Jesse Wine,   Travelling white man,   installation view at CO2,   courtesy CO2,   photo M.G.Romiti

Jesse Wine, Travelling white man, installation view at CO2, courtesy CO2, photo M.G.Romiti

Testo di Carmen Stolfi

Era il 1999 quando Mos Def assieme a Dj Honda cantavano “I’m a travellin’ man/ Movin through places, space and time/ Gotta lotta things I got to do e ancora Memories don’t live like people do/ They always remember you/ Whether things are good or bad, its just the memories” esaltando l’esperienza errante del viaggiatore e la persistenza della memoria. Così Jesse Wine attinge alla metafora del viaggio come scambio, condivisione e arricchimento culturale per esplorare la figura e il ruolo dell’artista. Cinque le sculture presentate in occasione della personale Travelling White Man alla Galleria CO2 di Roma fino al prossimo 26 ottobre.

Per l’ultima mostra del programma espositivo romano prima del debutto sulla scena dell’arte contemporanea torinese, l’artista sviluppa un progetto dai molteplici livelli di comprensione, tutti riconducibili alle nozioni di condivisione e trasformazione interiore. Le sculture, esposte su plinti in mdf provenienti da alcuni studi di artisti romani sui quali ben visibili sono i segni, le azioni e gli stati d’animo del lavoro quotidiano, rimandano infatti ai concetti di transizione, divenire e relazione.

Guacamole, o densa contaminazione armonica di sapori, è la tappa iniziale: una massa informe di ceramica lavorata e smaltata, introduce il pubblico nella dimensione processuale e quotidiana del lavoro dell’artista, nonché nel suo intimo rapporto con la materia. Opposto e simmetrico è Travelling White Man, il busto autoritratto di Wine che osserva il risultato del proprio lavoro, portavoce della condizione itinerante degli artisti, pronti a confrontarsi con sempre nuovi temi, contesti, e richieste del mercato dell’arte.

I volti di Regional Philosophy II (più astratto), e di Regional Philosophy III richiamano il vagabondare nel tempo e nello spazio che plasma l’essenza stessa dell’artista, mentre il relazionarsi con la diversità di luoghi, persone e oggetti conferisce forma e sostanza alla ricerca. Una produzione che, nel momento stesso in cui esce dallo studio per entrare a far parte del patrimonio del collezionista, acquista un nuovo valore d’uso e economico. Market culture è emblematico di tale condizione di decontestualizzazione: un vaso da cui pendono delle cinture ne stigmatizza con ironia le diverse modalità di fruizione dell’opera d’arte, da bene simbolico e intellettuale a oggetto d’uso quotidiano usato per (s)vestirsi.

Un’ultima chiave di lettura del progetto espositivo di Jesse Wine è l’interpretazione come omaggio alle relazioni umane, professionali e commerciali che la galleria, e quindi gli artisti, ha intessuto nel corso della sua attività nella Capitale.

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Jesse Wine,   Travelling white man,   Market culture,   2013,   glazed ceramics,   38x36x36 cm,   courtesy CO2,   photo M.G.Romiti

Jesse Wine, Travelling white man, Market culture, 2013, glazed ceramics, 38x36x36 cm, courtesy CO2, photo M.G.Romiti

Jesse Wine,   Travelling white man,   Regional philosophy II,   2013,   glazed ceramics,   44x38x32 cm,   courtesy CO2,   photo M.G.Romiti

Jesse Wine, Travelling white man, Regional philosophy II, 2013, glazed ceramics, 44x38x32 cm, courtesy CO2, photo M.G.Romiti

Jesse Wine,   Travelling white man,   Guacamole,   2013,   glazed ceramics,   51x36x48 cm,   courtesy CO2,   photo M.G.Romiti

Jesse Wine, Travelling white man, Guacamole, 2013, glazed ceramics, 51x36x48 cm, courtesy CO2, photo M.G.Romiti