Testo di Valeria Marchi

LiveWorks in Residency part 2

Ultimo appuntamento con il reportage da Centrale Fies per LiveWorks in Residency, 11-20 giugno 2013: Giovanni Morbin, Valentina Curandi / Nathaniel Katz, Serena Osti e Anne Sophie Turion / Jeanne Moynot sono gli ultimi quattro artisti che vi presento. I lavori saranno proposti al pubblico il 30 luglio, in occasione del festival MEIN HERZ – Drodesera 2013. Sarà inoltre assegnato, durante la serata, il LiveWorks_performance art award.

Giovanni Morbin – BLU OLTREMARE Ibridazione 9

Giovanni Morbin (Valdagno, 1956) arriva a Dro dal vicentino con un pullman carico di persone: Kodjo Ignea Adjei, Assane Bance, Bassane Drissa Coulibaly, Gimi Randrianaina, Andrea Li Fu HaoA, Dennis Francis e Raymond Darko, Akhtar Rayhan, Alam Chand Sardar, Aliou, Endurance, Ahmed Eldin, Fowzia, Freda, Marie Antoinette, Rosina, Mehdi, Fatima, Zeinab, Arshad, Esther.

Basta poco per capire che non lavorerà da solo. Lo seguo per un pomeriggio e mi rendo conto che Giovanni è un artista, un educatore e un attento regista dei comportamenti umani. Se mi dice che con BLU OLTREMARE Ibridazione 9, progetto nato per una città di mare ma finora mai realizzato, vuole cercare un “principio di verità” a partire dalle stesse persone coinvolte, non esito a credergli. Nello spazio della Falegnameria di Centrale Fies, il fermento, la noia, l’attesa, gli interrogativi degli attori-non-attori sono vivissimi. Si fa la prova generale e la performance risulta una creazione astratta e secca. Appena sospinto da onde immaginarie di un mare umanissimo, lo spettatore sembra galleggiare o affogare. La performance nasce con l’aiuto di Elena Bressan, Ousmane Condè, Associazione Il mondo nella città o.n.l.u.s. – Schio (VI) e Piano Infinito Cooperativa Sociale – Montecchio Maggiore (VI).

Giovanni Morbin,   Credits Andrea Pizzalis

Giovanni Morbin, Credits Andrea Pizzalis

Valentina Curandi / Nathaniel Katz – Word for Word

Ripetizione, lentezza, familiarità e cura sono quattro parole che userei per descrivere l’attitudine artistica di CurandiKatz. Incontro Valentina Curandi, Nathaniel Katz e Olivia, la più piccola partecipante a LiveWorks, vicino alla residenza degli artisti accanto alla centrale, presso una vasca di pietra. Stanno facendo macerare della carta, poi la calpestano con degli zoccoli di legno creati da loro stessi e infine usano dei setacci per lasciarla depositare e stenderla in fogli. La performance Word for Word, tuttavia, parte da molto più lontano. Parte da una ricerca sui principi di trasparenza/delega e da un lavoro con/su i libri, che CurandiKatz portano avanti da alcuni anni, a partire dalla loro “biblioteca pacifista”. A Dro gli artisti hanno lavato nel fiume Sarca una raccolta di libri “infami”: si tratta di testi scritti da personalità che nel tempo si sono rivelate come ambigue, discutibili o equivoche. Cosa accade alle parole e alle teorie infami, una volta smaciullate e re-impastate? Il 30 luglio, i fogli saranno usati come mezzi per mostrare i meccanismi che sottendono i concetti di lavoro-prestazione-contratto.   

Valentina Curandi / Nathaniel Katz,   Credits Andrea Pizzalis

Valentina Curandi / Nathaniel Katz, Credits Centrale di Fies, Dro

Serena Osti – La Legge di Jante

La designer altoatesina Serena Osti ha lavorato in ambiti eterogenei: dai progetti, alle residenze, alle mostre collettive (Italo Zuffi/Careof, Milano 2011; Play3 Creative Residency/Ludiko.it, Omegna 2012; Cose Cosmiche/Galleria Artra, Milano 2012). Il lavoro dell’artista in residenza mi è parso un progetto di ricerca più che di produzione: un lavoro di documentazione, studio e parola, a tratti affabulatoria, che ha intrattenuto con i curatori nei dieci giorni di residenza.

Ho capito che la processualità e il non-finito sono aspetti chiave della personalità e della ricerca di Serena. La performance si basa sulla cosiddetta “legge di Jante” che definisce l’uniformità, la chiusura, la diffidenza di una comunità verso l’individuo. L’artista ha in mente il paradigma Trentino? “La Legge di Jante sottende un modello di comportamento che, all’interno delle comunità scandinave, critica e ritrae negativamente, come indegne e inappropriate, le realizzazioni individuali e il successo del singolo. (cit.: Wikipedia.org)”

Serena Osti,   iphone2013_5518,   LiveWorks

Serena Osti, iphone2013_5518, LiveWorks

Anne Sophie Turion / Jeanne Moynot – Frightenight

Quando da piccola andavo al luna park, la casa degli spiriti era una delle mie attrazioni preferite. Una volta riermersa dagli urli orrorifici, il fumo, la nebbia, le mani molli che cercano di toccarti e gli stridori metallici, pensavo che la paura provata fosse sempre troppo finta o troppo breve o troppo poco solitaria. Frightenight, a metà tra “notte” e “spaventoso”, è un lavoro nato dalla collaborazione di Jeanne Moynot e Anne-Sophie Turion, artista figurativa l’una, scenografa l’altra. La performance mescola paure private e collettive, riadatta e scompagina il repertorio visivo e linguistico dell’orrore cui l’immaginario cinematografico ci ha abituato. Le artiste mi dicono che il fondamentale obiettivo del progetto è “installare un’atmosfera”. Lo spettatore ne uscirà vivo? Forse.

Anne Sophie Turion / Jeanne Moynot,   Credits Andrea Pizzalis

Anne Sophie Turion / Jeanne Moynot, Credits Andrea Pizzalis

Centrale Fies, Dro (TN), 11-20 giugno 2013