Josh Smith Unsolved Mystery Installation views Massimo De Carlo,   Milano,   2014 Photo by Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo,   Milano/London

Josh Smith Unsolved Mystery Installation views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/London

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Fino al 17 maggio, la Galleria Massimo De Carlo presenta ” Unsolved Mystery“, la mostra personale di Josh Smith (Knoxville, 1976). Josh Smith torna a Milano per la seconda volta alla galleria Massimo De Carlo con una serie di tele e pannelli in legno dipinti a olio e un nucleo di sculture in ceramica: le opere di Josh Smith sono una riflessione sulla pittura, sul ruolo dell’artista e sul significato dell’opera d’arte e indagano i concetti di autenticità e serialità con una ripetizione ossessiva di temi, forme e colori.

Matteo Mottin in conversazione con l’artista.

M.M: In una recente intervista in cui ti chiedevano se vuoi che il tuo lavoro sia facilmente comprensibile hai risposto: “Mi piacerebbe togliere il mistero dal fare arte”. E’ per questo motivo che hai chiamato questa mostra “Unsolved Mystery”?

Josh Smith: Ti chiedono un titolo e devi trovare un titolo, hanno sempre bisogno di un titolo e devi trovarlo alla svelta. E per qualche motivo quel giorno ho letto da qualche parte “unsolved mystery” e mi sono detto “questo è un buon titolo”. L’arte è un mistero, non c’è modo di risolverlo. E’ solo un modo che hanno le persone per interagire, una piattaforma. La vita è breve, ecco perchè ci piace, perchè è un mistero. E’ un cercare il nulla, e noi semplicemente ci godiamo questa ricerca. Tratta dell’individuo, tratta di tutti quelli coinvolti, e ciò che vogliono trarne. Il titolo “Unsolved Mystery” può applicarsi ad ogni cosa che ho fatto e probabilmente ad ogni cosa che chiunque ha fatto. Non è un lavoro di tipo didattico, di cui devi per forza leggere prima qualcosa. Questi sono lavori che devi solo guardare. Penso che tu abbia ragione. Probabilmente ho detto quella cosa, “voglio toglierle il mistero”, perchè tutti cercano di fare cose senza sbavature, impeccabili, come se fossero state create nello spazio, e io invece voglio creare lavori fatti in modo tale che uno possa vedere esattamente come sono stati realizzati.

M.M.: Perchè hai scelto di dipingere delle palme? Una volta hai detto che quando hai dipinto i segnali di stop, era un modo per dire a te stesso “fermati, calmati”. Le palme sono una specie di simbolo del relax, un altro modo per fermarsi e calmarsi. 

J.S.: Con i segnali di stop volevo fare un dipinto che fosse evidente, ovvio, e volevo anche fare un dipinto su una superficie brillante, riflettente, tipo metallica, solo per divertimento. Ma in fondo questi dipinti sono molto belli da vedere e il loro significato è opaco, sono una cosa solida, un pezzo di metallo con smalto, rigido. Volevo avere un segnale di stop in casa, penso che stiano bene in una casa, e mi sono detto “ecco la possibilità di potermene fare uno”. Vorrei provare a farne altri, con un cartello stradale diverso. Credo che sia la stessa cosa per te, vuoi che ci sia della varietà nelle cose che fai, vuoi provare cose diverse e provare a interpretare ciò che fai in vari modi diversi.  Tanta parte della mia arte è una reazione a ciò che mi succede attorno, una reazione a ciò che vedo le altre persone fare. Personalmente, a me piace fare l’opposto di quello che fa l’altra gente.  C’è una tendenza oggi nell’arte in cui un sacco di artisti fanno questa specie di dipinti astratti che sono solo tele con sopra una linea, e tu dovresti metterti lì a guardarla e pensarci su. L’ho fatto per un sacco di tempo e non voglio competere con altra gente che lo fa, perchè non voglio che le mie idee siano assimilate in modo rigido. Tutto ciò che faccio sono solo altri dipinti astratti. Le palme erano un modo per allontanarsi dell’astrazione. Se guardi lo sfondo di questi lavori, è proprio un dipinto astratto. Alla fine, proprio tre o quattro giorni prima che venissero a prenderli per una mostra o per portarli da qualche parte, ho preso il nero e ci ho fatto sopra un albero. Quindi, veramente, sto solo facendo un dipinto astratto, e poi l’albero è solo un elemento che serve per allontanarsene.

