Fino a domenica 19 gennaio, al Teatro Elfo Puccini di Milano, è in cartellone “L.I. Lingua Imperii”, il penultimo lavoro della compagnia Anagoor. In scena uno spettacolo importante, denso, sublime come la natura e l’uomo, che attraggono per il loro lirismo ma rendono ansiosi per la loro subdola complessità.

Il tema della lingua come strumento di potere è un pretesto per affrontare “di petto” la sempre scottante tematica della volontà di decisione sulla vita e la morte, sul dominio dell’uomo sull’uomo. Il testo forte e il ritmo incalzante, così come le immagini e le musiche scelte con cura, creano un’atmosfera intensa e coinvolgente dalla quale sarà difficile sciogliersi.  Molte le suggestioni dalla letteratura, basti citare Primo Levi, Elias Canetti e W.G. Sebald; così come le fonti iconografiche: Markus Schinwald, Collier Schorr e August Sander, solo per citarne alcune.  Questzo spettacolo ha visto il premio Jurislav Koreni? per la regia al GRAND-PRIX del 53mo Festival MESS di Sarajevo 2013.

Abbiamo incontrato Simone Derai – fondatore della compagnia Anagoor e direttore della regia di “L.I. Lingua Imperii” – per capire meglio questa complessa e toccante opera teatrale. 

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L.I. Lingua Imperii © Anagoor

L.I. Lingua Imperii © Anagoor

ATP: Come è nata l’idea per questo spettacolo?

Simone Derai: Per noi, i progetti che facciamo, il ‘passo’ che facciamo non è mai un salto. Questo ultimo progetto, ‘L.I. Lingua Imperii’, era già in nuce nei progetti precedenti che abbiamo realizzato, ‘Fortuny’ del 2011, la ‘Tempesta’ del 2009 e ‘*jeug‘  del 2008. Tutti e tre sono lavori in cui non abbiamo utilizzato la parola come mezzo espressivo. Abbiamo fatto questa scelta perché in quella fase del nostro lavoro ritenevamo adeguato da una parte il potere delle immagini con tutte la sua potenza, dall’altra attendevamo una sorta di maturità per inserire il recitato nelle nostre realizzazioni. Al centro di questi lavori venivano indagati l’assenza del dialogo e della comunicazione tra le persone, penso a ‘Tempesta’, o si tentava di tracciare altre forme di relazioni, come nel caso di ‘*jeug‘, tra un essere umano e un cavallo. In entrambi i casi tentavamo di scoprire forme autentiche di comunicazione. Dentro a questa visione pessimistica sull’impossibilità di trovare una forma di comunicazione, abbiamo cercato di ragionare su una visione della storia dell’uomo come tutta tesa verso il predominio e la sottomissione dell’uomo sull’uomo… E’ in questo spettro di contenuti che ci è venuta l’idea di indagare ‘di petto’ la questione del desiderio di supremazia dell’uomo nella storia. Supremazia che diventa pratica violenta. Questa ci ha portato a un’analisi attenta di tutte quelle dinamiche e pratiche violente quali il bracconaggio, l’uccisione di animali, la caccia ecc., allargando questo concetto alla caccia dell’uomo.

ATP: Cosa significa ‘Lingua Imperii’ e perché lo avete scelto come titolo?

S.D.: Il titolo prende a prestito il titolo di un saggio che è “L.T. I. Lingua Tertii Imperii” di Victor Klemperer, filologo tedesco ebreo che aveva una cattedra di letteratura e filologia a Dresda. In quanto ebreo, a causa delle leggi razziali aveva perso la cattedra. Non fu mai arrestato e inviato nei campi di concentramento perché era sposato a una donna non ebrea. Per non perdere lucidità, per gli ovvi sensi di colpa e per tutto ciò che stava succedendo, ha cominciato a tenere un diario con un obbiettivo preciso. Annotare tutte le trasformazioni della lingua tedesca negli anni del Terzo Reich; trasformazioni che procedevano per riduzione e impoverimento della lingua. Già il fatto che il titolo fosse un’abbreviazione è una scelta ironica verso l’utilizzo smodato che la propaganda nazista faceva delle abbreviazioni, così come verso la creazione di slogan, espressioni dove la lingua perde ogni sfumatura e ricchezza. Per noi, Klemperer è stato una sorta di nume tutelare con il suo saggio, così come la figura di Primo Levi. Fondamentali per questo spettacolo sono le prime pagine del suo libro ‘I sommersi e i salvati’. Sia Klemperer che Levi o Canetti sono dei fantasmi che aleggiano sullo spettacolo; non abbiamo però preso a prestito le loro parole, abbiamo preferito parole di autori che appartengono a generazioni successive, nati dopo il ’45. Questi scrittori, che non hanno conosciuto direttamente l’orrore,   si mettono nella posizione scomoda di tornare a riflettere su questi temi dolorosi.  

