Alcune domande a Luca Francesconi in occasione della sua mostra personale Geode Cupa, alla Fluxia Gallery. Fino al 10 marzo.

ATP: La tua mostra ‘gestante e potenziale’, tenta di descrivere un’identità femminile gravida. Perché questa scelta tematica?

Luca Francesconi: Nel 2009 avevo curato una mostra dal titolo Doppio Gobbo e riassumendo la tecnica adottata, si trattava di identificare un personaggio tramite delle opere, altrui in quel caso. In Geode Cupa ho fatto la medesima cosa utilizzando dei miei lavori, ovvero – e rispondo infine alla domanda – più che un tema, questa mostra vorrebbe costruire un personaggio: femminile, animalesco, gravido e un po’ nichilista. Che basta a se stesso.

ATP: Perché la scelta del titolo: ‘Geode Cupa’?

LF: In italiano il termine geode è maschile: mi sono preso la licenza di volgere l’aggettivo che lo accompagna al femminile, identificando l’aspetto femmineo della mostra. Mi affascina l’idea di una dimensione vuota, sprecata e potenziale all’interno di una roccia. Uno spazio assente in espansione, nato da un punto piccolissimo che si allarga creando una caverna ceca in un colosso di pietra. Trasponendo la forma, mi ricordava una specie di utero senza sbocco, dunque sterile.

ATP: Nel presentare la mostra, si descrive un evento che si immagina sempre lieto e solare come la maternità, in modo cupo e oscuro. Quale senso dare a queste parole in relazione alla mostra?

LF: Ho cercato di creare un progetto molto narrativo (come spiegavo prima, le opere sono composte da oggetti, oppure, nel caso di quelle in marmo nero, sono strettamente figurative). E devo dire, cara Elena, che dopo un po’ di titubanza mi sono particolarmente divertito: perché – a ripensarci – quando si adopera il termine “narrativo” per una mostra, spesso lo si fa in senso di critica: come un limite. Superato questo piccolo scoglio, mi sono sentito più me stesso, e devo dirti che ho riletto con nuova luce almeno tre o quattro altre personali degli ultimi anni.  Non che questo annulli le riflessioni sullo Spazio ed il Limite fatte fin qui, ma con Geode Cupa ho voluto anzitutto concentrarmi sulle mie tematiche, ovvero l’antropologia, la cultura rurale, ecc… E spero di averlo fatto così come lo dovrebbe fare uno scrittore, o un regista, consegnando all’osservatore un immaginario coerente attorno al quale organizzare una narrazione. Mi rendo conto di avere un po’ aggirato la domanda, ma ritenevo importante dire questa cosa. Nello specifico: la donna che idealmente abita quella specie di stamberga fatta di sete trasparenti, che velano la finestra e ne filtrano la luce, il cielo ed il tramonto, sono il contesto in cui – idealmente – l’identità che vorrei descrivere nella mostra si muove. Ognuno in questo contesto può gestire le proprie suggestioni, ma non vorrei specificare tutto in ogni dettaglio. Ho cercato un progetto narrativo, aperto, spero di non scivolare nel didascalico.

ATP: Avannotti che nuotano in una scodella, sassi, piccoli oggetti, un’impronta nera di fuliggine su un muro, marmo lucidato: sono tanti e poliedrici i materiali che vediamo in mostra. Quale legame è sotteso tra le opere?

LF: E aggiungo pelli d’anguilla, sete nere, pesci gatto fritti, terra di fiume, protesi in silicone per l’aumento dei seni, possiamo dire che ogni mia mostra – questa in particolare – sia prima di tutto una sequenza di materiali. Io penso che proporre un oggetto, ancora di più una pura materia, non sia un’operazione neutra, ma il tentativo di edificare negli occhi dello spettatore un campo semantico, il quale va ben al di là del semplice materiale. Questa tecnica ravviva, e dunque è strutturata attorno alle esperienze precedenti vissute dal pubblico, che nella mostra da un lato fruisce delle proprio vissuto personale e dall’altro, consciamente o meno, sottolinea l’esistenza di un vissuto collettivo. Utilizzo in maniera indifferente opere e oggetti e il limite è ben poco chiaro, perché come detto l’uno partecipa i significati dell’altro. Qualche volta penso che questa pratica sia molto prossima alla curatela, ma è la curatela che via via è divenuta un media artistico e tale dovrebbe esser intesa da tutti, spezzando definitivamente ogni connubio con la critica. In questa mostra vi sono dei marmi neri lucidati ad un (preciso) punto tale da renderli del tutto simili alla plastica: essendo stato quel carbonato di calcio impregnato – in epoca antichissima – da idrocarburi fossili (petrolio),   potremmo dire che condivide il medesimo DNA della plastica, pur restando, come in una transustanziazione, una pietra. Avvicinandoli a delle pelli di anguilla, che è come il cuoio, nera come la pece, non mi pare di trovarvi discontinuità estetica. Questo mi interessa molto: penso che la gestione di un materiale sia una scelta emotiva che si palesa in maniera empirica.

