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ATPdiary ha incontrato il direttore artistico dell’ HangarBicocca Vicente Todoli? per fare il punto della situazione espositiva e per avere qualche anticipazione sulle mostre del 2015. Sin da subito il curatore entra nel vivo della sua esperienza all’Hangar, racconta le complessità e le sfide di uno spazio dalle peculiarità a volte estreme e dal “forte carattere”. Ma è proprio quello che Vicente Todolí cerca: esperienze complesse e irripetibili. Dopo l’intervista, segue un breve testo di presentazione delle mostre ospitate all’HangarBicocca nel 2015.

ATP: Come hai concepito il programma dell’HangarBicocca?

Vicente Todolí: Il programma dell’Hangar per me è un “tutto”, non è una lista di singole mostre. Sin dall’inizio, da quando ho iniziato a pensare alla programmazione espositiva assieme ad Andrea Lissoni, avevo in mente le nove mostre che si sono alternate dal settembre 2013, partendo dalla mostra di Ragnar Kjartansson. Quando ho accettato l’incarico come direttore artistico, dopo aver visto e studiato molte volte lo spazio, non facile, dell’Hangar, ho cercato di riordinarlo, di dargli una logica. Penso ad esempio ai Sette Palazzi Celesti di Kiefer, presenza molto importante e dominante per certi versi. Volevo che ci fosse una collaborazione tra le varie aree espositive dell’Hangar; nel senso che doveva esserci uno “spazio Kiefer” e uno ben distinto per le mostre, senza compromissioni. Abbiamo deciso così di dividere lo spazio con delle tende. Abbiamo in seguito ordinato la superficie espositiva dividendola in due parti: la navata centrale e il “cubo”, per gli artisti più storici, e lo Shed per i progetti diartisti giovani.

ATP: Rispetto alle esperienze in altri musei, come racconteresti il tuo incarico come direttore artistico all’HangarBicocca?

VT: In tutti i musei in cui ho lavorato, il mio modus operandi è stato sempre lo stesso. Ho sempre seguito la regola di ‘ascoltare’ lo spazio o meglio, rispondere alla domanda: “Cosa vuole essere lo spazio?”. Il mio obiettivo è quello di circoscrivere l’essenza dello spazio e capirne la relazione che si può instaurare con l’arte. Cerco la simbiosi tra spazio/architettura e l’arte. Ad esempio, lo spazio dello Shed ha una forte influenza sulla scelta degli artisti, mentre, nel caso della “navata”, è lo spazio che determina sia la mostra che l’artista che ospita. Sin dall’inizio, ho stabilito che l’Hangar dovesse ospitare principalmente retrospettive seguendo progetti allestitivi inediti, in cui le operedi un solo artista, comprese le nuove produzioni, potessero dialogare tra loro e con l’architettura.

ATP: Oltre alla decisione di proporre solo esposizioni personali e retrospettive quali altri aspetti caratterizzano le mostre all’Hangar?

VT: Un altro aspetto che abbiamo seguito nel pianificare il programma artistico è che gli artisti invitati non abbiano già avuto una retrospettiva in altri museo o fondazioni italiane: ogni mostra deve essere un’anteprima nazionale. Inoltre gli artisti che invitiamo – magari conosciuti dagli specialisti ma non dal grande pubblico – devono proporre delle mostre mai fatte prima. Cerco di non ripetere mai la stessa mostra di uno stesso artista. Ad esempio, dei grandi artisti che abbiamo ospitato – cito Cildo Meireles, Dieter Roth e Joan Jonas -, abbiamo sempre cercato di proporre delle mostre che li presentassero sotto una nuova luce per evidenziarne delle nuove complessità. Le mostre devono essere “nuove”, non tanto con opere nuove, ma bensì con opere già viste ma mostrate sotto una diversa luce. Con questo taglio, sia le opere che lo spazio, si rinnovano ogni volta e si ha così la sensazione di vedere e scoprire nuovi aspetti di un artista che magari si pensava di conoscere. In questa “luce” ogni mostra visitata all’Hangar diverta un’esperienza irripetibile.

ATP: E’ un compito molto arduo.

