Alex Israel,   “Abbot Kinney Mural” prodotto da Various Small Fires nel 2012. Foto: Michael Underwood

Alex Israel, “Abbot Kinney Mural” prodotto da Various Small Fires nel 2012. Foto: Michael Underwood

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Dal 16 Gennaio Gagosian Gallery Roma presenta una mostra di nuove opere di Kathryn Andrews (Mobile, Alabama, 1972) e Alex Israel (Los Angeles, 1982). Entrambi gli artisti condividono una caratteristica particolare: usano la temporaneità e la contingenza come nuovi parametri per i readymade, come una sorta rinnovo dell’audace scalzamento duchampiano dello status di autore e di opera d’arte. Inoltre, entrambi vivono a Los Angeles e si confrontano con l’industria cinematografica e la cultura mediatica tipiche del luogo. 

La sfaccettata natura del lavoro di Kathryn Andrews riflette la sua sensibilità nei confronti dell’espansione urbana di Los Angeles. Spesso combina un elemento estremamente rifinito con un secondo oggetto di una certa rilevanza, suscitando, attraverso la loro contrapposizione, una moltitudine di proiezioni narrative implicite, e allo stesso tempo destabilizzando le convenzioni tradizionali delle gerarchie formali del piedistallo della scultura, della struttura e dell’oggetto in sé.

Los Angeles è una presenza forte anche nel lavoro di Alex Israel: dalla serie di fondali scenici verticali dalla forma che richiama le finestre e le porte d’ingresso delle case da Spanish Revival dell’epoca d’oro di Hollywood, dipinti con mille sfumature che ricordano i colori dei tramonti sulla Valley, ambiente “naturale” degli oggetti di scena presi in affitto che espone come sculture readymade, a “As it Lays”, la serie cult di video ritratti di celebri concittadini quali Rick Rubin, Marilyn Manson e Christina Ricci, per nominarne alcuni, a cui pone domande come “se dovessi preparare l’insalata perfetta, quali sarebbero i suoi ingredienti fondamentali?”. 

La città è anche una presenza implicita nel nome della sua linea di occhiali da sole, “Freeway Eyewear”. 

Matteo Mottin ha intervistato Alex Israel. 

ATP: So che di recente sei stato a Cinecittà.

Alex Israel: Sono stato per la prima volta a Cinecittà l’anno scorso per preparare la mia prima mostra in Italia, che è stata in Umbria, a Città della Pieve, in una bellissima chiesa sconsacrata con un affresco del Perugino, che ora è diventata un museo: Santa Maria dei Servi. Sono andato a Cinecittà in cerca di materiale scenico da affittare e usare come sculture per la mostra come parte del mio progetto scultoreo “Property”, tuttora in corso. Ho impiegato materiale scenico come sculture readymade in progetti a Los Angeles, New York, Berlino e Parigi. Quando questo mese sono tornato a Cinecittà per preparare la mostra alla Galleria Gagosian di Roma è stato come tornare a far visita a dei vecchi amici, gli incredibili arredamenti scenici del reparto “Plastica”.   

Il mio processo di selezione, la scelta di quale oggetto scenico usare, funziona un po’ come il casting per un film. Percorro i corridoi dei magazzini, facendo delle audizioni agli oggetti per il ruolo che dovranno rappresentare nella mostra, ossia il ruolo di sculture readymade. Osservo gli oggetti e considero quali posseggono il miglior “carisma da star”. E’ molto difficile spiegare esattamente quello che cerco – è una qualità ineffabile, non misurabile – è più che altro una sensazione. Passo un sacco di tempo a guardare questi oggetti, a fotografare quelli che per me “risuonano”, e poi inizio a fare una selezione. A questo punto la cosa inizia a somigliare a una “seconda chiamata” al provino, prima della selezione finale. Parte di ciò che ispira questa selezione è il modo in cui questi oggetti si relazionano tra loro, e come penso possano funzionare come gruppo, come cast per la mostra. Visto che questa è una mostra in cui espongono due artisti, ossia io e Kathryn Andrews, c’è stata una particolare accortezza nella scelta di questi oggetti, in modo tale che si relazionassero al meglio con le sue sculture.  Credo che il materiale scenico, attraverso le sue esperienze nei film o nella televisione, col tempo sviluppi una sorta di qualità magica, di aura romantica. Sento che questa qualità emana in maniera particolarmente forte dagli oggetti che ho trovato qua in Italia. 

