Fiammetta

Fiammetta

Breve conversazione tra Alessandro Rabottini e Luca De Leva, in occasione della sua mostra ‘Ho perso gli anelli, ma mi restano le dita’, alla Room Gallery. Opening martedì 29 Gennaio 2013 (la galleria ha una nuova sede in via F. Hayez n. 4)

Alessandro Rabottini: Vorrei iniziare chiedendoti qualcosa a proposito del titolo che hai scelto per questa mostra: ‘Ho perso gli anelli, ma mi restano le dita’. Che senso ha per te quest’immagine di una perdita, quest’idea che a rimanere siano le estensioni di un arto mancante, gli orpelli senza sostegno?

Luca De Leva: Perdere un anello è come tradire un’idea, una dimenticanza involontaria che lascia il segno bianco dell’ombra sul dito. La chiave di questa frase sta nel dimenticare, è un’azione che fa riaffiorare una presenza penetrante. Dall’idea si precipita nel corpo, alla stessa velocità con cui si toglie lo sguardo dallo schermo della macchina fotografica dopo uno scatto. Il titolo è tratto da un testo che recita anche: “Tradendo la mia natura, divento quello che sono”.

A.R.: In mostra mi hai raccontato che presenterai un insieme di lavori eterogenei: sculture gonfiabili e oggetti sottratti ad amici artisti, quadri fatti col dentifricio o con la schiuma da barba, una sorta di strano ready-made che tradisce la memoria della galleria stessa, dei timbri con numeri di telefono… Puoi dirmi qualcosa di più su quello che lega i diversi lavori tra di loro?

LDL: La mostra in sé è il lavoro e le singole opere sono immagini che vivacchiano sulla stessa ricerca che chiamerei scia. Sono tutte frutto di fisicità scomposte e trasformate, energie mie e di altri. La quotidianità dei comportamenti che le compongono le fa andare oltre il contesto dell’arte: esse nascono da relazioni reali che si svolgono nella vita di tutti i giorni, sono appunti di battaglie interne. I gonfiabili, ad esempio, li ho realizzati a mano con la stessa attitudine con cui in Libano ho scambiato la mia vita per una settimana con Jorgen Ekvoll, fondendo le nostre biografie e solo nel furto potevano completarsi. Lo stesso vale per i dentifrici (bave) o per le schiume: hanno senso nel momento in cui sono realizzati e continuano ad agire modificandosi in modo visibile ogni settimana, sono fusioni di reale e virtuale, idea e massa, parole e comportamenti. Amo l’eterogeneità e uso molti medium per concretizzare la stessa idea, vorrei che ognuno di questi portasse un’estetica diversa e definita e che una mostra personale sembri una collettiva, frutto di tante personalità ammassate come le facce di un dado.

A.R.:Il corpo – anche se in modo trasversale e attraverso una sensazione di mancanza o di difetto – sembra essere al centro di questa mostra, sei d’accordo?

LDL:  Come ci siamo detti una volta, il corpo è un ottimo materiale e le sue infinite potenzialità sono davvero molto eccitanti, è il livello zero da cui parte ogni attività umanistica, non c’è niente prima, pre-esiste alla storia. La carne e quello che la compone sono le radici da cui si dirama ogni altra idea, ogni possibile mutazione, è l’archivio per eccellenza, ma non è il centro del mio lavoro: piuttosto è il posto dove le cose accadono. I lavori sono degli esercizi, metodi che ripeto in serie facendone abitudini. Una volta compresa un’idea la trasformo in azione, rendendo me stesso il frutto di questo cambiamento. L’immedesimazione è il primo passo, ognuno di noi si modella di continuo, questo è il vero centro: la possibilità di divenire altro.

A.R.: Se dovessi tracciare l’albero genealogico delle esperienze – umane, artistiche e intellettuali – che ti hanno accompagnato nella maturazione di questa mostra, cosa e chi citeresti? 