VT: Sì, non è facile. Deve esserci una simbiosi o un equilibrio, lo spazio non deve fagocitare le opere, ma entrambi devono diventare come dei vasi comunicanti. In questo modo, con questa logica, i visitatori vivono una nuova esperienza, siano essi addetti ai lavori o persone che vengono all’Hangar per scoprire e imparare l’arte contemporanea. Con uno spazio così complesso è inevitabile che, prima di scegliere o commissionare una mostra a un artista, debba immaginare come sarà la sua mostra, come sarà strutturata e si svilupperà nello spazio. Ho sempre fatto così. Moltissime volte ho immaginato le opere nello spazio. Queste visioni, quasi sempre, si sono rivelate azzeccate.

ATP: Ci sono molti aspetti comuni tra lo spazio dell’HangarBiccocca e la Tate Modern. Forse la mostra che curi e che inauguri ad aprile 2015 di Juan Mun?oz esalterà le affinità dei due spazi espositivi.

VT: In realtà questa mostra mette in evidenza le differenze. Presenterò una rivisitazione della mostra “Double Bind” che l’artista spagnoloJuan Mun?oz, mancato prematuramente, ha pensato per lo spazio londinese nel 2001. La mostra all’Hangar, invece, avrà come titolo “Double Bind and around” e si basa sulla ricostruzione della mostra che lui ha avuto alla Turbine Hall della Tate nel 2001. Il nostro scopo è di ricostruire questa opera immensa, adattandola agli spazi dell’Hangar. Ma non ci siamo limitati solo alla ricostruzione dell’opera, perché non avrebbe avuto molto senso.. Abbiamo deciso quindi di proporre anche una retrospettiva attorno a Double Bind, esponendo il gruppo scultoreo originale assieme ad altre opere, in dialogo. Come curatore ho cercato di sviluppare un nuovo discorso con lavori magari pensati per altri contesti. Penso sia questo il vero ruolo del curatore: creare nuovi discorsi, magari con opere già fatte. E questo è il caso della mostra di Juan Muñoz. Double Bind si svilupperà per oltre 60 metri di ampiezza, su due piani, e le sculture che compongono l’opera saranno installate tra un piano e l’altro (Muñoz ha sempre lavorato con l’architettura in relazione alla figura umana). Se Double Bind era una mostra concepita per la Turbine Hall della Tate, ora riprendiamo i suoi progetti per adattarli all’Hangar. E’ questa la vera sfida che ci siamo prefissi. Possiamo riuscire o fallire, ma sicuramente creeremo una situazione che non sarà ripetibile in nessun un altro spazio museale. Le mostre che produciamo in Hangar sono progetti che si possono vedere solo qui.

ATP: Oltre alle mostre, l’Hangar propone concerti, presentazioni, eventi sperimentali. Cosa avete strutturatoo per questo programma?

VT: Partendo dall’analisi delle esigenze culturali della città di Milano, abbiamo studiato un programma di eventi che si sviluppa in parallelo rispetto al programma espositivo. Anche per il 2015 Hangar ospiterà una serie di concerti e performance. Non abbiamo fatto altro che venire incontro alle necessità del pubblico: molti eventi e concerti che abbiamo proposto sono stati così seguiti che in tanti non hanno potuto assistere. Le persone, qui a Milano “hanno fame” di queste esperienze. Penso che un museo debba avere una forte personalità per essere vissuto pienamente, e debba anche riempire spazi lasciati vuoti o magari crearne di nuovi. Sono contro al concetto di “franchise” applicato ai musei. Per questo cerco di rendere ogni progetto pensato e prodotto per HangarBicocca nuovo, unico e irripetibile. Ovviamente produrre costa molto più che comprare un ‘pacchetto’ mostra, ma partire da zero è un aspetto non solo positivo, ma che accresce il valore stesso di un museo raggiungendo risultati importanti e innovativi. Ho accettato il ruolo di direttore artistico di Hangar perché rappresentava una sfida: era una buona occasione per interrogare uno spazio nuovo e complesso, ma anche un’opportunità per interrogare me stesso.

