Beatrice Marchi,   Che Cattiva Katie Fox,   Gasconade,   Milano 2014

Beatrice Marchi, Che Cattiva Katie Fox, Gasconade, Milano 2014 Foto: Alessandro Zambianchi

Intervista con Beatrice Marchi – attualmente in mostra da Gasconade con la mostra ‘Che cattiva, Katie Fox!‘, visitabile fino al 15 febbraio 2014 – per scoprire chi è, appunto, questa Katie Fox, tra citazioni di Susan Sontag, Photoshop e di Final Cut, social network e canzoni RnB, voci femminili e maschili, estetica “selfie” e sirene contemporanee.

La parola a Beatrice…

ATP: Chi è Katie Fox?

Beatrice Marchi: Katie Fox è un personaggio alla ricerca della volpe che è in lei, in bilico tra la “Katie”  la “Fox”, ed è presente in mostra attraverso i ritratti di alcuni suoi avatar: un cane dagli occhi tristi che viene scambiato per umano e che adora osservare il mondo dalla sua automobile; giovani ragazze travestite da sirena in posa per selfie estremi; giovani bulle che cantano con voci innaturali; animali travestiti da costumi da animali per bambini, ecc.

ATP: Non so se è stata una svista o una leggerezza di chi ha scritto il testo che accompagna la mostra,  ma il significato originario di ‘camp’ è il seguente: “Azioni e gesti di enfasi esagerata. Probabilmente di origine francese. Usato principalmente da persone che dimostrano un’eccezionale mancanza di carattere.”

Dall’Oxford English Dictionary, invece, questo è il senso di ‘camp’: “Ostentato, esagerato, teatrale, effeminato o omosessuale; riguarda le caratteristiche dell’omosessualità. Come nome, comportamento camp, maniere camp, ecc.; un uomo che esibisce tale comportamento.” Ti ci trovi in questo concetto? Io non credo! La deriva ‘camp’ che può avere la tua mostra, è intenzionale o, a posteriori, è emersa come inevitabile scelta stilistica?

B.M.: In Notes on Camp, Susan Sontag non si limita a dare un’unica definizione del termine “camp”, ragione per cui effettivamente non mi riconosco nei significati che citi, ma piuttosto nell’accezione di “camp” di Sontag quale tipo di sensibilità legata all’amore per l’innaturale. Cito dal testo: “Esso non è un tipo di sensibilità naturale, ammesso che una sensibilità naturale possa esistere. Anzi, l’essenza di Camp è il suo amore per l’innaturale, per l’artificio, per l’eccesso […], per le cose–che–sono–come–non–sono.” E ancora: “Scorgere Camp negli oggetti e nelle persone significa intendere gli esseri come interpreti di un ruolo. È l’estensione estrema, sul terreno della sensibilità, della metafora che vede la vita come teatro.”

Nel mio caso, trasformare le fotografie in collage, e poi in oggetti da mettere in scena, e poi ancora in fotografie, in collage, in stampe, e nuovamente in oggetti, significa stratificare all’inverosimile il processo produttivo del mio lavoro per perderne o mascherarne l’essenza.

Similmente, credo che l’essere umano sia eccessivamente appesantito da livelli culturali, estetici, morali – aggiungerei anche i livelli di Photoshop e di Final Cut, i filtri di Instagram, le condivisioni su Twitter e Facebook, le cartelle dentro le cartelle e le finestre dentro le finestre – una tale stratificazione da perdercisi dentro. L’idea di semplicità non ci appartiene, trovo che sia una forzatura ancora più artificiosa del concetto stesso di manipolazione (ricordiamoci che siamo riusciti a far confondere l’identità persino ad animali da branco come i cani, che come noi vivono spesso alieni dagli scopi fondamentali dalla vita: la sopravvivenza e la riproduzione…). Autenticità e semplicità non necessariamente coincidono.

Nel campo dell’estetica i media hanno forzato la creazione del reale fino a punti di non ritorno — come l’esperimento di Joaquin Phoenix in I’m Still Here o i tweet di Miley Cyrus — in cui nessun mockumentario o documento è più credibile.

Ossessionata dalla ricerca del vero, io accetto quelle sovrastrutture perverse e malate dell’essere umano, e immagino che forse sta proprio lì la sua autenticità.

ATP: Adolescenza, mondo cinofilo, alto artigianato, esasperata (se non maniacale) stratificazione semantica. Tanti temi sviluppati in diverse forme espressive. Cosa ti interessa di più approfondire con il tuo lavoro, l’aspetto contenutistico o quello formale?

B.M.: Mi interessa trasmettere un sentimento. La forma e i soggetti sono solo dei mezzi.

ATP: Mi racconti come hai strutturato la traccia sonora che si sente in mostra? Come l’hai realizzata?

