Intervista ad Alberto Tadiello in occasione dell’apertura della sua mostra High Gospel, a Villa Croce a Genova (a cura di Ilaria Bonacossa). Inaugura venerdì 30 novembre.

ATP: Uno degli aspetti che più spiccano nella tua ricerca artistica è la tua particolare ‘ossessione’ per la Natura. In molte opere, infatti, parti sempre da un elemento naturale, sia esso sonoro, formale o suggestivo. Anche nella mostra a Villa Croce, High Gospel, parti dall’elaborazione di alcuni aspetti della natura? Quali?

Alberto Tadiello:Sì e no. L’’ossessione’ per la natura, in quanto tale, è qualcosa di durevole e continuo. Non è un elemento che viene preso e coltivato per il tempo di una mostra, di un processo, di uno specifico ragionamento. Non ha un inizio vero e proprio, né una data di scadenza. Un’ossessione continua a farsi sentire e si protrae prima, durante, e dopo un progetto. Solo in questo senso posso dirti che High Gospel ne è debitore.  High Gospel è una mostra che elabora sicuramente alcune suggestioni ed elementi naturali come colori, linee, movimenti, composizioni. Tiene lo sguardo rivolto anche allo studio più classico di come la natura organizza certe forme e tipologie di funzionamenti che le sono propri, ma resta il fatto che sarebbe riduttivo parlare della mostra facendo riferimento solamente a questa ossessione. La natura è un grande tema, che mi affascina, mi inquieta e suggestiona; allo stesso modo, e con grande intensità, guardo però moltissimo a soggetti che si pongono apparentemente in antitesi, a strutture e forme che sono del tutto artificiali. Anche se High Gospel tiene conto di alcuni aspetti naturali, non avrebbe sicuramente potuto costruirsi senza l’osservazione ad esempio di scavatori, rosoni gotici, architetture, macchine, impianti, …      Ci sono quindi degli aspetti della natura che sono stati elaborati per questo progetto, ma provare ad additarli sarebbe un’azione senza senso. Se tu mi mettessi alle strette potrei far riferimento a fiori, foglie, radici, … anche a dei rovi, ma non mi fermerei davvero a cercare di descrivere una mostra usando così pochi elementi. Eviterei di fare corrispondenze di questo tipo perché, anche se mi fermo solamente a pensare ai disegni, mi sembra assurdo fare un elenco di fattori che restituiscano chiara traccia di questa ossessione. Salterei dai grani di sabbia ai buchi neri, dalle scintille di un flessibile al magma o alle linee di un motore, e così via. Potrei arrivare lontanissimo. Quello che ho con la natura è un rapporto molto libero. Da un certo punto di vista è qualcosa anche di astratto, di distante.

ATP: Ti cito a proposito del titolo della mostra: “High sta per alto, intenso, elevato, acuto; Gospel, usato come termine tecnico musicale, traccia un credo. È una coralità di pensieri, di suggestioni, di temperature che si sono addensate e condensate, aggregate intorno a grumi ferrosi, trazioni e rotolamenti. High Gospel è una linea che scorre molto in alto; uno skyline dolomitico. Ha qualcosa della musica celestiale, del salmo, e gioca in dialettica con l’energia tellurica che accomuna i lavori”.                                  Mi fai un esempio concreto in relazione alla mostra?

AT: Non ho un esempio concreto da darti per giustificare questa citazione. Penso che fare una personale, declinando un progetto che si snoda tra varie sale, sia un po’ come per una band arrivare a chiudere un album. Di solito ci sono cinque, sei tracce, che si compiono in un dato tempo, con una sequenza che si armonizza organicamente in un corpo unico.          Delle idee, delle forme esposte, hanno sempre sotteso un pensiero. La mostra è proprio, come citi tu, una coralità di questi pensieri, di suggestioni, di temperature. In qualche modo la coralità si raccorda, si tempera. Non ci sono esempi perché è la mostra stessa che si porta come esempio. Potrei dire che High Gospel è un progetto policentrico, in cui i lavori sono delle manifestazioni dei diversi centri. Ci sono delle forme ricorrenti, come ad esempio quella circolare, che si muove in rotazione, si torce, si avviluppa, va ad insistere su se stessa e sull’idea di mostra, facendola cadere in un loop visivo e sonoro distorto, ipnotico.               C’è una sorta di attrito che attraversa le sale. Puoi immaginartelo come una carta vetrata. Dallo sporco di alcune sculture alla presenza quasi “petroliosa” dei disegni, dai pastoni di inchiostro ai grumi di polvere dei suoni, tutto ne è permeato. C’è anche una molteplicità di linee, a volte dichiarate, altre sottese o taglienti, come vere e proprie sciabolate. Ci sono i colori. Sono tonalità timbriche che si ripetono, ricorrendo e rimbalzando l’una sull’altra. Tutto questo è tenuto in tensione dal peso, un peso fisico degli oggetti, una gravità, un carico visivo, di colore, che si esercita e ribadisce, sprofondando.

ATP: Una cosa che ho notato in relazione al tuo lavoro, e che ti differenzia da molti altri artisti tuoi coetanei, è che molte tue opere sono costruite da te in prima persona. Molti artisti delegano ad artigiani la costruzione della propria opera. È ovvio che questo aspetto dell’agire direttamente sul materiale incida anche sul risultato formale dell’opera stessa. Mi racconti che rapporto hai e come vivi l’aspetto prettamente manuale delle tue opere?