Per ritornare al programma, dopo Juan Muñoz che s’inaugurerà l’8 aprile nella “Navata”, ospiteremo la mostra di Damián Ortega a giugno nello spazio Shed. A fine anno invece, a cura di Andrea Lissoni, ci sarà la mostra di Philippe Parreno. In generale, le nove mostre del programma che ho proposto – Ragnar Kjartansson, Dieter Roth, Micol Assaël, Cildo Meireles, João Maria Gusmão & Pedro Paiva, Joan Jonas, Céline Condorelli, Juan Muñoz e Damián Ortega –, sono parti di un caleidoscopio dove ogni elemento è autonomo, ma alla fine è tutto legato e organico. Philippe Parreno, per molti versi, apre un nuovo ciclo che presenteremo nei prossimi mesi e farà parte di un più vasto progetto che andrà fino all’inizio del 2017.

ATP: Cosa intendi quando ti riferisci al programma dell’Hangar come un “tutto”, formato da singoli elementi autonomi?

VT: Il tutto organico che intendo si caratterizzata rispettando l’unicità di ogni elemento; ogni mostra deve essere in stretto dialogo con lo spazio espositivo, in simbiosi o in opposizione all’architettura. Ho sempre lavorato su mostre personali e mai a collettive perché preferisco approfondire il lavoro di un singolo. Per capire veramente un artista bisogna esaminare il suo lavoro con attenzione e cura. Come curatore voglio che sia l’opera dell’artista a parlare e non il mio pensiero; preferisco mettermi in secondo piano rispetto al suo ruolo, magari per potenziarne e amplificare la sua voce. Questo è il compito che dovrebbe prefiggersi il curatore. Non sono contro le mostre collettive, anzi, è un difficile compito quello di lavorare con tanti artisti differenti; ma quelle che ritengo più riuscite sono le mostre fatte su “movimenti” di artisti o su gruppi di artisti che sono già legati in partenza da caratteristiche o relazioni.

Un progetto a cui stiamo lavorando qui in Hangar – ma è ancora in via di definizione – potrebbe essere quello di presentare mostre di due artisti a confronto… ma stiamo ancora discutendo la possibilità. Per ora, ci concentriamo sulle personali.

ATP: Quale è la cosa più importante che hai capito dopo tanti anni di esperienza nel mondo dell’arte?

VT: In tanti anni di lavoro ho capito che lavorare con l’arte sia fondamentalmente un compito individuale; è l’individuo contro la massa. Le ricerche che più mi interessano sono su quegli artisti che lavorano nella e con la complessità. Mi interessano quelli che “costruiscono” un mondo più grande, dove possiamo entrare, ringraziare e prendere atto di questo ampliamento. Artisti come creatore di mondi: questo è ciò che cerco. (…)

Uno degli aspetti che ho imparato nella mia professione di curatore è che i progetti su cui lavoro devono essere complessi e presentarsi come una continua sfida da affrontare. Le cose facili non mi hanno mai entusiasmato. Quando lavoro devo avere la sensazione di apprendere, io per primo dalle esperienze. E’ per questo motivo che non ho mai lavorato più a lungo di sette anni in un museo. Quando ho la sensazione di aver risolto e affrontato tutte le difficoltà di un luogo, decido che devo cambiare.

Intervista di Elena Bordignon

Juan Muñoz - Conversation Piece,   Dublin,   1994 - HangarBicocca 2015

Juan Muñoz – Conversation Piece, Dublin, 1994 – HangarBicocca 2015

La Programmazione 2015 ?

Juan Mun?oz (Madrid 1953 – Ibiza 2001)

9 aprile 2015 – 23 agosto 2015

A cura di Vicente Todoli?

La prima mostra in Italia del grande artista scomparso nel 2001 propone in una visione diacronica le sue celebri sculture. Per la prima volta sara? riallestita la sua opera piu? importante, Double Bind, realizzata per la Turbine Hall della Tate Modern di Londra poco prima della sua scomparsa. La mostra comprende inoltre alcune tra i suoi lavori piu? significativi, tra cui Wasteland e Many Times: un’importante occasione per conoscere il lavoro di questo protagonista fondamentale dell’arte degli ultimi decenni, che ha reintrodotto la figura umana nella scultura contemporanea.

