Allora & Calzadilla,   Stop,   Repair,   Prepare: Variations on ‘Ode to Joy’ for a Prepared Piano,   2008. © Allora & Calzadilla. Performance a Palazzo Cusani,   Milano. Foto Francesca VergaAllora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation View Foto Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Stop, Repair, Prepare: Variations on ‘Ode to Joy’ for a Prepared Piano, 2008. © Allora & Calzadilla. Performance a Palazzo Cusani, Milano. Foto Francesca Verga

“Ci piace il potenziale di trasformazione contenuto nello humor, ci piace che un’opera possa influenzare fisiologicamente così tanto lo spettatore da produrre un’esperienza all’interno del suo corpo in forma di risata” (Hans Ulrich Obrist, Interview with Jennifer Allora & Guillermo, 2003/2009, Kunsthalle Zurich 2007)

In effetti, vedere una serie di cantanti lirici sdraiati dentro ad una montagna di poliuretano che simula l’escrescenza di un grande costolone roccioso, era un po’ buffo. Non faceva propriamente ridere, ma sicuramente era divertente.

Si apre con questa forte immagine la grande mostra personale – presentata dalla Fondazione Trussardi  – ‘Fault Lines’ di Allora & Calzadilla, la coppia di artisti che ci aveva stupito alla Biennale di Venezia di due anni fa, con un tapis roulant sopra un carro armato e un bancomat ‘musicale’ dentro al Padiglione Americano. A Milano, orchestrati dal nostro curator-star Massimiliano Gioni, i due artisti hanno sfoderato delle opere che calzano a pennello nel sontuoso Palazzo Cusani (residenza privata nobile barocca dirimpetto all’Accademia di Brera, attualmente sede del Comando Militare Esercito Lombardia, del Circolo Unificato del Presidio Esercito, oltre che ecc..).

Nel cortile, ‘Sediments, Sentiments (Figure of Speech)’, del 2007 accoglie con stupore i visitatori, per l’imponenza e l’imprevedibile animazione che muove la scultura. Sdraiati al suo interno, alcuni cantanti lirici interpretano dei brani tratti dai più importanti discorsi ufficiali pronunciati dai protagonisti della storia del ‘900 (Martin Luther King, Dalai lama, Hussein ecc.). Quasi a ribadire che le ‘parole sono come macigni’, l’opera – non senza ironia – smonta (e al tempo sconcerta) a livello metaforico l’interpretazione dei discorsi pronunciati dalle varie importanti personalità.  

Non crediamo nelle cose pubbliche, uno spazio non è mai pubblico. Alcuni dei lavori che abbiamo fatto nella sfera pubblica hanno affrontato la questione stessa di cosa costruisca uno spazio pubblico e di che tipo di azioni, gesti o attività siano destinati a quegli spazi. Spesso il nostro modo di percepire è stato di evidenziare i limiti di come questi spazi siano compresi e definiti.

(Helen Stoilas, The hell that in the Venice Biennale, The Art Newspaper, marzo 2011)

Con il filo conduttore della musicalità – che in modi diversi e con effetti cangianti anima quasi tutte le opere esposte – la mostra si sviluppa all’interno del Palazzo, partendo dalla scalinata d’accesso al primo piano. Sotto un affresco della scuola del Tiepolo, mi accoglie una trombettista jazz (Wake Up (Rising), 2013)che con le sue note mi porta fino alla grande sala Radetzky, dove campeggia una delle opere più note dei due artisti, ‘Repair, Prepare: Variations of ode to joy for a prepared piano’,  2008: un pianoforte con un grande buco nel suo centro, per ospitare il corpo di un pianista. Vedo il pianoforte inerme, aspetto un po’, e un ragazzo gli si inginocchia sotto per risbucare un secondo dopo nel suo interno. Non senza una certa abilità, il musicista inizia a picchiettare i tasti del pianoforte tentando (e riuscendoci abbastanza bene) di suonare la Nona di Beethoven. Quasi sadico nelle intenzioni, questo strumento reso multi-usabile (un pianista potrebbe suonare davanti e un altro seduto, sarebbe veramente ridicolo, per restare in tema), assume un’inattesa vitalità quando il musicista inizia a portarlo in giro nel grande salone, davanti agli sguardi divertiti dei giornalisti. Alle pareti due incredibili stampe xilografate. Incredibili perché la matrice con cui sono stati stampati era delle dimensioni di un billboard da copri-palazzo: oltre tre metri per quattro. Le due enormi stampe mostrano dei soldati di stanza in Afghanistan mentre festeggiano nel deserto la notte di Ognissanti, mascherati da supereroi. All’orizzonte di una delle due opere un’esplosione, unica traccia che allude al territorio in conflitto. Altra sala, altra opera molto famosa (installata a pochi centrimetri da un severo busto che ritrae Garibaldi) ‘Returning a Sound’ (2004): un video che mostra un ragazzo mentre attraversa delle strade dissestate dell’isola di Vieques (Porto Rico) in sella ad un motorino provvisto di tromba nel tubo della marmitta. Ad ogni accelerata, frenata, buca della strada, la trombetta muta la surreale suonata che, nelle intenzioni degli artisti diventa una sorta di ‘pernacchia’ alla violenza acustica subita dagli abitanti di quest’isola da parte dell’esercito americano che in questi territori ha avuto per anni una base militare.  