ATP: Mi racconti brevemente la sinossi della rappresentazione?

S.D.: Posso raccontarti l’impianto di ‘Lingua Imperii’, perché non esiste una trama, sebbene un’ossatura dello spettacolo sia rappresentata da tre dialoghi, due dei quali proiettati su dei grandi schermi a cristalli liquidi sospesi, che ospitano due capitani nazisti impegnati in una discussione. Queste figure sono state estrapolate da un romanzo di Jonathan Littell, ‘Le Benevole’. I tre dialoghi avvengono, nel romanzo e nello spettacolo, sul fronte sud orientale dell’avanzata tedesca, nel Caucaso. Nel romanzo un giovane linguista tedesco, Lieutenant Voss, ufficiale dell’esercito, viene interpellato da una commissione militare che deve deliberare sulla presunta discendenza ebraica di alcune popolazioni montane e quindi sulla loro eventuale distruzione. L’immane lista di lingue e dialetti parlati nell’area, restituita analiticamente e scientificamente da parte del giovane linguista, dimostra l’impossibilità di una distinzione ragionevole di una razza dall’altra, ma non solo, anche da una cultura da un’altra così come per la religione. Nel groviglio di popolazioni del Caucaso, il linguista deve dimostrare se loro siano effettivamente ebrei. In realtà questa comunità è un paradosso, in quanto pratica la religione giudaica ma non ha una lingua d’origine semitica. Il Caucaso è una regione geograficamente molto limitata, ma che accoglie un tratto di lingue, culture, etnie, religioni che si incrociano e che nel tempo si sono conservate per via della morfologia del territorio. Tanto che gli arabi hanno chiamato questa zona la “montagna delle lingue”. In questo labirinto inestricabile, la caccia all’ebreo ha subito una grande battuta d’arresto. Nel dialogo tra i due militari, si riscontra dunque l’incapacità di una scienza, come quella della linguistica, di stabilire ragionevolmente e dare credito della distinzione tra una razza e un’altra. Giustamente il linguista dice: si può far dire qualsiasi cosa alla scienza, ma non è così che funziona. In realtà, l’idea dell’originarietà, è un’idea assurda. E, nei tre brani della rappresentazione, si smantella appunto quest’idea, cioè il castello teorico che cerca di giustificare la pratica cruenta della caccia. Nello spettacolo inseguiamo questo filone, suggerito dal segmento letterario delle ‘Benevole’. Il pretesto perché si delinei il confine tra chi può essere cacciato da chi può cacciare può essere qualsiasi cosa, religione, territorio, cultura, sesso. Abbiamo preso come pretesto la lingua anche per legarci alla nostra ricerca sull’impossibilità di comunicare, e qui mi riferisco alla domanda precedente.

I tre dialoghi corrispondono a delle scene, a tre interventi di un coro o comunità di uomini e donne (8 in scena) che fanno da specchio alla comunità degli spettatori.  Queste presenze, attraverso i gesti, il canto corale dal vivo e una voce che suggerisce degli stimoli per lo spettatori, pongono degli interrogativi a chi guarda.  Laddove tocchiamo dei concetti dolorosi, che rasentano l’inesprimibilità, ci affidiamo alla ‘verticalità’ del canto. Se non ci arriva la parola, ci affidiamo ai suoni per un’ulteriore sublimazione. Il canto in questo caso ci permette di esprimerci in modo diverso e forse più profondo.

L.I. Lingua Imperii © Anagoor

L.I. Lingua Imperii © Anagoor

ATP: Che analogie ha, a vostro parere, ‘Lingua Imperii’ con il presente?

