Laurent Montaron,   Everyting we see could be something else,   2014 Installation view at Monitor,   Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor,   Rome

Laurent Montaron, Everyting we see could be something else, 2014 Installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome

Sensibilissimo nell’indagare cosa si nasconde dietro alla visione, ai gesti, ai meccanismi di pensiero, Laurent Montaron, nella sua mostra personale ‘Everything we see could be something else’ – ospitata alla galleria Monitor fino al 10 maggio – costruisce un labirintico sistema di fallaci percezioni (sensibili e intellettuali). Già dal titolo l’artista sembra dichiarare che tutto ciò che vediamo potrebbe essere ingannevole. Nell’ipotesi – ‘could’ e non ‘can’ –  e nella vaghezza dei significati, le sue opere sono continue interrogazioni sull’azione del guardare e del saper guardare, sull’atto del conoscere e, di conseguenza, sul sapere conoscere.

L’opera chiave – e la più affascinate e originale, a mio parere – dell’intera mostra è  la silenziosa ‘How can one hide from that which never sets?’: una vetrina con uno specchio tagliato a metà e installato obliquamente. Mi ero già imbattuta in un suo oggetto simile, nella mostra che l’artista aveva allestito negli spazi di Pigna Project (marzo 2013). Ora come allora Montaron, con una maniacalità da perfezionista, si è cimentato nella costruzione di quello che, all’apparenza, sembra un comune oggetto d’arredamento: una vetrina, un mobile o contenitore da salotto. La normalità (e severità) dell’opera, le sue quasi invisibili imperfezioni (lo specchio presenta delle piccole macchie scure, così come alcune rifiniture del legno, negli incastri, tradiscono degli impercettibile difetti), sono le tracce che l’artista lascia come indizi per indicare i confine delle apparenza.

Il significato di questa operazione, infatti, si nasconde su più livelli: la lunga lavorazione manuale, le tracce-difetti disseminati per testimoniare la finitezza e modestia dell’oggetto artistico, non ultime, le più evidente scelte costruttive che minano la funzionalità dell’oggetto mobile e ne testimoniano la menzognera sensatezza.

L’oggetto è stato costruito interamente dall’artista che, con perizia, ha studiato il procedimento chimico grazie al quale sono nati gli specchi che conosciamo. Senza scomodare le tecniche poco efficaci dei vetrai veneziani (i loro famosi specchi, in realtà, avevano una capacità riflettente molto ridotta rispetto a quella a cui siamo abituati) Montaron ha rispolverato  l’ideazione di Justus Von Liebig, un chimico tedesco, che nel 1835 mise a punto il procedimento della creazione degli specchi, che consisteva nel depositare su di una lastra di vetro una sottilissima superficie di argento metallico. (Una piccola dedicata alla creazione degli specchi la si può anche vedere nel film in mostra ‘The Nature of the self’).

Costruttore/pensatore Montaron, nella fabbricazione della vetrina ha messo in atto delle modifiche tali che sia evidente la lontananza tra il concetto di funzionalità e illusorietà insito nell’oggetto (scarto che rende appunto quest’opera una base dialettica su cui riflettere). Spostando lo specchio in obliquo rispetto al fondo della vetrina, la capienza della vetrina risulta dimezzata. Ma non solo, mettendosi davanti alla superficie riflettente, non ci deviamo specchiati, ma bensì vediamo lo spazio alla nostra sinistra. L’artista colloca anche un sottile neon dietro allo specchio ottenendo così due effetti: la luce tradisce lo spazio vuoto retrostante lo specchio; la luce prodotta dal neon, filtra appena, creando lo strano effetto che farebbe un raggio di sole entrato furtivo da una finestra. Ovviamente, non c’è nessuna finestra né tanto meno un raggio di sole.

Nello spazio della galleria, anche due fotografie: ‘Everything we can describe could be something else’ (2014) e ‘Everything we see could be something else’, 2014. Le immagini – due fotografie realizzate grazie ai tempi lunghi della registrazione fotografica – altro non sono che la registrazione visiva di tutti i gesti compiuti dall’artista per la realizzazione della colonna sonora del video ‘The Nature of the self’.

Quest’ultimo – realizzato con il supporto dell’Accademia di Francia a Roma / Villa Medici nel 2013, mentre l’artista era pensionnaire presso di essa -, proiettato nella seconda sala della galleria, ci immerge in una dimensione onirica dove l’artista racconta un’intima esperienza sull’atto del guardare e, più esteso, sulla consapevolezza della comprensione del mondo. Attraverso inquadrature perfette e visivamente molto poetiche – suggeriscono una vasta cultura sia cinematografica che della Storia dell’Arte – Montaron ci racconta di riflessi (veri e metafisici), di sguardi (reali e surreali) e di esperienza personali di quando, tra realtà e incoscienza, l’artista cerca di ricordare l’origine di una possibile ‘età della ragione’: “Per quanto lontano posso andare nei miei primi ricordi, non riesco ad afferrare il momento originario dell’affiorare di essi, quando le altre prime parole che hanno costruito il mio pensiero sono apparse nella mia mente come mie.”

Mostra che suggerisco di assaporare con molto attenzione e lentezza.

Laurent Montaron,    Nature of the Self,   2014 Film,   1:1.85 17' 50'' Courtesy: the artist and Monitor,   Rome

Laurent Montaron, Nature of the Self, 2014 Film, 1:1.85 17′ 50” Courtesy: the artist and Monitor, Rome

Laurent Montaron,    Nature of the Self,   2014 Film,   1:1.85 17' 50'' Courtesy: the artist and Monitor,   Rome

Laurent Montaron, Nature of the Self, 2014 Film, 1:1.85 17′ 50” Courtesy: the artist and Monitor, Rome

Laurent Montaron,   How can one hide fron that which never sets?,   2014 Wood,   glass,   neon light,   silver nitrate,   sodium hydroxide,   glucose,   ammonia,   nitric acid,   distilled water 80,  2 x 127 x 34,  6 cm Installation view at Monitor,   Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor,   Rome

Laurent Montaron, How can one hide fron that which never sets?, 2014 Wood, glass, neon light, silver nitrate, sodium hydroxide, glucose, ammonia, nitric acid, distilled water 80, 2 x 127 x 34, 6 cm Installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome

Laurent Montaron,   Everything we see could be something else,   2014 Inkjet print on rag cotton,   119,  5 x 142,  5 cm Courtesy: the artist and Monitor,   Rome

Laurent Montaron, Everything we see could be something else, 2014 Inkjet print on rag cotton, 119, 5 x 142, 5 cm Courtesy: the artist and Monitor, Rome

Laurent Montaron,   Everything we can describe could be something else,   2014 Inkjet print on rag cotton,   119,  5 x 142,  5 cm Courtesy: the artist and Monitor,   Rome

Laurent Montaron, Everything we can describe could be something else, 2014 Inkjet print on rag cotton, 119, 5 x 142, 5 cm Courtesy: the artist and Monitor, Rome