Uno dei temi principali di ‘Returning a Sound’ riguarda come quella terra sia stata segnata non solo dall’occupazione  militare, ma anche da una forma di occupazione sonora, attraverso i costanti test bellici con lanci di bombe. E’ stato uno dei primi momenti in cui questa  questione di come il suono sia socialmente e simbolicamente codificato ha iniziato a svilupparsi… ed è successo grazie a questo processo di lavorazione del nostro video.  (…) I segni, le tracce, la sopravvivenza – e la violenza implicita in questi atti –erano davvero cruciali. E con ‘Returning a Sound’, l’idea di una traccia sonora è stata introdotta nell’indagine di riappropriazione dello spazio.

(Beatrix Ruf, A book, Five Show, and the Music-Related Eorks. A dialogue with Allora & Calzadilla, Kunsthalle Zurich, 2007)

Ostruisce il passaggio come una grande ‘porta girevole’ umana l’opera successiva: ‘Revolving Door’ (2011). Un gruppo di ragazzi compie una serie di esercizi (mutuati dalle parate militari, da ginnastica ritmica, da semplice coreografia di danza) formando due diagonali che impediscono ai visitatori di passare liberamente nello spazio successivo. Bisogna attendere che i performer compiano i loro determinati passi per sgusciare nell’altra stanza. 

Inizia con il film  ‘Raptor’s Rapture’  (presentato all’ultima Documenta, Kassel), la trilogia che i due artisti dedicano ai complessi, imprevedibili e misteriosi legami tra musica, natura e mondo animale.

Raptor’s Rapture  mostra i tentativi di una musicista di suonare un flauto di 35.000 anni fa, realizzato con le ossa delle ali di un grifone, uccello rapace che si vede alle spalle della musicista nel video. Il video racconta di un arco temporale incommensurabile che lega il più antico strumento al mondo di recente scoperta e il pericoloso rischio di estinzione del grifone. Uno iato, dunque, tra la necessità dell’uomo di creare musica e la non altrettanta volontà di salvaguardare un animale che, a suo modo (e inconsapevolmente) ha contribuito alla creazione dei primi suoni. Nella stessa stanza, una scultura in bronzo ‘The Bira of Hermes is My Name, Eating My Wings to male Me Tame’ (2010): un elmetto provvisto di microfono, telecamera e un paio d’ali.

Nella sala seguente, Cyclonic Palm Tree : un’installazione di una grande palma finta provvista di un’elica rotante nel tronco. Non ho avuto per niente la sensazione del vulcano domestico… ma è una mia considerazione.

Seconda tappa del ciclo dedicato alla musica con l’impressionante video Apotom? (2013). Realizzato all’interno del museo di storia naturale di Parigi, il video si sviluppa da una storia in cui i due artisti si sono imbattuti, quella di due elefanti, Hans e Parkie, portati a Parigi nel 1798 come trofei di guerra.  Le immagini mostrano il cantante Tim Storms (che scopro essere un uomo provvisto di un’ugola rara che può produrre le note più basse del mondo, udibili solo dagli elefanti) che tocca quelli che sono i resti ossei dei due pachidermi. Gli artisti hanno scoperto che lo stesso anno della cattura dei due animali, una volta portati nella capitale francese, gli era stato dedicato un concerto, per capire gli effetti della musica sugli animali in cattività. Rinnovando gli intenti del primo esperimento Allora & Calzadilla hanno fatto eseguire Storms dei brani suonati oltre 200 anni prima. Le immagini lente, mostrano dettagli di ossa, primi piani del cantante mentre, accarezzando le antiche ossa degli animali, emette degli strani rumori che sembra quasi impossibile considerare come suoni prodotti dall’uomo. Sembrano più una profonda vibrazione proveniente dalle ossa, dal loro materiale eroso e reso spugnoso dal tempo.

