Pedro Reyes,   Lisson Gallery Milano 2014,   Installation view  - Courtesy Lisson Gallery London - Milan

Pedro Reyes, Lisson Gallery Milano 2014, Installation view – Courtesy Lisson Gallery London – Milan

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Alla Lisson Gallery di Milano è in corso un ‘colloquio’ tra Karl Marx, Leon Trotsky, Vladimir Lenin, Frida Kahlo e David Alfaro Siqueiros. Però questi personaggi non si sono mai realmente trovati assieme nella stessa stanza. L’artista messicano Pedro Reyes ha disposto i loro ritratti in pietra lavica negli spazi della galleria come parte della sua nuova serie “Statues”. Il continuo impegno di Reyes per la coesione morale o sociale si è fossilizzato nella forma statica della scultura, come se si fosse arrestato o congelato nell’azione dello scambio o della discussione.

Inaugurata il 27 Maggio, questa seconda personale di Reyes con la Lisson Gallery include anche un’installazione in marmo intitolata “Colloquium (Ironism)”. Ogni forma, che riprende la tipica sagoma dei dialoghi nei fumetti, si incastra con le altre, stabilendo un ipotetico dialogo.

ATPdiary ha fatto qualche domanda a Pedro Reyes.

ATP: Quali sono le principali fonti di ispirazione nel tuo lavoro?

Pedro Reyes: Ho avuto mentori importanti che hanno avuto molta influenza su di me, come Antanas Mockus, l’ex sindaco di Bogotà, in Colombia – che è anche un filosofo e matematico -, e che ha  fatto azioni simili alle performance durante la sua amministrazione, rendendo i cittadini più responsabili dei cambiamenti introdotti nella città.  Un’altra grande influenza l’ho avuta da Augusto Boal, che ha fondato in Brasile il Teatro dell’Oppresso. Boal ha preso la pedagogia di Paulo Freire e ne ha fatto una forma d’arte a disposizione di tutti.

ATP: Il titolo del tuo ultimo progetto alla Fundación Jumex in Messico è “The Permanent Revolution – An Ideological Screwball Comedy”. Mi puoi dare la tua personale definizione di “rivoluzione permanente”? 

PR: Beh, il libro omonimo di Leon Trotsky è un monito contro i pericoli del totalitarismo e la necessità di rinnovamento. Ero personalmente interessato a mostrare una possibile continuità di idee iniziata con Marx nel XIX secolo.Volevo trovare il significato dell’essere un rivoluzionario oggi, ma ho anche voluto farlo con il linguaggio della ‘commedia’; volevo rivolgermi ad un pubblico molto ampio, che avrebbe potuto quindi farsi una bella risata seguendo questo corso accelerato sulla storia delle ideologie politiche.

ATP: Il tuo progetto di utilizzare migliaia di armi da fuoco per costruire degli strumenti musicale, ha fatto il giro del mondo. Pensi che l’arte possa cambiare concretamente il modo di pensare delle persone? Per te l’arte è prima di tutto un atto politico?

PR: Non credo che tutta l’arte debba essere politica, molti dei miei lavori non hanno un contenuto politico. Tuttavia, se si vuole produrre un cambiamento sociale, è importante catturare l’immaginazione della gente e mostrare modelli alternativi di organizzazione della società, e l’arte è un ottimo strumento per farlo.

ATP: Hai detto molto spesso che il Messico, terra dove vivi, è molto violenta. Molte tue opere nascono dalla situazione sociale messicana. Come rendere una disagio sociale particolare, come quello messicano, un tema che riflette sull’intera società globale?

PR: Con “Disarm” ho voluto portare l’attenzione sul problema del traffico di armi. Spesso, solo quelli che utilizzano le armi sono ritenuti responsabili, ma credo che le aziende che producono e commerciano le armi stiano alimentando la guerra, il crimine, la sofferenza e la morte in tutto il mondo, quindi devono essere denunciate. Inoltre, i film di Hollywood e i videogiochi continuano a ritrarre le pistole come qualcosa di sexy e cool. E’ necessario un cambiamento culturale per mutare questa percezione. Ad oggi, non solo il cinema ha contribuito a glorificare le armi.

