Foto tratte dal libro: Jeannette Montgomery Barron,   My years in the 1980s / New york art scene,   silvana editoriale,   cinisello balsamo (milano),   2014 / collezione maramotti

Foto tratte dal libro: Jeannette Montgomery Barron, My years in the 1980s / New york art scene, silvana editoriale, cinisello balsamo (milano), 2014 / collezione maramotti

Scene. Photographs of the 1980’s New York Art Scene, è il titolo della personale della fotografa americana Jeannette Montgomery Barron che, fino al 28 settembre, è visitabile presso gli spazi della Collezione Maramotti a Reggio nell’Emilia. Abbiamo incontrato la fotografa per saperne di più di questi volti, di quello che accadeva nel Village durante gli anni ’80 dello scorso secolo, della Factory e dei personaggi incredibili che si aggiravano per una città che ancora viveva di sogni. In cui l’arte era ancora lontana dalle logiche di mercato. E abbiamo parlato della pubblicazione che accompagna la mostra, My Years in the 1980 s New York Art Scene’, un diario temporale fitto di appunti, scritti autografi e memorabilia che trasportano chiunque lo sfogli indietro nel tempo e nello spazio, nella città dove qualcosa stava accadendo e tutti lo sapevano…

Federica Tattoli: Perché hai iniziato con la fotografia?

Jeannette Montgomery Barron: Ho iniziato molto presto. Da bambina ho preso in mano la macchina fotografica perché mio padre era un maniaco della fotocamera. Così mi ha dato una Brownie e una polaroid e sin dalla più tenera età ho iniziato a scattare foto. Scattavo ciò che i miei occhi vedevano rendendo concrete le immagini che si formavano nella mia testa.Ho visto il mondo in quel modo. Quindi penso che sia sempre stato naturale per me.

FT: Perché e quando hai iniziato questo rapporto con gli artisti e quando iniziato a ritrarli? 

JMB: Nel 1981 a New York. In realtà ho iniziato perché, quando sono stata presentata a Francesco Clemente da mio fratello, un amico comune, un mercante d’arte, ha visto i ritratti che avevo fatto a Clemente ed è stato così entusiasta delle foto che avevo fatto che ne ho fatte altre. Ho scattato loro e mio fratello, e ho pensato ho bisogno di fare questo più seriamente; ci vogliono altri ritratti!  Mio fratello ha un grande occhio, è un regista così… ho deciso di farlo! Francesco Clemente diceva: oh sai che mi piacerebbe se fotografassi i miei amici… Keith Haring… per esempio… qualcosa di simile… questa è stata una via l’altra è stata ottenere una lista di numeri di telefono da il mio amico Thomas Ammann, che è un mercante d’arte e mi ha dato tutti i numeri telefonici di artisti che riteneva interessanti e mi ha detto che avrei dovuto telefonare facendo il suo nome e chiedere loro se potevo fotografarli… la maggior parte di loro mi disse di sì.

FT: Come mai ti interessa ritrarre gli artisti? Che tipo di feeling riesci ad innescare con la persona che fotografi?

JMB: È una buona domanda. Penso che ci siano molteplici risposte a questa domanda. Mi piace la sensazione che ho scattando i ritratti. Amo cercare di tirar fuori la parte spirituale dalle persone o portare alla luce qualcosa di profondo nascosto appena sotto la superficie della persona. Mi piace molto la gente,   sono sempre stata molto timida da bambina e penso che la macchina fotografica era un perfetto diaframma per mettermi  in connessione con la gente. Ora non ho più problemi di relazione con le persone, ma ho trovato le storie delle persone affascinanti e mi piace.

FT: Quando approcciavi gli artisti protagonisti degli scatti proposti alla Collezione Maramotti come avveniva, li chiamavi e andavi da loro in studio?

LMB: Sì, di solito mi piaceva andare in studio, perché se non sapevo nulla di loro, era un’ epoca in cui non potevo scrivere il loro nome su Google e scoprire praticamente tutto in pochi click, sarei dovuta andare in biblioteca e fare lunghe ricerche. Arrivare da qualcuno in studio, dove lavorano ma talvolta vivono anche, permette di crearsi subito un’idea sulla persona, è come trovarsi davanti ad un mistero, una sorta di sfida, in cui dovevo capire velocemente dove mi trovavo, analizzare gli indizi forniti dall’ambiente e iniziare a fotografarli.

FT: Potresti raccontarmi qualcosa in merito ai soggetti fotografati e presenti in mostra alla Collezione Maramotti? Non so, chi sono stati i più difficili e i più facili da fotografare, qualche aneddoto…

JMB: Beh sai, la vera difficoltà era arrivare da loro, dal momento in cui mi facevano andare voleva dire che mi volevano lì, più a lungo riuscivo a stare meglio era, maggiore era il feeling. Ad esempio, Andy Warhol mi ha dato cinque minuti la prima volta, ero in piedi e lui camminava, ma quella non è l’immagine che è al piano superiore (in mostra ndr). A quel punto lui mi conosceva, sapeva che ero spesso in giro alla Factory, mi conosceva attraverso Bruno Bischofberger, Thomas Ammann, Bianca Jagger e sapeva che ero una persona “ok”. Ha trascorso più tempo con me per quella fotografia (la fotografia in mostra ndr). Andavo spesso alla Factory, per incontrare la mia amica Paige Powell, che era davvero amica di Andy e quindi sostanzialmente se “ero ok” con Paige allora tutto è ok.