S.D.: Il nesso o, come dici tu, le analogie tra le tematiche che affrontiamo come la violenza, la discriminazione, la caccia, le ingiustizie, le abbiamo – a mio parere – respirate per oltre vent’anni. Sono cresciuto e non mi sono mosso dal Veneto. Con i miei compagni, questo progetto ha da sempre voluto essere radicato a Castelfranco Veneto. Non ci interessava andare in cerca di fortuna come attori, da soli. Volevamo un percorso collettivo. Si sentiva già, 12-13 anni fa, quando abbiamo fondato la compagnia degli Anagoor, la necessità di opporre una pratica ‘politica’ – attraverso l’arte – di linguaggio diverso e di parole diverse che potessero anche fungere da ‘argine’ a una visione stretta della comunità.  Sto parlando, nello specifico, delle relazioni o dell’atmosfera che si respira nelle comunità in cui siamo cresciuti. Abbiamo osservato come sono state accolte le persone che venivano da fuori e abbiamo percepito una forte antipatia nei confronti degli ‘altri’. Penso al linguaggio della Lega e delle altre forze politiche che hanno utilizzato una forma di propaganda sul territorio.

Per certi versi la vostra può essere definita una forma poetica di protesta? Avete tradotto il vostro disagio in rappresentazioni sceniche…

S.D.: In effetti si, per molti dei temi che abbiamo trattato nei precedenti spettacoli. Abbiamo affrontato tematiche come la trascuratezza culturale, l’utilizzo improprio di certi simboli veneti o della Serenissima, ad esempio. Abbiamo cercato di rimettere in circolo le stesse sintassi e parole di un certo Nord-Est, ribaltate o affrontate, osservate, studiate nella loro storia. Non tutto appare così lineare… Dici bene, il nostro è un progetto politico, in un senso molto ampio.

Vista questa vostra intenzione di radicarvi nel territorio… O meglio, la vostra volontà di lasciare un segno innanzitutto nel vostro territorio di provenienza, concretamente, avete avuto degli effetti o reazioni concrete? 

S.D.: Non saprei. Non me lo sono mai chiesto. Certo ci siamo ‘allargati’, come compagnia, fondando uno spazio, La Conigliera (Resana, Treviso). Abbiamo adottato un ex-allevamento di conigli, trasformandolo in spazio teatrale. E’ un atelier molto grande dove produciamo i nostri lavori. Questo spazio si apre a molti artisti, c’è un festival annuale di teatro… La forma di ‘contagio’ o gli effetti di cui mi chiedi sono legati alla Conigliera come luogo per condividere determinati progetti e idee. Non ci interessa indottrinare nessuno. Il contagio che abbiamo voluto operare è stato quello di rendere più frequente l’incontro con i linguaggi del contemporaneo, educare dunque, nel senso più bello… Incontrare il pubblico perché il pubblico potesse conoscere e venire in contatto con più realtà possibili. Senza nessun tipo di presunzione.  Per noi la strada è questa, ‘aprire semplicemente la porta’, e dare la possibilità alle persone di vedere e conoscere cose diverse.

ATP: Sono molte le fonti a cui vi siete ispirati. Ho visto che citate alcuni artisti e fotografi contemporanei e appartenenti alla cultura del ‘900. Mi raccontate il perché di queste scelte iconografiche?

S.D.: Sì, abbiamo spaziato su riferimenti artistici contemporanei. Anche se qualcuno ha parlato addirittura di pittura fiamminga per quanto riguarda alcune immagini dello spettacolo. C’è in effetti il ricordo della ritrattistica veneziana. Venezia è stata crocevia tra nord e sud, penso ad Antonello da Messina, Giorgione, all’incrocio con la Germania. In noi, quella ritrattistica è fusa con la nostra visione dell’uomo. In ogni caso ci sono tante visioni e tanti riferimenti.

ATP: Con quale sensazione vorreste che uscisse il visitatore dalla sala dopo aver visto ‘Lingua Imperii’?

S.D.: Nello spettacolo c’è un’ultima scena dove si invita lo spettatore a fare una sorta di scalata verso le cime del Caucaso. Fuor di metafora, si invita a salire e, contemporaneamente, è un salire verso l’alto, ma è anche uno sprofondare nella melma della fossa comune. Si procede per tappe, attraverso un elenco non esaustivo degli eccidi della storia. Si passa da Varsavia a Srebrenica, alla Armenia del ‘400. Si finisce poi in un massacro o caccia sanguinosa – si torna nel mito – e le ultime immagini sono di una narrazione mitologica ripresa da W.G. Sebald (Gli anelli di Saturno), che cita Flaubert; racconta la storia di San Giuliano, patrono dei cacciatori. Nella sua vita il santo ha percepito violentissimo il dramma dell’annientamento degli esserci viventi, a partire dall’uccisione di un piccolo topo in chiesa per giungere a un massacro di un numero pazzesco di cervi, orsi, stambecchi, maiali… Quindi lo spettacolo termina con una sorta di ‘pioggia’ di sangue.  Alcuni – soprattutto in Italia – ci hanno criticato rispetto a un pericolo di diventare retorici perché abbiamo affrontato in modo esplicito, e non per evocazioni, alcuni drammi. Penso al massacro di Srebrenica. Un evento risalente a non tanto tempo fa, ma molto prossimo sia temporalmente che geograficamente.