ATP: Ho letto in un articolo su di te che il soggetto della tua ricerca è la vacuità della “celebrity culture”, quindi volevo chiederti…

A.I.: Scusa, ma questo vero non è vero. Non è vero per niente. Non ho mai detto una cosa del genere e credo sia importante puntualizzarlo qui e ora. Non sono interessato alla vacuità o alla fatuità. Penso che la “celebrity culture” faccia parte della nostra cultura. Mi interessa molto, e ne traggo molta ispirazione. Alcuni miei lavori coinvolgono delle celebrità. Molte delle celebrità a cui sono interessato sono persone che hanno fatto scelte pionieristiche che hanno spianato la strada per quelli che poi hanno seguito i loro passi. Questo è il tessuto della nostra cultura, e non è ne vuoto ne fatuo. 

ATP: Hai inventato una nuova maniera di intendere il readymade. Come ci sei arrivato?

A.I.: Ero alla scuola d’arte e stavo passando attraverso una sorta di crisi esistenziale, non sapendo cosa fare o come produrre opere d’arte. In quel periodo ero genuinamente convinto di non voler produrre oggetti che potessero esistere in maniera permanente come opere e circolare nel mercato dell’arte. Volevo però creare delle esperienze di carattere fisico e scultoreo nello spettatore, come le esperienze che certi lavori mi avevano dato in passato – esperienze che ho amato sinceramente. Sono giunto alla conclusione che il modo migliore per me di trattare questo interesse un po’ paradossale – e riferirmi anche alla cultura dell’intrattenimento per cui provo un forte interesse, e che fa così parte della vita a Los Angeles – fosse di iniziare a pensare di affittare il materiale scenico usato nei film. Ho iniziato ad andare nelle “prop-houses”, magazzini in cui questo materiale viene conservato. A Los Angeles ce ne sono tantissimi. Sono come delle biblioteche dove al posto dei libri ci sono questi oggetti. Ho iniziato a frequentare questi posti, facendo fotografie e iniziando a fare esperienza del mondo in cui alcuni di questi oggetti iniziavano a parlarmi. Nello stesso periodo facevo occhiali da sole, e stavo facendo video per internet. Insistevo nel dire che i miei occhiali da sole non erano preziosi, che erano solo un prodotto come un altro, e sapevo anche che i miei video non erano preziosi, perchè esistevano online e chiunque poteva scaricarli. Sapevo anche che non volevo escludere la possibilità di partecipare ad un dialogo con il contesto delle gallerie d’arte. L’idea di affittare gli oggetti di scena, ognuno dei quali poteva recitare il ruolo di scultura in galleria, soddisfò tutto ciò che stavo cercando di fare nel mio lavoro in quel periodo. Ogni volta che realizzavo nuovi lavori in questa maniera rinconfermavo la mia fiducia nel potere, nel magnetismo e nella magia di questi oggetti inanimati che erano stati impiegati nel cinema.   

ATP: Quindi tutto parte da un’esigenza interiore.

A.I.: Ho sempre fatto arte. Ho studiato arte al college, e dopo il college ho iniziato a lavorare nel mondo dell’arte. Ho fatto esperienza del mondo dell’arte da molti punti di vista: ho lavorato con artisti, ho lavorato nei musei, ho lavorato in una casa d’aste e in due gallerie. Ho visto il mercato dell’arte diventare più potente dell’arte stessa. Quando ho iniziato la scuola di specializzazione nell’autunno del 2008 è crollato il mercato dei mutui subprime, e il mercato dell’arte è cambiato di conseguenza. Ho fatto molte esperienze e raccolto molte informazioni in quel periodo tra il college e la scuola di specializzazione, ma stavo ancora elaborando il tutto. Non sapevo cosa fare di tutte queste cose, e credo che sia a questo punto che è entrato in gioco l’atteggiamento mentale esistenzialista da cui è partito tutto. 

ATP: Gli occhiali da sole mi ricordano sempre “La Dolce Vita” e “8 1/2”. Se ci fai caso i personaggi di questi film di Fellini li indossano in un modo particolare, quasi ambiguo, come se loro fossero dei bambini che fingono di essere adulti e li usassero per proteggere la loro immaturità. 