Ho provato con i cactus, hai presente, il tipico cactus americano, come quello che vedi nei cartoni, ma ricordava troppo il viaggio, o l’esotismo, o qualcosa del genere, mentre ho notato che il motivo delle palme riguarda più l’escapismo, è decorativo. Potresti vivere nel posto più freddo del mondo e indossare una cravatta con sopra una palma, non te ne accorgeresti nemmeno, è universale, è come un’icona. E’ una cosa calda da guardare.

Dato che è un’idea semplice, mi ha fornito tutto il necessario disgusto di cui ho bisogno. Devo avere disgusto di ciò che faccio. Se mi sento a mio agio quando faccio qualcosa allora c’è un problema, perchè so che è tempo di cambiare. Devo sentirmi a disagio mentre lo faccio. Questa sarà l’ultima volta per questi con le palme. E’ la terza mostra e penso che possa pure smettere, ne ho fatti abbastanza. All’inizio ho fatto le palme per un film. Un mio amico, il regista Harmony Korine, ha fatto un film chiamato “Spring Breakers” e sono stato da lui qualche giorno in Florida mentre lo stavano girando e mi ha chiesto di fare un dipinto per il set da mettere nella stanza di uno dei cattivi. Non mi ha chiesto di dipingere una palma. Quando sono tornato al freddo del Nord-Est ho fatto un bel dipinto con una palma, il giorno dopo l’ho arrotolato e gliel’ho spedito.

Non credo fosse nel film. Voglio dire, lui dice che c’era, ma io ho guardato il film e non l’ho visto, quindi… Lui è un mio amico e si è tenuto il dipinto. Sono andato a casa sua – lui vive in Tennessee, io vengo dal Tennessee – ed era lì in casa sua, bello teso e intelaiato, e io ero tipo “Wow, immagino che questo ora sia il suo dipinto”. Così mi è venuta voglia di averne uno anch’io, e ne ho fatti cinque, pensando “terrò quello venuto meglio”, ma erano tutti belli, mi piacevano tutti, e mi sono reso conto che permettono un ampio margine di errore, il loro aspetto è molto aperto all’interpretazione. Mi piace l’idea del cielo astratto. Ci sono molte volte che esci dal lavoro e guardi su il cielo e c’è qualcosa che non avevi mai visto prima. Può essere qualsiasi cosa, e io mi dico: “Ok, posso dipingere questa cosa con gli occhi chiusi e divertirmi”. Li ho presentati tre volte: ad Oslo, dove mi sono reso conto quanto fossero influenzati da Munch. E’ stato interessante ed emozionante. Poi li ho presentati di nuovo a New York, e poi da Massimo De Carlo qui a Milano.

E’ bello cambiare. Mi piace riservarmi il diritto di cambiare, non voglio solo essere un certo tipo di pittore. Il mio primo lavoro che ha attratto attenzione, il primo lavoro che ho fatto e che era un po’ diverso, che ha attirato l’attenzione sia mia che di altra gente sono stati questi dipinti con il nome che erano molto crudi e facili da interpretare male, sai, come se parlassero del mio ego, come se parlassero di chissà cosa – anche io non li capisco, volevo solo fare qualcosa che non mi piacesse. Perchè so che se non mi piace qualcosa – che non mi piace in una certa maniera – lo apprezzo, voglio essere messo alla prova dal mio lavoro, proprio come chiunque altro vorrebbe.

