Museo M.Marini - Le statue calde Foto Dario Lasagni,   veduta della mostra

Museo M.Marini – Le statue calde Foto Dario Lasagni, veduta della mostra

Franz Erhard Walther,   Copia da esposizione realizzata nel 2011 di Vier Körpergewichte,   Quattro pesi corporei,   # 42 di 1.Werksatz  -Prima serie di opere,   1963-69. Museo Marino Marini,   Le statue calde,   Foto Dario Lasagnii

Franz Erhard Walther, Copia da esposizione realizzata nel 2011 di Vier Körpergewichte, Quattro pesi corporei, # 42 di 1.Werksatz -Prima serie di opere, 1963-69. Museo Marino Marini, Le statue calde, Foto Dario Lasagnii

Da un parte chi tocca e si muove e dall’altra chi sta a guardare. Il pubblico della bella mostra inaugurata pochi giorni fa al Marino Marini, Le Statue Calde a cura di Simone Menegoi era diviso, appunto, tra chi compiva esercizi, prove, sfide o semplici movimenti e chi, perplesso e incuriosito, stava a guardare, si poneva delle domande, discuteva e fotografa. Una bambina senza scarpe, acclamata dalle compagne attorno, se ne stava ‘statuaria’ sopra una delle opere capitali della storia dell’arte italiana del ‘900: Base Magica di Piero Manzoni. Quest’opera è stata presentata oltre cinquant’anni fa assieme ad un’altra opera (azione) indelebile, quella delle Sculture Viventi: modelle e persone del pubblico autografate dall’artista e accompagnate da un attestato di autenticità. Base Magica eleva la persona qualunque a opera d’arte, per pochi secondi magici (appunto), diventiamo unici, eterni e inimitabili. Estendendo questo dogma – il piedistallo fa l’opera e se capovolto, a rigor di logica, il mondo intero diventa opera – al resto delle opere esposte negli spazi del Marino Marino, si attua un processo che difficilmente accade nei musei: noi visitatori diventiamo gli attivatori principali del senso delle opere, le animiamo, le utilizziamo come fossero oggetti ma, da qui la sfida, con nessuna finalità pratica.

La mostra si srotola attraverso la relazione intercorsa fra scultura, corpo e azione nel secondo dopoguerra, concentrandosi principalmente su artisti italiani, da Manzoni, Colombo, Pistoletto, passando per Bonvicini, Maloberti e Marisaldi, ai più giovani Alis/Filliol.

La mostra, per questa occasione, diventa uno strumento nelle nostre mani, le opere ‘inattive’ diventano o estensione del corpo o, siamo noi stessi opera, scultura. Da qui quell’aggettivo ‘calde’, insolitamente attribuito a delle statue, da sempre pensate e concepite fredde e per lo più immobili. Calde ma potremmo anche aggiungere, umorali, versatili, pericolose, scandalose, comode ecc. Perché questi sono gli insoliti aggettivi che, almeno in questa occasione, possiamo attribuire a delle opere d’arte, come fossero più vicini, per empatia, all’uomo che non alla materia inanimata.

Simone Menegoi ha escogitato un ‘concept’ senza dubbio affascinate, così come la scelta delle opere collima alla perfezione con il suo excursus concettuale: non siamo più visitatori che guardano e osservano, bensì siamo agenti attivi che, con le sculture giochiamo, ci camminiamo sopra, le indossiamo, le calciamo, le trasportiamo… E con queste azioni attivanti, entrano in gioco anche altri aspetti: il caso, come nell’opera di Gabriele Devecchi Scultura da prendere a calci (1959); la fatica come nelle sculture  in marmo da portare in giro di Italo Zuffi, Masse trasportabili (2013), o i gradini in mattoni di Marcello Maloberti, Messe en français (2013), da utilizzare per appoggiarsi e fare flessioni; l’immaginazione entra in campo per l’opera di Eva Marisaldi, che presenta Divisa per dar da mangiare agli uccelli (1994); l’equilibrio, ma più in generale la presa di consapevolezza del movimento del nostro corpo, mentre scendiamo con attenzione le rampe di scala ‘modificate’ nell’opera di Gianni Colombo,  Bariestesia (1975). Spiega Marco Scotini nel testo presente nel foglio di sala illustrato dai disegni-istruzioni di Marco Mazzoni: ““Le Topoestesie, le Bariestesie e le Architetture cacogoniometriche […] sono […] degli apparati in grado di catturare il movimento del corpo nella temporalità dei percorsi o degli itinerari programmati. Mettono in scena scale, archi, porte, colonne e istituiscono altre zone di contatto: quelle che coinvolgono direttamente il cinetismo del corpo, la direzione dei gesti, gli stati di equilibrio, i riflessi di postura. Il comportamento dello spettatore è costretto ad un vero e proprio disagio performativo attraverso itinerari discontinui, piani a forte pendenza, labirinti, pilastri diversamente inclinati. Da ciò derivano le note forme di spaesamento, destabilizzazione e deriva che provocano le strutture realizzate da Colombo non tanto come tentativo di fuga dalla cultura razionalista quanto piuttosto come volontà di autocoscienza e conoscenza: si perdono le proprie pratiche in ordine a meglio ritrovare sé stessi”.