Prima dell’ultima opera filmica, 3, una piccola stanza ospita ‘Petrified Petrol Pump’ (2012), una pompa di benzina pietrificata abbandonata dalla notte dei tempi. Quest’oggetto ci teletrasporta in un tempo futuro dove è stato conservato quest’oggetto simbolo dell’inevitabile sfruttamento delle risorse planetarie.

Termina il percorso espositivo ‘3’, il video che chiude la trilogia dedicata alla musica, alla natura e agli animali.  Meno incisivo di ‘Raptor’s Rapture’  e meno inquietante di Apotom?, ‘3’ racconta una possibile analogia tra una composizione musicale e le proporzioni della celebre Venere di Lespugue – manufatto in avorio di mammut risalente a circa 25.000 anni fa – una figura antropomorfa dalle caratteristiche femminili. Questa statuetta paleolitica costituisce uno dei primi esempi di raffigurazione del corpo. Definita bella da alcuni per le armoniche proporzioni del corpo, considerata da altri simbolo di fertilità, la Venere di Lespugue sembra rispettare con le misure lineari del suo corpo le proporzioni della scala musicale diatonica. La storia è senza dubbio affascinante e il ritmo delle immagini è ben congegnato (sequenze ravvicinate sulla statuetta, sulle mani della musicista che interpreta una partitura che il compositore David Lang ha scritto seguendo le proporzioni del reperto, del violino ecc.) ma alla fine non scatta quell’intrigante coinvolgimento che suscitano gli altri video.

Di punti di frattura – il titolo ‘Fault Lines’ si riferisce alle linee di faglia, alle fratture del suono provocate dallo smottamento delle masse rocciose in movimento – la coppia di artista ne hanno inscenati tanti in questa mostra. A volte i collassi sono più evidenti e incisivi, altre volte, il fascino dei primati sembra avere la meglio sull’importanza di rendere un evento una metafora per parlare del quotidiano. Penso all’attrazione dei due artisti per le eccezionalità: lo strumento più antico del mondo, il primo esempio di rappresentazione umana mediante un manufatto, la nota più bassa del mondo. Quando diventano assurdamente scenografici, perdono forse quella voglia di far ridere il corpo ‘con tutto se stesso’. Non è forse una frattura l’impossibilità di frenare una risata?

Nulla toglie la profonda capacità del duo di toccare temi importanti rappresentandone l’essenza con immagini forti e fortemente indelebili. Come scordare infatti l’uomo che naviga su un tavolo rovesciato, le gobbe di un cammello su un asse da stiro, il pianoforte per musicisti dai polsi snodati, le acrobazie sui macchinari ginnici? Immagini decisamente convincenti.   

Vediamo una relazione fondamentale tra la violenza e la forma, nel senso che la creazione di tutte le forme implica una vera violenza, a partire dall’esecuzione di tutto ciò che la suddetta forma non è. L’idea di “conflitto come forza estetica” è molto problematica per noi, perché porta a chiedersi in che modo la violenza sociale in forma di conflitto colpisca valori e inclinazioni sensoriali. Questa è una domanda provocatoria  che apre a nuovi punti di vista che non avevamo considerato prima nel rapporto tra il nostro lavoro e il militarismo o la musica. (…) La musica è spesso usata direttamente come un’arma per sminuire la capacità di combattere degli avversari e per aumentare la possibile resa.

(Carlos Motta, Allora Calzadilla, Bomb, 2009)

Allora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation View Foto Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Fault Lines, Fondazione Trussardi, Palazzo Cusani, Milano Installation View Foto Francesca Verga

Allora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation View Foto Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Fault Lines, Fondazione Trussardi, Palazzo Cusani, Milano Installation View Foto Francesca Verga

Allora & Calzadilla,   Raptor’s Rapture,   2012,   allestimento a Palazzo Cusani,   Milano. © Allora & Calzadilla. Photo Marco De Scalzi

Allora & Calzadilla, Raptor’s Rapture, 2012, allestimento a Palazzo Cusani, Milano. © Allora & Calzadilla. Photo Marco De Scalzi

Allora & Calzadilla,   Foto Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Foto Francesca Verga