviamente il discorso è estendibile a molto altro) avviene quasi esclusivamente attraverso testi, immagini o parole. La maggior parte delle volte non guardiamo opere ma jpgs. Il nostro bagaglio culturale è costituito più da un sentito dire che dall’aver esperito veramente. La nostra conoscenza è costruita intorno alle immagini. Quante delle opere d’arte che abbiamo studiato a scuola o all’università abbiamo visto dal vivo? Forse il 10% ma non per questo non le consideriamo parte del nostro sapere. E’ semplicemente un sapere diverso. Con questo progetto volevo portare questa riflessione alle estreme conseguenze all’interno del linguaggio espositivo.  In fondo si potrebbe pensare alle collezioni stesse più come “rumors” che oggetti reali. Basti pensare che le più famose performances dell’arte contemporanea (da Marina Abramovic, Gina Pane a Vito Acconci e Chris Burden) sono state viste dal vivo da un numero molto ristretto di persone.

ATP: Uno dei punti focali del progetto è la riflessione sull’inaccessibilità delle collezioni dei grandi musei. Ovviamente il problema è vastissimo, ma cosa proporresti per rendere più accessibili e visibile molte opere d’arte ‘intrappolate’ nei magazzini dei musei?

L.L.P: Non ho una risposta definitiva in merito perché il problema andrebbe valutato a seconda della collezione con la quale ci si confronta. In generale credo possano esistere tanti modi di attivare una collezione aldilà delle semplici rotazioni e riallestimenti delle opere, mostre tematiche o display virtuali. Gli spunti migliori spesso nascono dagli artisti. Penso alla mostra Raid The Icebox 1 curata da Andy Warhol nel 1970 al Rhode Island School of Art o quella di Hans Haacke al Museo Boijmans intitolata Viewing Matters.

Luca Lo Pinto,   trapped in the closet,   FRAC Champagne-Ardenne 2013

Luca Lo Pinto, trapped in the closet, FRAC Champagne-Ardenne 2013

trapped in the closet / A project of Luca Lo Pinto, curator in residence at FRAC Champagne-Ardenne

Luca Lo Pinto (1981) was invited to take part in the residency program at Frac Champagne-Ardenne from September to October 2013. Exhibition maker, writer and founder of the magazine NERO, he has recently curated the exhibitions Antigrazioso at Palais de Tokyo,  Luigi Ontani-AnderSennoSogno at H.C. Andersen Museum and D’après Giorgio at Giorgio and Isa de Chirico Foundation.

The FRAC Champagne-Ardenne was founded in 1984. It boasts of a collection of 788 works of art. Trapped in the closet uses the collection as conceptual starting point. The project stems from a desire to deal with the FRAC Champagne-Ardenne collection itself, which will celebrate its thirtieth anniversary in 2014.

Over the last decade there has been renewed attention, within the international curatorial debate, of exactly what it means to curate a collection, interpret it and what is the significance of a collection of contemporary art for an institution in the Twenty-First Century.

To imagine, devise and build a collection is one of the most complex challenges a curator can face. Many are the aspects that need to be taken into consideration, all of which influence the curator’s choices, as one is dealing with the collective. A curator working with a public collection has a great responsibility towards the community, because his actions have the power to affect the history of art, of an artist or of the social geographical context in which he operates.

In an era in which the technical reproducibility has reached levels never before imagined, it is useful to reflect on the value and significance of ‘originality’ in relation to the idea of a collection and the ways in which it is received. Today, a great deal of what we interpret and evaluate is not the result of direct experience; rather it is filtered by images or video. From this point of view, public collections are an interesting example of filtered experiences, as a large part of the works are trapped in warehouses, inaccessible to the public. On the average, an important museum exhibits between 2 and 4 per cent of its collection. Of the two million objects that the Metropolitan Museum of Art in New York possesses, only ten thousands are on display.

Our cultural background is based more on second hand information than first hand experience. In the end one could even think of collections as ‘rumors’ rather than real objects.Consequently, the fruition of a work of art happens almost exclusively via texts, images or words. Most of the time we look at jpgs, instead of objects. Each work in the collection has been reproduced on a separate page made in collaboration with a graphic designer.

Trapped in the closet was conceived on the basis of these thoughts and considerations. In fact, the project treats FRAC Champagne Ardenne not for what it is but for what the collection appears to be, conversing with the works not as objects but as images.

This meta-collection is presented inside the Carnegie Library in Rheims not only for the historical heritage of the Library, but also for his particular Art Deco style that led the city’s post war reconstruction. Founded in 1928 by Andrew Carnegie, American business man and philanthropist, the Carnegie Library represents a special type of collection, as a library is. 788 pages, corresponding to the number of works included in the FRAC collection up to today, will be placed within 788 different books preserved in the Carnegie Library, according to a free association between the book and the work itself.

The books of the Carnegie Library will function as ideal display spaces in which to insert the reproductions of the single pieces. From this point of view, the choice of presenting the works not ‘live’ but filtered through the photographic image, sets them on the same plane of the context which hosts them. In fact, if the library is a collection of examples which exists in a large number of copies, the museum was conceived as a collection of unique originals. Significantly, the books that have been chosen will not be highlighted, therefore the fruition will be entirely random with the works camouflaged inside the library.

A meta-exhibition of a meta-collection in a meta-physical context. With no expiration date.

Luca Lo Pinto,   trapped in the closet,   FRAC Champagne-Ardenne 2013

Luca Lo Pinto, trapped in the closet, FRAC Champagne-Ardenne 2013

Luca Lo Pinto,   trapped in the closet,   FRAC Champagne-Ardenne 2013

Luca Lo Pinto, trapped in the closet, FRAC Champagne-Ardenne 2013