ATP: Nel comunicato stampa è citato il libro ‘Che cos’è la filosofia?’ di G. Deleuze e F. Guattari. Nello specifico, è ripresa una frase di Proust in relazione ad un evento “reale senza essere attuale, ideale senza essere astratto”. A prescindere dal caso puntuale della tua citazione, è interessante la relazione che esiste tra un concetto di filosofia come continuo divenire, dunque sostanzialmente un involucro ‘vuoto’ da riempire continuamente di ragionamenti e discussioni e l’immagine che hai suggerito per presentare la mostra: un geode  (cavità interna alla roccia) come spazio potenziale assente di luce. C’è una relazione o è un mio ‘viaggio’ verso un’illusoria ragionevolezza?

LF: Non è affatto un viaggio illusorio  🙂 . E anche se il comunicato non l’ho stilato io, ma la galleria, ho pensato che quel passaggio fosse preciso e descrivesse bene quanto fin qui detto. Penso che oggi ogni opera sia una limitazione. In una mostra si dovrebbe circoscrivere al minimo gli elementi artefatti, nel senso di “opere costruite”. Non credo che i marmi o i bronzi realizzati fin qui si possano catalogare in quel senso, essendo per lo più repliche di qualcosa di esistente. Anche se la mia ricerca ne è distante, sono stato molto affascinato in questi ultimi due anni da una serie di artisti che si sono  formati a Francoforte, e che in maniera molto riassuntiva potremo definire “post-internet”, anche se con la rete centrano relativamente. La caratteristica che io distillerei da questo nuovo percorso è quella di adoperare gli oggetti in maniera ideale, come forme archetipiche in senso aristotelico, tramutandole in forme medie di significato. Penso che nel momento in cui si applichi tutto ciò a degli elementi trovati sulla riva di una spiaggia o direttamente in natura, l’aspetto antropologico ritorni in gioco nella sua accezione primordiale. E’ in quel momento che il mio lavoro entra in gioco, ovvero quando in una mostra si riesce a portare dentro il mondo, facendo sì che la vita esterna continui, in maniera sintetica e ideale, all’interno dell’allestimento. Restando nello specifico della domanda, a me ha molto affascinato il parallelo riguardo l’ utero, ma certo un geode – o meglio, lo spazio vuoto in espansione che esso crea – è uno dei tanti esempi di metafisica che si  palesa nel reale (in teologia esiste il termine teofania – non è proprio uguale, ma si avvicina molto). Per me, con un po’ di elasticità concettuale, può esser considerato una versione in scala ridotta della materia oscura, ovvero quella parte dell’Universo che si manifesta solo attraverso i suoi effetti gravitazionali, ma non è direttamente tangibile. Anche gli oggetti, a maggior ragione le opere d’arte (che penso in maniera ormai indistinta), all’interno della dimensione di una galleria esercitano vicendevolmente funzioni che non sono solo estetiche, ma che inficiano e a volte stravolgono l’ontologia degli elementi. In questo senso Pavel Florensky e Bryce DeWitt hanno dato un grande contributo in campo teorico, mettendo in luce il raggiungimento di significati che la decorazione tradizionale europea, e in oriente l’ikebana, incarnavano già da tempo.

Luca Francesconi,   Geode Cupa,   2013 Fluxia Gallery,   Milano

Luca Francesconi, Geode Cupa, 2013 Fluxia Gallery, Milano

Luca Francesconi,   Geode Cupa,   2013 Fluxia Gallery,   Milano

Luca Francesconi, Geode Cupa, 2013 Fluxia Gallery, Milano