A.I.: Gli occhiali da sole sono una cosa interessante. Mi piace il modo in cui la gente a volte li indossa per nascondersi, mentre altre volte li indossa per farsi notare. Hanno questa qualità speciale che cambia le persone: quando uno li indossa si sente subito più figo. Sono tipo una versione salutare del fumare sigarette.   Per quelli che vivono a Los Angeles sono una parte essenziale della vita quotidiana – ti metti le mutande e ti metti gli occhiali da sole. Quindi, da un lato sono affascinanti, dall’altro sono completamente banali. Mi piace questa dualità, ma mi piace anche che prima di tutto gli occhiali da sole incorniciano e filtrano ciò che vediamo, e lo fanno senza alcuno sforzo. 

ATP: Un’ultima domanda: se dovessi preparare l’insalata perfetta, quali sarebbero i suoi ingredienti fondamentali?

A.I.: Questa è una bella domanda. Lattuga, rucola, pomodori, parmigiano, pollo, fagiolini, mais, noci pecan, semi di melograno, condito con un po’ di aceto balsamico. E ci metterei anche l’avocado. 

La mostra è visitabile negli orari di galleria e su appuntamento fino al 15 Marzo. 

http://www.gagosian.com/

Alex Israel,   Veduta dell’installazione della mostra personale del 2012 presso il Museo Civico Diocesano di Santa Maria dei Servi,   Citta? della Pieve. Foto: Ornella Tiberi

Alex Israel, Veduta dell’installazione della mostra personale del 2012 presso il Museo Civico Diocesano di Santa Maria dei Servi, Citta? della Pieve. Foto: Ornella Tiberi

 

From January 16th Gagosian Gallery Rome hosts a two-person exhibition by Kathryn Andrews (Mobile, Alabama, 1972) and Alex Israel (Los Angeles, 1982). Both artists share a peculiar characteristic: they use temporality and contingency as new parameters for readymades, as a sort of renewal of Duchamp’s undermining of the status of authorship. Furthermore, they’re both based in Los Angeles and they’re interested in the culture of the local film and media industries.  The multifaceted nature of Andrews’ work reflects her sensitivity to the decentralized urban sprawl of Los Angeles. Often she combines a meticulously fabricated “framing” element with a second notable object, the juxtaposition of which invites a multitude of implied narrative projections, while simultaneously de-stabilizing traditional assumptions about the formal hierarchies of sculptural pedestal, armature, and object.

Los Angeles is also a strong presence in Alex Israel’s work: from the set of vertical backdrop panels shaped like the windows and the doorways of the Spanish Revival homes of Hollywood’s Golden Age, painted with a thousand of overtones recalling the colors of LA Valley sunsets, “natural” environment for the rented movie props he exhibits as readymade sculptures, to “As it Lays”, his cult series of video-portraits of such notable locals as Rick Rubin, Marilyn Mason and Christina Ricci, just to name a few, to which he ask such harmless questions as “if you were to create the perfect salad, what would be the key ingredients?”. 

The city is also an implicit presence in the name of his sunglasses’ brand, “Freeway Eyewear”. 

Matteo Mottin in conversation with Alex Israel.

ATP: I know you’ve been to Cinecittà recently. 

Alex Israel: I first went to Cinecittà last year in preparation for my first exhibition in Italy, which was in Umbria, in Città della Pieve, in a beautiful deconsecrated church with a Perugino Fresco, that is now a museum: Santa Maria dei Servi. I went to Cinecittà looking for props to rent, to use as sculptures for the exhibition as part of my ongoing sculptural project: Property. Employing cinema props as readymade sculptures is something that I’ve done in Los Angeles, New York, Berlin and Paris. When I returned to Cinecittà earlier this month, in anticipation of this exhibition at Gagosian Gallery in Rome, it felt like I was coming back to visit some old friends, the incredible props in the “Plastica” department at the studio.   My selection process, choosing which props to use, is a lot like casting actors for a film. I walk the aisles at the prop houses, auditioning the objects for the role that they would have to perform in a show: the role of readymade sculpture. I look at the objects and I consider which ones have the most star quality. It’s really hard to explain what exactly I’m looking for–it’s an unmeasurable and ineffable quality–it’s something that you just feel. I spend a lot of time looking at things, taking pictures of the things that resonate for me, and then I begin making a selection. At this point it sort of becomes a “call back” situation, before the final selection is determined. Part of what inspires the selection is how the different objects relate to each other, and how I think they would work as a group or as an ensemble cast, working together in an exhibition. Because this is a two person show, of my own work and Kathryn Andrews’ work, there was definitely a consideration of how any objects that I might choose would relate to her works as well. 