Cerco sempre cose che siano facili da dipingere. Penso che in ogni arte che si basa molto sulla tecnica la creatività soffra. Penso che la competenza uccida la creatività. Quindi sono sempre in cerca di modi per sabotare ciò che ho imparato. Non vorrei mai e poi mai essere uno che se la tira. Io non sono così. Preferisco far vedere alla gente il modo in cui sto imparando piuttosto che mostrare alla gente ciò che so. Penso che se davvero ti importa di ciò che stai facendo e sei davvero ispirato, sforzarsi di fallire possa portarti ad una rivelazione. Tipo, non cercare di avere successo, ma cerca di fallire. Non fare mai quello che fanno tutti gli altri, e poi quando tutti iniziano a fare quello che stai facendo allora devi dire “puoi tenertelo, prendilo e divertiti”, e poi tornare a dove loro stavano prima.

M.M.: Puoi parlarmi della 38th Street Publishers?

J.S.:  L’ho chiusa. L’ho aperta quando un mio amico, Todd, si è trasferito a New York dal college e aveva bisogno di un lavoro. E’ molto bravo a usare il computer e gli ho detto “dovresti fare questa cosa”. E’ stato divertente, ma poi si è trasferito. Poi, troppe persone hanno iniziato ad aprire le loro case editrici. Avevo questo posto a New York in cui mi stampavo i miei libri, e poi tutti quanti hanno iniziato a stamparsi i loro libri. Quindi i libri di tutti quanti hanno iniziato a somigliare ai miei libri e ho pensato “Ok, farò qualcos’altro”, e l’ho chiusa. E poi c’è questa fiera di libri a New York, ogni anno… ci sono troppi libri, troppa carta sprecata. I libri sono ovunque. Tornerò ai libri un giorno. Mi piace fare libri, e ci vuole pochissimo tempo: faccio un libro la mattina, e loro te lo stampano la notte, e poi te lo rilegano – e poi eccolo lì, due giorni dopo. E’ fantastico.

Voglio solo far vedere alla gente che l’arte è una cosa senza limiti. Voglio solo trasmettere questo. Li ho sempre fatti da solo, e mi è piaciuto. Un sacco di volte non ho avuto uno studio, e puoi andare in una copisteria e fare lì la tua arte. I libri sono magnifici, puoi farne uno e darlo a un amico. Un giorno tornerò a fare libri.

M.M.:  Quando guardi le foto dei tuoi lavori passati nei libri che hai fatto, che sentimento provi nei loro confronti? Li senti sempre vicini o percepisci una sorta di distacco?

J.S.:  Li considero parte della famiglia, come parte della famiglia di ciò che ho fatto. Li sento ancora vicini. Se avessi mai la possibilità, me li riprenderei indietro. Voglio dire, anche i fallimenti – anche io rappresento un fallimento. Amo i miei dipinti, ne vado fiero. Se non piacessero a nessun altro sarei tipo “ok, me li tengo tutti io”. E’ la mia vita, è il modo in cui parlo, è il modo in cui comunico. Sono fortunato ad essere in grado di farlo, creativamente. Onestamente, capisco che possa sparire in ogni momento, questa opportunità che ho. Preferirei fallire, continuare a provare, fallendo, poi provare a farcela.

Mi fido della gente con cui lavoro. Significa molto per me l’essere qui, sento un forte legame con la gente qui. Mi madre e la sua famiglia erano immigranti da Bari. Si sono spostati a New York negli anni ’60. Non so come funziona tutto quanto, davvero. La prendo come viene. Non c’è un modo giusto o un modo sbagliato di fare questo lavoro. Cerca di avere attorno a te persone che ti piacciono, coltiva quelle relazioni. Voglio dire, se hai amici non penso che tu possa fallire. Solo non paragonarti alle altre persone. Crea la tua fortuna, crea il tuo mondo.

Dal martedì al sabato 11.30 – 19.30, fino al 17 maggio.

www.joshasmith.com

www.massimodecarlo.com

Josh Smith Unsolved Mystery Installation views Massimo De Carlo,   Milano,   2014 Photo by Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo,   Milano/London

Josh Smith Unsolved Mystery Installation views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/London

From March 28th Galleria Massimo De Carlo presents “Unsolved Mystery”, the solo exhibition by Josh Smith with the gallery in Milan.

Matteo Mottin in conversation with the artist.

– In a recent interview, when they asked you if you want your work to be easily understood, you said “I would like to take the mystery out of art-making”. That’s why this exhibition is called “Unsolved Mystery”?