Gianni Colombo,   Bariestesia delle scale,   1975,   Museo Marino Marini,   Le statue calde,   Foto Dario Lasagni,   veduta della mostra

Gianni Colombo, Bariestesia delle scale, 1975, Museo Marino Marini, Le statue calde, Foto Dario Lasagni, veduta della mostra

Mostra per ‘ritrovare se stessi’ o anche prendere consapevolezza dei propri movimenti, delle proprie azioni, dei limiti del proprio corpo, del suo ingombro. Prese di cognizione stimolate dalle opere dell’unico artista straniero in mostra, Franz Erhard Walter, che ha presentato Schreitsockel (Open frame, inwardly), del 1975 – una sorta di palcoscenico esistenzialista in acciaio dove collocarsi per dare visione di se (e del sé), e Vier Körpergewichte [Quattro pesi corporei] # 42 opera composta da una lunga fascia di tessuto circolare che si è animata grazie a 4 performer che l’hanno indossata o, meglio, abitata (dall’etimo di abito, “modo si essere, disposizione dell’animo”). In mezzo ad un pubblico perplesso e divertito (raro vedere ad un opening tante persone così animate, partecipi, incuriosite…), l’artista ha dato vita ad un campo magnetico eretto dalla tensione elastica del tessuto in trazione tra i 4 corpi ‘tiranti’.

Funziona la messa a confronto del video ‘Indumenti’ (1966) di Marinella Pirelli che documenta la costruzione dei ‘posaseni’ di Luciano Fabro per una modella d’eccezione Carla Lonzi, e le due sculture risultato della performance degli Alis/Filliol, eseguita a dicembre. I due artisti piemontesi hanno realizzato due maschere in stagnola riproducendo le sembianze l’uno dell’altro al buio.

Alla tensione la stasi che sostanzia l’opera di Michelangelo Pistoletto Struttura per parlare in piedi (Oggetti in meno) 1965-66. Come spiega lo stesso artista in un testo di quegli anni: “I lavori che faccio non vogliono essere delle costruzioni o fabbricazioni di nuove idee, come non vogliono essere oggetti che mi rappresentino, da imporre e per impormi agli altri, ma sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa – non sono costruzioni ma liberazioni – io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno, nel senso che portano con sé un’esperienza percettiva definitivamente esternata. […] Un elemento, per esempio lo specchio in molti miei lavori recenti, può anche essere mantenuto costante in più oggetti, perché accostato a situazioni e materiali diversi assume ogni volta un diverso significato all’interno della nuova combinazione. Altri oggetti possono essere determinati addirittura da una necessità puramente pratica di consumo, come la Struttura per chiacchierare in piedi, ecc. ecc…”

Ecco allora un’apertura concettuale rivelante: e se le opere d’arte fosse funzionali – tanto quanto a degli oggetti – alla nostra consapevolezza di stare al mondo? Fossero rivolte a asciugare i pensieri, incollare idee, tagliare preoccupazioni o pulire le coscienze?

Non è un po’ questa l’idea che potrebbe suscitare un’altra opera in mostra, Fluidità Radicale di Gilberto Zorio (non è presente l’opera ma una serie di fotografie che la mostrano): “La sequenza fotografica illustra l’uso di una scultura-utensile realizzata dall’artista, una pesante spranga di stagno dotata di un’impugnatura a staffa. Sulla spranga è incisa la prima parola del titolo, “FLUIDITÀ”; la seconda, “RADICALE”, è scritta in rilievo (e al contrario) sull’impugnatura. Quando si afferra la staffa, il peso del metallo imprime la parola sul palmo della mano, leggibile da destra a sinistra.”

Tra qualche mancanza – sarebbero state appropriate le sculture ‘ambulanti’ di Patrick Tuttofuoco (le biciclette di Manifesta o i Velodream, magari fatte girare nel centro di Firenze) o anche le sculture umane di Simone Berti (ricordo una sua installazione alla Fondazione Teseco di oltre una decina di anni fa), ma se ne potrebbero citare anche molte altre –, qualche opera ‘in più’ (la rampa ginnica di Maloberti sembrava pensata un po’ troppo ad hoc per il concetto della mostra), e opere perfettamente azzeccate, ‘Le statue calde’ si presentano – mi auguro – come una prima tappa ben congegnata che merita un proseguo altrettanto esaustivo e convincente.

GOOD!

? CS Le statue calde- ITA inaugurazione 18 gennaio 2014

Piero Manzoni,   Base Magica,   1961,   Museo M.Marini Le statue calde,   2014 Foto Dario Lasagni

Piero Manzoni, Base Magica, 1961, Museo M.Marini Le statue calde, 2014 Foto Dario Lasagni

Giovanni Morbin,   Strumento a perdifiato,   1996,   Museo Marino Marini,   Le statue calde,   2014,   Foto Dario Lasagni

Giovanni Morbin, Strumento a perdifiato, 1996, Museo Marino Marini, Le statue calde, 2014, Foto Dario Lasagni