I believe that cinema props accrue a kind of magical property, or stardust, over time, through their experiences in film or on television. I feel this quality emanating very strongly from the objects that I’ve discovered here in Italy. 

ATP: I read in an article about you that the subject of your research is the vacuity of celebrity culture, so I wanted to ask you…

A.I.: Sorry, that’s not correct. Not at all. I’ve never said that and I think it’s important to point that out here and now. I’m not interested in vacuity or emptiness. I think that celebrity culture is our culture, and I’m really interested in it and inspired by it. Some of my work engages celebrities. A lot of the celebrities I’m interested in are people that have made groundbreaking decisions that have paved the way for other people to follow in their footsteps. This is the fabric of our culture, and it’s neither empty nor vacuous.   

A.I.:  You invented a new way of intending readymades, giving new meaning to what they can be. How did you come to this? How did it start?

I was in art school and I was having an existential moment, not knowing what to make, or how to produce artwork. At the time I was genuinely convinced that I did not want to make art objects that could exist permanently as artworks and circulate in the art market system. On the other hand, I wanted to create art experiences that could be sculptural or physical for the viewer, much like the experiences of art objects I’ve had in the past–experiences that I’ve truly loved. I came to the conclusion that the best way for me to deal with this paradoxical interest, and to address the entertainment culture that is so interesting to me, and so much a part of life in Los Angeles, was to start thinking about renting cinema props. I started going to prop-houses. In LA we have so many of them and together, spread out across the landscape, the prop houses constitute a kind of library of objects. I just started going to them, taking pictures while learning, from experience, how certain things I’d come across might speak to me. At the same time, I was making sunglasses, and I was making videos for the internet. I insisted that my sunglasses were not precious, they were just a product that could exist in the world, and I knew that my video were also not precious, because they existed online and anyone could download them. I also knew that I didn’t want to alienate the possibility of participating in a dialogue that exists around the art gallery context. The idea of renting props, each able to perform the role of sculpture in a gallery, satisfied everything that I was looking to engage in my work at that time. Everytime I make new works in this way, I reconfirm my belief in the power, magnetism and magic of these inanimate cinematic objects. 

ATP:  So it kinda rises from an inner necessity. 

A.I.: For as long as I can remember I’ve been making art. I studied art in college, and after college I worked in the art world. I experienced the art world from many different points of view: from working with artists, to working at art museums, to working with an auction house and two galleries. I saw the art market balloon into this incredibly powerful force, at times overpowering art itself. When I started graduate school in the fall of 2008, the subprime market crashed, and the art market changed along with it. I had collected a lot of experiences, and a lot of information during that time between college and graduate school, but I was still processing all of it. I didn’t know what to make of it and I guess that’s where the existential mindset came into play.  

ATP: Sunglasses always remind me of “La Dolce Vita” and “8 1/2”. The way the characters wear sunglasses in Fellini movies is particular, almost ambiguous, as if they were children pretending to be grown ups, using them to shield their immaturity. 

A.I.: Sunglasses are really interesting to me when I stop and think about them. I like how sometimes people wear them to hide, while other times people wear them to be noticed. They have this special quality that changes people: when people put them on, they instantly feel cooler. They’re kind of like a healthy version of smoking a cigarette.   For those of us who live in Los Angeles, they are very simply a part of our everyday lives–you put on your underwear and you put on your sunglasses. So on the one hand they’re glamorous, and on the other hand they’re completely banal. I love these dualities, but I also Iove that at the root of it all, sunglasses frame and filter what we see, and they do it so effortlessly.  

ATP: A last question: if you were to create the perfect salad, what would be the key ingredients? 

A.I.: That’s a good question. Romaine, rucola, spinach, tomatoes, parmigiano cheese, chicken, green beans, corn, pecans, pomegranate seeds and light balsamic vinegar dressing. And avocado. 

Alex Israel,   “As It LAys” dalla mostra personale del 2013 presso Le Consortium a Digione. Foto: Zarko Vijatovic

Alex Israel, “As It LAys” dalla mostra personale del 2013 presso Le Consortium a Digione. Foto: Zarko Vijatovic