AT: Solitamente, tutto quello che posso fare da me, in modo autonomo, lo faccio. Un po’ dipende dal fatto che sono immerso nel mio lavoro “fino al collo”. Ma, soprattutto, produrre qualcosa dall’inizio alla fine mi fa sentire in qualche modo più responsabile. Sono io che mi assumo a pieno la responsabilità di quello che i lavori sono e di come si mostrano; non potrei mai pensare che siano miei se non sono stato io in prima persona a seguirli in tutte le fasi del loro processo. Da un altro punto di vista, questo mio attaccamento al fare dipende forse anche dall’educazione che ho ricevuto. Sono cresciuto con l’idea di farmi le cose. Così, anche se sono molto affascinato dalla produzione industriale e dalle possibilità che un prodotto ha di essere replicato innumerevoli volte, continuo a rimanere una sorta di “fan” delle cose fatte a mano. Trovo sempre ci sia una qualche “bellezza” in quello che è realizzato in modo artigianale. Mi interessa anche moltissimo una certa abilità manuale, che credo sia importante e in stretta connessione con il “fare” artistico e che abbia il potere di raggiungere una complessità esecutiva e una perizia che si restituisce poi a livello visivo e di pensiero. Credo che una cosa fatta a mano implichi ancora un processo di natura. Se guardo un albero, vedo che cresce, muta e vive finché la terra sotto glie lo permette, finché non si scontra con un limite e cede. Lavora fino al limite massimo delle proprie possibilità e della propria resistenza. Il fare a mano è inscritto in tutto questo. Si imbatte inevitabilmente nei limiti, in quelli fisici dei materiali e in quelli propri del rapporto uomo-materiale. È qualcosa che ha delle grandi potenzialità e che mi permette di tenere costantemente un senso della misura, una scala umana.

High Gospel, mostra personale di Alberto Tadiello a cura di Ilaria Bonacossa
inaugurazione: venerdì 30 novembre, ore 18
30 novembre 2012 – 18 febbraio 2013

High Gospel, Alberto Tadiello’s solo show Curated by Ilaria Bonacossa 

November 30, 2012 – February 18, 2013  

High Gospel catalogue, edited by Mousse Publishing,   will be released especially for the show  Texts by Ilaria Bonacossa and Francesco Stocchi 

Through environmental installations, sculptures and drawings Alberto Tadiello analyses how time and space relate. Questioning the relationships that exist between the visual and acoustic dimensions, his poetical-engineering interventions create utopian machines that come to life in a sort of continuous dysfunctional functionality. His projects have developed in different directions: in 2005 he rielaborated the sound frequencies of the Venetian tides into a abstract and hypnotic musical script; in 2008 he created a minimalist wall-sculpture of small mechanical carillons, that accelerated beyond their limit, deformed their melodies into a cacophonic environmental installation. Similarly in 2009, mounting together  a drill, a biro and a compass, Tadiello invented an instrument for fractal drawings, that reproduced the organized randomness of particular movements; whilst in 2011 he aligned inside a series of mdf bells a rhizome of door-bells, as a way of representing the atomic configuration of the atom, as well as diffusing a vigorous sound wave.  In Genova the artist presents a series of new site-specific works, created in response to the classical rooms of the villa. Sound installations, large sculptures, drawings, crawlers imprisoned in their useless mechanical obsolescence, reveal  a form of reverse Luddism. Representative of this mode of working is Tarantolata, a large rotating sculpture constructed from a cement mixer and a radial of metal slats and mdf splints, that when set in motion transforms itself into a metallic thistle, that wraps itself around the room. The brutal beauty of this sculpture becomes hypnotic when through its rotation it seems to contract the surrounding space. Similarly, the two new sound installations, born from the obsessive and perverse digital re-elaboration of audio samplings, transform sound into a looming, magnetic and engulfing three- dimensional sculptural element. Finally the two series of small abstract drawings become cathartic experiments for the release of energy, traces of a fierce sign, black holes that emerge from the stubborn overlapping of multiple layers.

The menacing, relentless and jarring mechanisms’ of the works presented at Villa Croce are stuck in their own disfunc tionality, enacting useless processes that transform them in enigmatic presences ripe, in their constant turning, twisting, moving, playing and drawing, of melancholic energy.  High Gospel reveals a profound obsession with nature and its mechanisms. The title derives from the juxtaposition of two different universes. In the artist’s words: «High stands for tall, intense, uplifted, acute. Gospel, which I use as a specific musical term, delineates a creed. It’s a chorale of thoughts, impressions, temperatures that have expanded and condensed, solidified around ferrous lumps, tractions and tumbles. High Gospel is a line that runs high up; a Dolomite skyline.

It reminds me of celestial music and the psalm, while dialectically playing with the telluric energy that connects the works». Even though Alberto Tadiello was born in 1983, the mechanisms on which he focuses are not monstrous phantasmagorical digital creations but industrial materials and machines that are built from electro-mechanical agglomerates, kilometres of electrical cables, sound systems and scraps of metal. Furthermore the artist makes these installations in first person, consciously preferring hours of intense physical labour (cutting, folding, welding and mounting his components) to a process of semi-industrial production. This is surprising as Tadiello belongs to a post-digital generation, in which machines are no longer the continuation of our muscular system but have become the extension of our nervous systems, dematerializing the perception of our bodily limits, and allowing us to live suspended outside time and space. Emerging form the Arte Povera tradition, though, Tadiello manifests a profound tactile and conceptual relationship with the objects and materials he appropriates, creating sculptures that are classical in their use of space, vital in their capacity of channelling energy and uncanny in the way they metaphorically enter under the public’s skin.