Juan Mun?oz e? stato uno degli artisti contemporanei piu? significativi a emergere nel periodo appena dopo la dittatura franchista. Conosciuto soprattutto per le sue sculture in papier mache?, resina e bronzo, si e? spesso interessato anche alle arti sonore, creando composizioni per la radio e sound projects. Le sue opere hanno sfidato la tradizione scultorea occidentale posizionando la figura al centro dello spazio architettonico, creando delle situazioni ambigue e disponendo le sue bizzarre sculture di cinesi ghignanti, nani solitari e altri strani personaggi in ambienti creati specificatamente che danno forma a possibili racconti. Gli sono state dedicate importanti retrospettive fra cui presso il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid (2009), la Tate Modern, Londra (2008), il Muse?e de Grenoble, Grenoble (2007) The Art Institute of Chicago (2002), al Museum of Contemporary Art, Los Angeles (2003).

Damián Ortega - HangarBiccocca 2015

Damián Ortega – HangarBiccocca 2015

Damia?n Ortega  (Citta? del Messico, 1967)

11 giugno 2015 – 8 novembre 2015

A cura di Vicente Todoli?

La retrospettiva e? la prima mostra in Italia dedicata a uno degli artisti contemporanei piu? interessanti e ironici del panorama contemporaneo, che ha rivoluzionato con il suo lavoro l’idea stessa di scultura, utilizzando oggetti comuni e sovvertendone il significato. La mostra offre un ampio sguardo sulla variegata produzione dell’artista.

Damia?n Ortega ha un background di vignettista politico. Il suo lavoro esplora specifiche condizioni e tematiche del tempo presente, in particolare come la cultura regionale possa influenzare il consumo di beni di massa. Attraverso l’utilizzo di diversi media, spesso sovverte il significato e il funzionamento degli oggetti rivelandone elementi impliciti e simbolici. In parallelo investiga le forme fondamentali della scultura, ribaltando la sua concezione classica come di qualcosa di solido, monolitico e finito. Sue mostre personali si sono tenute presso il Barbican Londra (2010), The Institute of Contemporary Art, Boston (2009), il Centre Georges Pompidou, Parigi (2008) e ha partecipato alla Biennale di Sao Paulo (2006) e alla Biennale di Venezia (2003 e 2013).

Philippe Parreno,   Solaris Chronicles (veduta dell'installazione),   2014,   Luma Foundation,   Arles

Philippe Parreno, Solaris Chronicles (veduta dell’installazione), 2014, Luma Foundation, Arles Foto: Andrea Rossetti

Philippe Parreno (Oran, Algeria, 1964)

1 ottobre 2015 – 15 gennaio 2016

A cura di Andrea Lissoni

La prima personale in Italia dedicata a Philippe Parreno, il cui lavoro multidisciplinare coinvolge musica, cinema e performativita?. L’artista, che vive e lavora a Parigi, occupera? le navate e il cubo di Pirelli HangarBicocca con un progetto caratterizzato da immagini in movimento e opere incentrate sulla luce, creando un percorso formato da elementi immateriali piu? che da oggetti e installazioni.

Philippe Parreno e? uno degli artisti internazionali piu? rilevanti degli ultimi vent’anni. Emerso negli anni 90 ha lavorato con film, scultura, performance, disegno e testi, interrogandosi sulle modalita? di percezione e rimettendo in gioco l’aspetto della temporalita? nella fruizione dell’opera d’arte. Le sue opere si manifestano spesso come apparizioni che si susseguono nello spazio espositivo come seguendo una sceneggiatura ideale. Uno degli elementi fondanti del percorso di Parreno e? lo scambio e la collaborazione con altri artisti di diverse discipline (fra i molti, Douglas Gordon, Liam Gillick, Pierre Huyghe, Darius Khondji, Rirkrit Tiravanija, Arto Lindsay). Nell’autunno del 2013 Philippe Parreno ha inaugurato una mostra personale che, per la prima volta, ha occupato tutti gli spazi del Palais de Tokyo di Parigi. Ha esposto presso The Garage Center for Contemporary Culture, Mosca (2013); Fondation Beyeler, Riehen/Basel (2012); Philadelphia Museum of Art (2012); Serpentine Gallery, Londra (2010- 2011); Muse?e d’Art Moderne de la Ville de Paris (2009 – 2010); Kunsthalle Zu?rich (2009); Centre Pompidou, Parigi (2009).