Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva,   foto: Filippo Armellin - Courtesy the artists and ZERO…,   Milan. Installation view

Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva, foto: Filippo Armellin – Courtesy the artists and ZERO…, Milan. Installation view

La perpetua ricerca dell’essenziale dei due artisti portoghesi João Maria Gusmão e Pedro Paiva, votata alla messa in scena di ‘finzioni filosofiche poetiche’, rasenta forme di riduzionismo a volte acerbo, altre volte più amabile. Esempio ne sia la presentazione rocambolesca della loro mostra alla galleria Zero… Dove alla grande installazione della prima stanza, il ritmo rallenta, quasi incespica nella seconda e terza stanza.

Inscenando un ‘incidente estetico’ (il lancio, vero o fantasioso, del loro gatto dalla finestra del terzo piano), i due artisti non raccontano delle vicende, ma per mezzo delle vicende. Il girare di tanti giocosi cerchi luminosi (l’installazione presentata nella stanza principale composta da 5 proiettori in sincrono), così come il mostrare le fotografie di ruvidi dettagli di realtà non speciali, altro non sono che il tentativo di formulare una sorta di linguaggio poetico. La loro ricerca di sublime (nel senso di ‘elevato’, stare in alto), mi ricorda un libro letto molto tempo fa – di cui ahimè ricordo molto poco – ma che per mia fortuna mi è a portata di mano: Il Monte Analogo di René Daumal. Apro più o meno a caso il libro, ne copio un brano sottolineato:

“Non si può restare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere… A che pro, allora? Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto […] Si sale, si vede. Si ridiscende, non si vede più; ma si è visto. Esiste un’arte di dirigersi nelle regioni basse per mezzo del ricordo di quello che si è visto quando si era più in alto. Quando non è più possibile vedere, almeno è possibile sapere.” Il Monte Analogo, pp. 37-36

A loro modo, guardano e ci restituiscono non un mondo, ma un modo di guardare. Quando smettono vi vedere, tentano (a volte ci riescono molto bene) di descrivere il sapere con immagini non solo poetiche ma anche estremamente profonde, abissali. Le ridotte dimensioni dei loro eventi (cose che si rovesciano, che scivolano, che girano) compongono micro cosmi statici e solo all’apparenza impenetrabili. Ciò che dobbiamo imparare (nel vero senso di queste parole) è come guardare alla realtà (“le cose non hanno significato: hanno esistenza. La loro esistenza è il loro significato” scriveva Fernando Pessoa).

Nel loro modo ironico di ridurre l’essenziale a pochi tratti visivi, isolando un frammento minimo del reale (penso al pesce che si contorce nel piatto, la donna che si alza da un letto, l’infrangersi perpetuo delle onde su una scogliera ecc.) i due artisti sembrano svelare recondite e, al tempo, semplicissime verità: le cose sono li da sempre, ciò che muta è come osservarle, con quale intensità o sensibilità.

Che poi il loro gatto (il fu loro gatto, a quanto pare), nella sua gattitudine conservi nel dna un briciolo di ‘ferocitudine’ dell’ onça-pintada… questa è tutto un altro (buffo) discorso.

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? CS Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva, Galleria Zero…, Milano

Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva,   foto: Filippo Armellin - Courtesy the artists and ZERO…,   Milan. Installation view

Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva, foto: Filippo Armellin – Courtesy the artists and ZERO…, Milan. Installation view

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Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva, foto: Filippo Armellin – Courtesy the artists and ZERO…, Milan. Installation view

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Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva, foto: Filippo Armellin – Courtesy the artists and ZERO…, Milan. Installation view

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