B.M.: Never Be My Friend (2014) è una canzone RnB ispirata alle hit che ascolto generalmente. Nasce davanti agli occhi scrollando il wall di Facebook dove leggo un post particolarmente animato in cui delle ragazze adolescenti si insultano a vicenda utilizzando il linguaggio dei veri bulli, fino ad augurarsi la morte. Mi ha fatto senso perchè alcune frasi sembravano uscite dai testi di Tupac, le ho confrontate con Hit Em Up, la canzone con cui Tupac dichiara guerra aperta alla East Side, e sembrava potessero dialogare.

Ho preso il testo del post e l’ho plasmato affinché assumesse una melodia e, dopo aver composto la base con un tablet, l’ho fatto cantare da alcuni miei amici (Alessandro, Marco, Lupo, Dario, Jacopo, Andrea, Giangiacomo, Mattia e Davide) a cui ho chiesto di imitare voci femminili.

Le registrazioni sono state uno spasso e i ragazzi — dei veri fenomeni —non hanno forzato il loro tono in falsetto, e nella traccia non sono più riconoscibili, a volte sembrano davvero delle voci femminili. Ho creato una versione più breve della traccia presente in mostra, che mi piacerebbe diventasse la nuova hit, e magari farne un remix da ballare in discoteca.

ATP: Il lavoro fotografico che mostra delle ragazze – tra cui ci sei anche tu – vestite da sirene tra gli scogli, mi fa pensare ad una forma ironica (e un po’ esasperata) di prendere in giro lo stereotipo della donna oggettivata. Cosa si nasconde in questo tuo viaggio un po’ narcisistico?

B.M.: Più che narcisistico è stato un viaggio masochista… Ci siamo spaccate le ossa e rischiato l’annegamento per fare i “selfie” delle sirene! A parte gli scherzi, immaginavo una figura simile alla mia per questi soggetti, ma poi, considerando la pericolosità dell’impresa e desiderosa di mettermi alla prova subacquea, ho deciso di partecipare agli scatti insieme ad Elena e Gaia. L’ho vissuta come un’esperienza performativa, perchè le varie pose richiedevano una prova fisica notevole: ci si doveva muovere con naturalezza senza l’uso delle gambe e negli scatti subacquei, oltre a cercare di non affogare, dovevamo fotografarci e posare contemporaneamente. Mentre posavo provavo un sentimento violento, così diverso dall’immaginario romantico della sirena! Credo che osservando le foto si possa percepire quella forzatura anche perchè l’abbiamo subita per davvero.

ATP: L’attenzione che dedichi alla realizzazione delle tue opere – penso alle due scultura in pelliccia sul pavimento e sul soffitto sagomate come fossero animali, ai cuscini appesi con l’effige di un cane dentro ad un macchina o le belle cornici sagomate che ospitano le immagini fotografiche – mi ricordano, come logica, l’estetica dei negozi di abbigliamento o le loro vetrine. Forme seducenti e un po’ ambigue che devono attrarre. In generale il linguaggio pubblicitario, penso ai servizi fotografici di moda, sembra essere molto vicini alla tua ricerca. Mi sbaglio? Cosa pensi?

B.M.: È probabile che ci sia un gusto affine, soprattutto perchè l’estetica utilizzata deriva da un assorbimento quotidiano di immagini che mi passano davanti agli occhi. Ma più che il linguaggio pubblicitario, faccio riferimento alle immagini dei blog o dei social network, che sono indirettamente l’imitazione del linguaggio pubblicitario. Oltretutto i miei soggetti sono spesso personaggi di fantasia e di conseguenza vado a sfiorare quell’immaginario, per lo più figurativo. Il mio sforzo è quello di trasformare un’immagine in oggetto o nel supporto, affinché possa vivere e mascherare la sua bi-dimensionalità.

Questa è una mostra molto divertente da documentare con applicazioni come Vine o Instagram, proprio perchè le immagini si camuffano bene con quelle dei social network: è come se fossero uscite dallo schermo un attimo, per poi ritornarci dentro tramite lo smartphone.

Beatrice Marchi,   B.B. Blue,   Mandy & Sandy at the Beach #2 (2014) Stampa digitale su legno,   plexiglass,   alluminio / Digital print on wood,   plexiglass,   steel; 50 x 50 x 4 cm,   Courtesy Gasconade,   Milano,   foto: Alessandro Zambianchi (dettaglio)

Beatrice Marchi, B.B. Blue, Mandy & Sandy at the Beach #2 (2014) Stampa digitale su legno, plexiglass, alluminio / Digital print on wood, plexiglass, steel; 50 x 50 x 4 cm, Courtesy Gasconade, Milano, foto: Alessandro Zambianchi (dettaglio)

Beatrice Marchi,   Foxy: il costume da volpe per bambini e cani (2014) Pelliccia di volpe,   raso,   imbottitura,   lattice,   acciaio,   gomma,   poliestere,   dimensioni variabili,   Gasconade 2014,   foto Alessandro Zambianchi

Beatrice Marchi, Foxy: il costume da volpe per bambini e cani (2014) Pelliccia di volpe, raso, imbottitura, lattice, acciaio, gomma, poliestere, dimensioni variabili, Gasconade 2014, foto Alessandro Zambianchi