Non è stata una scelta strategica, non vogliamo né irritare né puntare il dito… Ci siamo impegnati in prima persona. Lo scorso settembre siamo stati a Sarajevo, città dove determinate vicende che citiamo nello spettacolo sono sentite in modo molto forte. Eravamo preoccupati di essere stati inappropriati nel nostro modo di raccontare e sublimare le vicende dolorose, vicende che non abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Lì il confronto è stato bellissimo invece, c’è stato un momento di scambio molto sentito durante il festival (53mo Festival MESS). In molti hanno capito che uscire dalla metafora, per parlare esplicitamente dei drammi, è una cosa importante e quasi doverosa. Il nostro obbiettivo è di smuovere le coscienze, far percepire le realtà in modo diverso.

ATP: Progetti per il futuro?

S.D.: Le prossime settimane saranno molte intense per noi. Le repliche di ‘Lingua Imperii’, dopo Milano, saranno a Udine il 25 al teatro Contatto. Poi saremo in Conigliera da noi a Treviso, poi a Pesaro, Bolzano… ecc.  Poi ci sarà il debutto del nuovo lavoro, ‘Il Palazzo di Atlante’: un lavoro ancora sulla storia, attorno a due figure storiche, una in particolare, Virgilio, e in relazione al potere, questa volta dell’arte.

(ha collaborato Martina Odorici)

PROSSIME REPLICHE

14, 15, 16, 17, 18 e 19 gennaio 2014? h 21.00?

Teatro Elfo Puccini, Milano?Anagoor?L.I. | LINGUA IMPERII 

25 gennaio 2014?h 21.00 

?CSS  Teatro Contatto 13-14?

Teatro Palamostre, Udine?Anagoor?L.I. | LINGUA IMPERII

31 gennaio 2014? h 21.00

?TeatrOltre 2014?Teatro Rossini, Pesaro?Anagoor?L.I. | LINGUA IMPERII

12 marzo 2014? 

Teatro Stabile di Bolzano?Teatro Comunale, Bolzano?Anagoor?L.I. | LINGUA IMPERII

L.I. |  Lingua Imperii 
violenta la forza del morso che la ammutoliva
 

Con Anna Bragagnolo, Moreno Callegari, Marco Crosato, Paola Dallan, Marco Menegoni, Gayanée Movsisyan, Alessandro Nardo, Eliza Oanca, Monica Tonietto
e con Hannes Perkmann,  Hauptsturmbannführer Aue; Benno Steinegger,  Leutnant Voss
Voci fuori campo di Silvija Stipanov, Marta Cerovecki, Gayanée Movsisian, Yasha Young, Laurence Heintz
Traduzione e consulenza linguistica Filippo Tassetto
Costumi Serena Bussolaro, Silvia Bragagnolo, Simone Derai
Musiche originali Mauro Martinuz, Paola Dallan, Marco Menegoni, Simone Derai, Gayanée Movsisyan, Monica Tonietto
Musiche non originali Komitas Vardapet, musiche della tradizione medievale armena
Video Moreno Callegari, Simone Derai, Marco Menegoni
Drammaturgia Simone Derai, Patrizia Vercesi
Regia Simone Derai
Produzione Anagoor 2012
Coproduzione Trento Film Festival, Provincia Autonoma di Trento, Centrale Fies, Operaestate Festival
Con il sostegno di APAP Network Culture Programme of European Union
Iniziativa realizzata con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto
Anagoor è parte del progetto Fies Factory
Residenze SC – Culture of change | University of Zagreb – Student centre | Zagreb, HR; Tanzfabrik | Berlin, D; Conservatoire de Strasbourg | Strasbourg, F

L.I. Lingua Imperii © Anagoor

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L.I. Lingua Imperii © Anagoor

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