Jana Sterbak,   ?Human condition: the limits of our freedom,   Installation view,   courtesy Galleria Raffaella Cortese - foto Lorenzo Palmieri

Jana Sterbak, ?Human condition: the limits of our freedom, Installation view, courtesy Galleria Raffaella Cortese – foto Lorenzo Palmieri

La Galleria Raffaella Cortese ospita fino all’8 Febbraio ” Human condition: the limits of our freedom“, la terza mostra personale di Jana Sterbak  con la galleria milanese. In mostra è presente una selezione di lavori che copre un ampio lasso temporale, dai primi disegni degli anni ’80 alle sculture dell’ultimo decennio. Recentemente l’artista ha partecipato alla mostra “Les Papesses” ad Avignone, nella prestigiosa sede del Palazzo dei Papi e della Fondazione Lambert, conclusasi l’11 Novembre.

ATPdiary – in collaborazione con Matteo Mottin – ha fatto qualche domanda all’artista.

ATP: Potresti parlarci del tuo nuovo lavoro ispirato alla favola di Hans Christian Andersen “La principessa sul pisello” presentato alla mostra “Les Papesses”?

Jana Sterbak: Il mio lavoro è sempre stato ispirato da favole e leggende. “Real Princess” tratta di estrema sensibilità come fattore determinante per un alto status sociale.

ATP: Nella tua mostra alla Galleria Cortese ci sono sia dei lavori recenti che alcuni che risalgono a molti anni fa. Le opere mutano nel tempo, cambiano a volte, anche di significato. C’è una tua opera in particolare che trovi mutata nel tempo? Cosa è cambiato?

JS: La maggior parte dei temi che tratto sono gli stessi fin dall’inizio.

ATP: Potresti darmi una tua personale definizione di body-art? 

JS: E’ meglio che tu vada a chiederla ad un teorico o a uno storico dell’arte. Gli artisti producono opere d’arte, non definizioni!

ATP: L’accostamento di due o più tuoi lavori cambia la percezione che uno può avere rispetto alla fruizione di un singolo pezzo. C’è una relazione tra i lavori esposti in galleria? Più in generale, pensi ci sia un dialogo tra i tuoi lavori? Quale potrebbe essere? 

JS: Si, certo che c’è un dialogo.

Abbiamo provato a interpretare le indicazioni dell’artista prendendo come possibile filo conduttore il titolo della mostra – “Human condition: the limits of our freedom” – per fare un breve excursus tra le opere presentate. Vediamo come le varie declinazioni dei limiti che la nostra libertà subisce o impone possano fare da introduzione al lavoro dell’artista.

Iniziamo con la celebre “Chair-Apollinaire” (1996), poltrona interamente realizzata con bistecche di lombo. A prima vista l’opera colpisce per la sua forza e il suo odore acre, che tendono ad allontanare e quasi disgustare lo spettatore. Ma ad un esame più attento e meditando sulla prima impressione ci si rende conto che la repulsione operata dalla sedia assomiglia molto ad un meccanismo di difesa e protezione ampiamente usato in natura, una messa in scena a difesa della fragilità dell’oggetto materiale. Questa potrebbe essere la chiave empatica per meglio fruire altri lavori dell’artista, come “Chemise de nuit” (1993) e “Distraction” (1992), fragili indumenti di seta con applicati sul petto peli umani, o “Catacombs” (1992) (non presente in mostra), ossa umane realizzate in cioccolato con una finitura che le fa apparire come appena dissotterrate. Solo la sorpresa invece ci impedirebbe di sederci su “Cake stool” (1996), uno sgabello con la seduta realizzata in pan di Spagna.  Con altri intenti l’artista costruisce “Uniform” (1991), una divisa militare le cui maniche sono unite lembo contro lembo, e “Proto-condition: Cage for sound” (1994), un esoscheletro portatile in bambù. Questa volta la costrizione non è imposta direttamente alla libertà d’azione dello spettatore, ma indirettamente attraverso l’immedesimazione con il performer che le indosserà.

In una recente intervista un giornalista chiese a Jana Sterbak come mai non avesse sporto denuncia contro Lady Gaga, che in occasione degli MTV Music Awards del 2010 indossò un vestito di carne forse un po’ troppo simile a “Vanitas: flesh dress for an Albino Anorectic”, un suo celebre lavoro del 1987. Lei rispose: “I prefer to do work, to do my reading, and have fun instead of dwelling on who’s using my ideas”.

Per l’artista la condizione umana è quindi destinata sia a subire limitazioni che ad esercitarle, ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di preservare il nostro involucro fisico, la struttura, la carne, anche quando questo significa doverne abusare. Queste limitazioni non sono però applicabili alle idee. Vorrei concludere con una frase tratta da “Il mito di Sisifo” di Albert Camus: “Senza cultura e la relativa libertà che ne deriva, la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla. Ecco perché ogni autentica creazione è in realtà un regalo per il futuro”

Jana Sterbak,   ?Human condition: the limits of our freedom,   Installation view,   courtesy Galleria Raffaella Cortese - foto Lorenzo Palmieri

Jana Sterbak, ?Human condition: the limits of our freedom, Installation view, courtesy Galleria Raffaella Cortese – foto Lorenzo Palmieri

Jana Sterbak,   ?Human condition: the limits of our freedom,   Installation view,   courtesy Galleria Raffaella Cortese - foto Lorenzo Palmieri

Jana Sterbak, ?Human condition: the limits of our freedom, Installation view, courtesy Galleria Raffaella Cortese – foto Lorenzo Palmieri

Jana Sterbak,   Proto-sisyphus,   1990-96 c-print 50×60 cm (69x84 cm con cornice)  courtesy Galleria Raffaella Cortese

Jana Sterbak, Proto-sisyphus, 1990-96 c-print 50×60 cm (69×84 cm con cornice) courtesy Galleria Raffaella Cortese

Jana Sterbak,   Vanitas: Flesh dress for an albino anorectic ,   1987/2006 c-print 26,  5×20 cm Ed 25 courtesy Galleria Raffaella Cortese

Jana Sterbak, Vanitas: Flesh dress for an albino anorectic , 1987/2006 c-print 26, 5×20 cm Ed 25 courtesy Galleria Raffaella Cortese

Jana Sterbak,   ?Human condition: the limits of our freedom,   Installation view,   courtesy Galleria Raffaella Cortese - foto Lorenzo Palmieri

Jana Sterbak, ?Human condition: the limits of our freedom, Installation view, courtesy Galleria Raffaella Cortese – foto Lorenzo Palmieri