FT: Immagino che le sensazioni, l’energia, in giro per New York in quegli anni fosse fantastica. Potresti raccontarmi qualcosa a riguardo? 

JMB: La gente era coraggiosa, tentavano di trovare il modo di mostrare il loro lavoro e non pensavano solo a fare la loro prima retrospettiva in un museo, come fanno oggi gli artisti quando hanno ancora 35 anni! Una volta gli artisti erano in giro e bisticciavano tra loro solo per cercare di trovare il modo di alloggiare a New York e di essere in grado di permettersi di vivere lì. Forse ho una visione romantica, ma credo che ai tempi fosse tutto più innocente anche la competizione, ora ci sono tanti spazi, mega gallerie, e tutto si esaurisce in questi luoghi…

FT: Ora stai vivendo in Italia o in New York? Qual è il feeling che si percepisce ora a New York?

JMB: Vivo tra Roma e gli Stati Uniti, nel Connecticut. Non sarei in grado di dirtelo precisamente, mi rende nervosa ogni volta che ci vado. Io amo NY, mi piace andarci, c’è così tanto da fare e da vedere e mi piace andar lì e prenderlo ma non viverci, solo per assorbirlo. Vivere lì su base quotidiana non sarei più in grado. È troppo, troppo intensa per me. Penso che sia uno schianto per i giovani, è un grande schianto se ci si va nei venti o trent’anni, si puo’ fare qualunque cosa.

FT: Pensi che sarà nuovamente possibile avere una concentrazione di questo tipo di persone straordinarie? 

JMB: A New York? No perché è stata rilevata da persone con scopi e intenti per lo più commerciali… gli immobili sono troppo costosi è decisamente proibitivo, non si può.

FT: In quei giorni era diverso? 

JMB: Prima potevi trovare luoghi in cui vivere, tutte le persone vivevano nell’East Village, con un sacco di coinquilini, ma ora NY è una città diversa e non si tornerà mai indietro, è troppo costosa.

FT: Una domanda riguardo al libro “My Years in the 1980’s – New York Art Scene”. Penso che sia fantastico perché quando lo si sfoglia ci si trova immersi in quei giorni, in quel luogo e si può sentire qualcosa che è impossibile rivivere, ma si può percepire. Cosa mi puoi raccontare del libro?

JMB: Il libro in realtà è nato dopo (l’idea della mostra ndr). Marina, mio marito, il mio assistente e io, eravamo a pranzo e stavamo parlando del concetto di libro e del concetto di scrap-book, una sorta di diario, l’idea del diario venne fuori da sola,   Marina, Rocco, il progettista, ed io fummo così puntigliosi. Marina pensò fortemente che doveva essere sotto forma di diario. Voglio dire che c’è stato davvero difficile. Abbiamo fatto quel libro in due mesi. Pazzesco! Due mesi di lavoro intenso.

FT: Sei in contatto con alcuni degli artisti presenti nel libro, cos’hanno detto di questo progetto? 

JMB: Purtroppo molti non hanno potuto contribuire ma  è stato davvero bello essere in contatto con tutti di nuovo. Mi è piaciuto e sono stati tutti molto dolci. Tutti hanno detto la stessa cosa: “Oh mio Dio, com’ero giovane!”.

FT: Mi piace la citazione/sottotitolo: “Something  was happening and everybody knew it”.  Fa pensare che ci fosse del divertimento, energia positiva, speranza, puoi dirmi di più in merito a quest’atmosfera?

JMB: Forse sta continuando a Berlino questo tipo di energia. E’ poco dispendiosa, ci si  può vivere, è una città folle e creativa. Penso che quella determinata atmosfera ora possa trovarsi lì!

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Tutte le immagini sono state tratte dal libro:

Jeannette Montgomery Barron.

MY YEARS IN THE 1980s / NEW YORK ART SCENE

Contributi di: John Ahearn, James Barron, Mike Bidlo, Ross Bleckner, James Brown, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Peter Halley,  Annette Lemieux, Peter McGough, Jeannette Montgomery Barron, Luigi Ontani

Editore: Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano), 2014

Dimensioni: 13 x 21 cm /  Pagine: 192

Foto tratte dal libro: Jeannette Montgomery Barron,   My years in the 1980s / New york art scene,   silvana editoriale,   cinisello balsamo (milano),   2014 / collezione maramotti

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Foto tratte dal libro: Jeannette Montgomery Barron,   My years in the 1980s / New york art scene,   silvana editoriale,   cinisello balsamo (milano),   2014 / collezione maramotti

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