ATP: Mi introduci il tuo ultimo progetto alla Lisson Gallery di Milano?

PR: Mi piace moltissimo lavorare la pietra, scolpire direttamente su pesanti masse di lava nera. Per me questi ritratti trattano della memoria, ma sono anche una sfida: utilizzare uno stile molto astratto per trasmettere la personalità di ciascun personaggio storico tramite l’uso di elementi minimi. Penso a loro come a “statue” o “monumenti” anche se continuo a mettere in discussione il retaggio del mio soggetto; è soprattutto una modesta forma di protesta contro l’oblio.

ATP: Come riesci a conciliare un sistema, come quello dell’arte, spesso dominato dall’aspetto commerciale, e la tua idea di un’arte che deve intervenire concretamente e quindi mutare la società?

PR: Sono sempre coinvolto in progetti che rientrano nella categoria della pratica sociale e molti di loro non portano ad un prodotto fisico che può essere venduto o collezionato, ma al tempo stesso mi piace anche fare dipinti e sculture come entità discrete che producono ricavi e mi permettano di avere uno studio, in modo da avere la libertà di impegnarmii in progetti di pratica sociale. Vendere il lavoro è molto meglio che partecipare a dei bandi per ottenere sovvenzioni. Essere un attivista comporta una quantità folle di scartoffie. E’ molto meglio realizzare bellissimi lavori per finanziare tutte le imprese sociali.

ATP: Quali sono i tuoi artisti preferiti? Hai mai lavorato con loro? 

PR: Le mie fonti di ispirazione sono molto ampie perché ho ??preso in prestito un sacco di soluzioni e strumenti dall’arte, ma anche da altri campi come l’architettura, il teatro, il cinema, la psicologia, la filosofia e l’antropologia. Per ogni progetto potrei fare un elenco delle fonti che mi hanno aiutato.

ATP: Hai qualche nuovo progetto per il futuro? 

PR: Vorrei fare una seconda tranche di pUN: the People’s United Nations, perché è un progetto che ha ancora un grande potenziale. Il primo vertice che ho organizzato nel novembre 2013 ha coinvolto 160 delegati provenienti da 160 paesi che si sono impegnati in negoziati e sessioni di risoluzione di conflitti e un sacco di altre dinamiche di gruppo molto interessanti. E’ stato un progetto estremamente difficile da organizzare, ma anche una bella forma di incontro, diversa da qualsiasi cosa io abbia sperimentato. Questo è il motivo per cui sono così entusiasta di organizzare una seconda fase del progetto.

ATP: … in quale periodo ti sarebbe piaciuto vivere e perché?

PR: Mi piace vivere nel presente, quindi non ho nostalgia di altri periodi storici.

Fino al 18 Luglio.

(Ha collaborato Matteo Mottin)

Pedro Reyes Head of Frida Kahlo II 2014 Volcanic stone 95.5 x 76.5 x 45.5 cm Base: 75 x 80 x 60 cm,   Courtesy Lisson Gallery London - Milan

Pedro Reyes Head of Frida Kahlo II 2014 Volcanic stone 95.5 x 76.5 x 45.5 cm Base: 75 x 80 x 60 cm, Courtesy Lisson Gallery London – Milan

A colloquium is being held at Lisson Gallery in Milan, between Karl Marx, Leon Trotsky, Vladimir Lenin, Frida Kahlo and David Alfaro Siqueiros. But this grouping never actually met together in one room: Pedro Reyes arranged their stone portrait busts, as if deep in conversation, within the space of the Lisson Gallery, as parts of his new “Statues” series: Reyes’s ongoing concerns with social or moral cohesion have been ossified into the static forms of sculpture, as if halted or frozen in the acts of exchange and discussion.

Inaugurated on May 27th, Reyes’ second solo exhibition with Lisson Gallery also includes a marble installation entitled “Colloquium (Ironism)”, a work that consists of interlocking forms in dialogue with one another.

ATPdiary asked some questions to Pedro Reyes.

ATP:  Which are the most important sources of inspiration of your work?