They ask you for a title and you need to come up with a title, they always need a title really quickly. And for some reason on that day I saw somewhere “unsolved mystery” and I said “that’s a good title”. Art is a mystery, there is no way to solve it. It’s just a way for people to interact, a platform. Life is short, and that’s why we enjoy it, because it is a mystery. It’s a search for nothing, and we just enjoy the search. It’s about the individual, it’s about everybody involved, and what they wanna take out of it. The title “Unsolved Mystery” could apply to everything I made and probably to anything anybody has made. That’s not a didactic sort of artwork that you have to read about.These are artworks that you just have to look at. I guess you’re right. I did probably said that, “I want to take the mystery out of it”, because everyone tries to make things seamless, like they were made from outer space, I want to make my work in a way you can see exactly how it was made.

– Why did you choose to paint palm trees? Once you said that when you painted the stop signs, it was a way to tell you “stop, calm down”. The palms are a sort of relax symbol, another way to calm down. 

With the stop signs, I wanted to make a painting that was a given, and I also wanted to make a painting on a shiny, sort of metallic and reflective surface, just for fun. But the bottom line about this paintings is that they look very good and the meaning is opaque, it’s a solid thing, a piece of metal with enamel, it’s hard. I just wanted a stop sign in my house, I think they look good in a house, and I said “Here is the chance I can make one for myself”. I would like to try it again, with a different sign. I’m sure it’s the same for you, you want variety in what you do, you want to try different things and try to interpret what you do in different ways. A lot of my art is a reaction to what’s going on around me, a reaction to what I see other people doing. I personally like doing the opposite.

There’s a trend in art right now where a lot of artists are making this sort of abstract paintings which are just a canvas with a line on it, and you’re supposed to really look at it and think about it. I’ve done that for a long time and I don’t want to compete with other people who are doing it, because I don’t want my ideas to be assimilated like just this or just that. All I do is just more abstract painting. The palms were meant to go away from abstraction. If you look on the background of those palm-trees, it’s just an abstract painting. At the very end, right three or four days before they come and get them for a show or to go somewhere, I just took the black and put the tree over it. So, really, I’m just making an abstract painting, and then the tree is just an element to bring it back away from that. I have tried with cactuses, you know, the stereotypical american cactus, like the one from the cartoons, but it was too much about travel, or exotic, or something, whereas I noticed the palm-trees motif is just more about escapism, it’s decorative. You could live in the coldest place in the world and have a tie that have palm-trees on it, you wouldn’t even notice it anymore, it’s universal, it’s like an icon. It’s a warm thing to look at.

Because it’s a simple idea, it provided me with the necessary sickness that I need. I need to feel sick about what I make. If I feel good about what I’m doing then there is a problem, because I know it’s time to change. I have to be uncomfortable doing it. This will be the last time for these palm-trees. This will be the third show and I think I can just leave it now, I have made enough.

Originally I made the palm-trees for a movie. A friend of mine, the film director Harmony Korine, made a movie called “Spring Breakers” and I went down with him for a few days in Florida when they were filming it and he asked me to make a painting for the set for one of the bad guys’ house. He didn’t ask me to make a palm tree. When I came back to the cold of the North-East I made a nice painting of a palm tree, the next day I folded it up and sent it down there.  I don’t think it was in the movie. I mean, he says it was, but I watched the movie and I didn’t see it, so… He’s my friend and he kept the painting. I went to his house – he lives in Tennessee, where I’m from – and it was in his house, very nicely stretched, and I was like “Wow, I guess that’s his painting”. So I wanted one for me, too, and I’ve made five, thinking “I’ll keep the best one”, but they were all good, I liked them all, and I realized there’s a wide margin of error, it’s very open to interpretation the way those paintings could look. I like the idea of the sky that is abstract. So many days you come out from work and you look up at the sky and there’s something you’ve never seen before. It can be anything, and I was like: “Ok, I can just paint that with my eyes closed and have fun”.  I presented them three times: in Oslo, where I realized how influenced they were by Munch. That was interesting, and it was exciting. Then I showed them again in New York, and then for Massimo De Carlo here in Milano.