LDL: In questo periodo viaggio molto e ho incontrato davvero molte persone, ho cercato di assorbire più idee possibili. Una lista di riferimenti e influenze sarebbe lunghissima, diciamo che ammiro certe attitudini che ritrovo anche in alcuni dei miei coetanei che, cercando di superare il tempo, mirano alla costruzione di qualcosa che non c’è. In Italia, oltre Boetti, abbiamo avuto Lucio Fontana, Gino De Dominicis o Carmelo Bene che cercavano di “differire la vita”, potrei continuare parlando di Kleyn e Werner Ruhnau, di Artaud e di molti altri, ma preferisco fermarmi qui, perchè il vero fatto da cui germina ogni mia immagine è la storia di mia sorella minore, affetta da una sindrome dovuta a una mutazione spontanea del suo DNA. Grazie a lei è da anni che ho davanti agli occhi un esempio reale di come la vita si protrae nel tempo, di come supera se stessa diventando immortale, finché nessuno potrà più parlarne. Sta tutto li, forzare meccanismi fisici e diventare l’idea che ho in mente.

A.R.: Mi sembra di capire che ci sia un’altra esperienza che, pur avendo una presenza molto discreta in mostra dal punto di vista visivo è, al contrario, stata fondamentale per te, e mi riferisco al tuo periodo di residenza in Libano, durante il quale hai scambiato la tua esistenza con quella di un’altra persona. Mi dici qualcosa in più di quest’operazione?

LDL: Alla fine del 2011 ho partecipato a DMF #1, lo “scambio di vita”: sono entrato nella biografia di un’altra persona lasciando la mia aperta a ogni contaminazione. Come ti dicevo prima ho lasciato che il mio archivio originario potesse arricchirsi di una serie di abitudini a me estranee… volevo affrontare fisicamente e nella maniera più radicale possibile un’idea. Era come far accadere qualcosa di fantascientifico nella vita reale. Ho avuto bisogno del contesto della residenza per questioni di budget e ho fatto andare Jorgen Ekvoll al posto mio, padrone della mia valigia, documenti, vestiti, computer e qualsiasi altra cosa, e viceversa chiaramente. In mostra ci sarà un testo che ho scritto poco dopo la fine dell’esperienza e che i visitatori potranno portare con sé. Si potranno leggere le linee-chiave di questa ricerca ma in maniera romanzata, nascoste tra doppi sensi.

A.R.: Non è semplice definire la parte che del progetto in Libano possiamo chiamare esperienza e quanto di essa possiamo chiamare lavoro. Te lo poni questo problema quando arrivi alla formalizzazione di un lavoro?

LDL: Esperienze e vita di ogni giorno sono un processo lavorativo. L’arte migliore proviene dallo sviluppo naturale dei fatti della vita. Grazie a DMF ho sviluppato un’attitudine che, altrimenti, sarebbe rimasta solo una fantasia. I lavori con i timbri, ad esempio, conservano una memoria di questa esperienza ma sono anche la matrice di qualcosa che può continuare nel futuro, nella vita di altre persone. Non a caso ho marchiato i muri della galleria con le informazioni necessarie perché quest’esperienza sia ricordata e continui nel tempo. Sto preparando una performance di questo tipo e che sarà presentata in mostra in forma disegno: così grazie a ciò che poteva restare soltanto una fantasia porto avanti una ricerca fisica in modo pubblico. Il fatto che certe questioni siano difficilmente comunicabili – come questa esperienza di scambio di identità – le rende ancora più interessanti da affrontare: trovo, infatti, che la formalizzazione sia una sfida platonica con le idee e anche un modo per aprire un varco verso di loro. Un’intuizione è un punto di partenza, ma anche il suo contrario.

Inchiostro su muro,   2013,   19 x 25 cm,   Room Gallery

Inchiostro su muro, 2013, 19 x 25 cm, Room Gallery