Pedro Reyes: I have had important mentors who were very influential, such as Antanas Mockus, the former mayor of Bogotá, Colombia, who is also a philosopher and mathematician, and who used highly creative, performance-like gestures during his administration, making citizens responsible for bringing change to the city. Another big influence was Augusto Boal, who founded in Brazil the Theater of the Oppressed. Boal took the pedagogy of Paulo Freire and made it into an art form available to everyone.

ATP: The title of your latest project to Fundación Jumex in Mexico is “The Permanent Revolution – An Ideological Screwball Comedy”. Can you give me your personal definition of ‘Permanent Revolution’?

PR: Well, the eponymous book by Leon Trotsky is a warning against the dangers of Totalitarianism and the need for renewal. I was personally interested in showing a continuity of ideas which started with Marx in the nineteenth century and in finding the meaning of being a revolutionary today, but I also wished to do it as a comedy because I wanted to have a very wide audience who could have a good laugh while having a crash course on the history of political ideology.

ATP: Your project of turning thousands of firearms into musical instruments have had a great response all over the world. Do you think that art can concretely change the people’s way of thinking? Is art for you primarily a political act?

PR: I don’t think that all art has to be political, many of the pieces I do don’t have political content. However, if you want to produce social change, it is important to capture people’s imagination and to show alternative models for the organization of society, and art is a great tool to do so.

ATP: You said very often that Mexico, the country where you live, is a very violent country. Many of your works are born from the social situation in Mexico. How do you turn a particular social disadvantage, such as the Mexican one, into a subject that reflects the entire global society?

PR: With Disarm, I wanted to bring attention to the problem of weapon trafficking. Often, only those using the arms are held responsible, but I believe companies that manufacture and trade with guns around the world are fueling war, crime, suffering, and death around the world, so they must be denounced. Also, Hollywood movies and videogames continue to portray guns as something sexy and cool. A cultural shift has to come to change that perception. Currently, other arts such as the cinema have helped to glorify weapons.

ATP:  Could you tell me something about your last project at Lisson Gallery in Milan?

PR: I am enjoying very much working in stone, carving directly onto heavy masses of black lava. For me, these portraits are about memory, but are also a challenge to use a very abstract style, conveying the personality of each historical character, using the minimum elements. I think of them as “statues” or “monuments”, although I continue to question the legacy of my subject, yet it is above all a modest protest against oblivion.

ATP: How do you manage to conciliate the art system, often ruled by the business aspect, and your idea of an art that has to actively participate and change society?

PR: I am always involved in projects that fall into the category of social practice and many of them don’t have a physical product which can be sold or collected, but at the same time, I also like doing painting and sculptures that are discrete entities that produce revenue and allow me to run a studio so I have the freedom to engage in social practice projects. Selling work is much better than writing grants. Being an activist involves an insane amount of paperwork. It is much better to do beautiful pieces in order to finance all the social undertakings.

ATP: Which are your favourite artists? Have you ever worked with them?

PR: My sources of inspiration are very wide because I have borrowed a lot of solutions and tools from art, but also from other fields such as architecture, theater, film, psychology, philosophy, and anthropology. For each project I could make a list of sources that have helped me.

ATP: Do you have any new project for the future?

PR: I would like to make a second installment of pUN: the People’s United Nations, because it is a project that still has a lot of potential. The first summit that I organized in November 2013 involved 160 delegates from 160 countries who engaged in negotiations and conflict resolution sessions and a lot of other very interesting group dynamics. It has been an extremely difficult project to organize, but also a beautiful form of encounter, unlike anything I have experienced. This is why I am so keen in organizing a second phase of the project.

ATP: Always being an artist, in which historical period would you like to have lived? Why?

PR: I love living in the present so I don’t have nostalgia for other historical periods.

Until July 18th.

lissongallery.com

Pedro Reyes Colloquium (Ironism) 2014 Marble 240 x 220 x 180 cm - Courtesy Lisson Gallery London - Milan

Pedro Reyes Colloquium (Ironism) 2014 Marble 240 x 220 x 180 cm – Courtesy Lisson Gallery London – Milan

Pedro Reyes,   Lisson Gallery Milano 2014,   Installation view  - Courtesy Lisson Gallery London - Milan

Pedro Reyes, Lisson Gallery Milano 2014, Installation view – Courtesy Lisson Gallery London – Milan