It’s nice to change. I love reserving the right to change, I don’t just wanna be a certain type of painter. My first noticeable work, the first work that I made that was different, that got my attention and other people’s was these name paintings that were very stark and easy to misinterpret, you know, like they were about my ego, like they were about who knows what – I don’t understand them myself, I just wanted to make something that I didn’t like. Because I know that if I don’t like something – not liking it in a certain way – I appreciate that, I wanna be challenged by my work, just like anybody else would be. I always look for things that are easy to paint. I think that in any art that’s technically proficient, creativity suffers. I think proficiency kills creativity. So I’m always looking for ways to undermine what I’ve learned. I don’t ever wanna be a show-off. It’s just not what I’m about. I would rather show people how I’m learning than show people what I know.

I think that if you really care about what you’re doing and you’re really inspired, striving to fail can lead you to a revelation. Like, don’t strive to succeed, but strive to fail.  Don’t ever do what everybody else is doing, and then when everybody else start doing what you’re doing, so say “you can have that, take it and have fun”, and then go back to where they used to be.

– Could you tell me about 38th Street Publishers?

I closed that. It started when a friend of mine, Todd, moved to New York from college and he needed a job. He’s very good at the computer and I said “you should do this”. It was fun, but then he moved. Then, too many people started opening up their own presses. I had this place in New York where I was printing my books, and then everybody started printing their books. So everybody’s books started looking like my books and I thought “Ok, I’ll just do something else”, so I closed that. And also there’s this book fair in New York, every year… there’s too much books, too much wasted paper. Books are everywhere. I just wanted to give it a rest.

I’ll go back to books again one day. I love making books, and it only takes a short time: I made a book in the morning, and they were printing it at night, and then they bound it – and then it’s there, two days later. It’s great. I want to show to other people that art is an open-ended thing. I just want to convey that. I don’t want to be perceived as too serious. It is serious, it’s important like poetry is important, and it’s a way to interact with other people. It’s very special, and that’s my favorite part of it.

I’ve made probably 300 different books. A lot of them are handmade. I always made them myself, and I enjoyed it. A lot of times I didn’t have a studio, and you could go to a copy shop and make your art there. Books are great, you can make one and give it to a friend. One day I’ll go back to books.

– When you look at pictures of your past works in the books that you made, how do you feel about them? You still feel close to them or you experience a sort of detachment? 

I just consider them as part of the family, like part of the family of what I’ve done. I still feel close to them. If I ever had the chance, I’d get them back. I mean, even the failures – I represent a failure too. I love my paintings, I’m proud of them. If nobody else likes them I’m like “I’ll keep them all”. It’s just my life, it’s how I talk, it’s like I communicate. I’m fortunate to be able to do that, creatively. Honestly, I understand that could go away any time, this opportunity I have. I’d rather fail, go out trying, failing, then trying to succeed.

I trust the people I work with. It means a lot to me to be here, I feel a great connection to the people here. My mom was an immigrant from Bari with her family. They moved to New York in the 60s.  I don’t know how it all works, really, I just take it how it comes. There’s no such thing as a right way or a wrong way to do this job.Try to have people around you that you like, cultivate those relationships. I mean, if you have friends I don’t think you can fail. Just don’t compare yourself to other people. Make your luck, make your world.

From Tuesday to Saturday 11.30am – 7.30pm, until May 17th

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Josh Smith,   Unsolved Mystery,   Galleria Massimo De Carlo,   Milano 2014 - Installation View Foto Francesca Verga

Josh Smith, Unsolved Mystery, Galleria Massimo De Carlo, Milano 2014 – Installation View Foto Francesca Verga

Josh Smith,   Unsolved Mystery,   Galleria Massimo De Carlo,   Milano 2014  - Installation View

Josh Smith, Unsolved Mystery, Galleria Massimo De Carlo, Milano 2014 – Installation View

Josh Smith Unsolved Mystery Installation views Massimo De Carlo,   Milano,   2014 Photo by Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo,   Milano/London

Josh Smith Unsolved Mystery Installation views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by Roberto Marossi Courtesy Massimo De Carlo, Milano/London