Yerbossyn Meldibekov N. Oris,   Tashkent. Lenin (dalla serie/from the series “Family Album”),   2008. Fotografie/Photographs,   40 x 55 cm. Collezione privata.

Yerbossyn Meldibekov N. Oris, Tashkent. Lenin (dalla serie/from the series “Family Album”), 2008. Fotografie/Photographs, 40 x 55 cm. Collezione privata.

Inaugura tra pochi giorni – 24/01 – 16/03 – la mostra curata da Marco Scotini: ‘Arte Fiera Collezionismi ? Il Piedistallo vuoto Fantasmi dall’Est Europa’. Il Museo Civico Archeologico, in collaborazione con Arte Fiera di Bologna, ospita questa grande rassegna sulla scena artistica dell’area post- sovietica contemporanea con piu? di 40 artisti di 20 Paesi dell’Est Europa e dell’ex URSS.

La mostra raccoglie le opere di:  Marina Abramovic, Vyatscheslav Akhunov, Victor Alimpiev, Pawel Althamer, Evgeny Antufiev, Janis Avotins, Said Atabekov, Miroslav Balka, Mircea Cantor, Gintaras Didz?iapetris, Thea Djordjadze, Petra Feriancova, Yona Friedman, Dmitry Gutov, Ion Grigorescu, Igor Grubic, Petrit Halilaj, Luka?s? Jasansky? e Martin Pola?k, Ilya e Emilia Kabakov, Ju?lius Koller, Jiri Kovanda, Elena Kovylina, Robert Kus?mirowski, Armando Lulaj, David Maljkovic, Vlado Martek, Yerbossyn Meldibekov, Ivan Mikhailov, MoAA (Dorothy Miller), Ciprian Muresan, Deimantas Narkevicius, Roman Ondak, Adrian Paci, Tobias Putrih, Anri Sala, Kater?ina S?eda?, Nedko Solakov, Monika Sosnowska, Tamas St. Auby, Miroslav Tichy?, Jaan Toomik, Victor Man, David Ter-­?Oganian e Alexandra Galkina, Goran Trbuljak, Artur Zmjewski. 

Ilya & Emilia Kabakov  Old Furniture and Little White Men,   1989. Vecchi mobili,   corda,   figure di carta/Old furniture,   cord,   paper figures,   262x410x440 cm. Collezione privata.

Ilya & Emilia Kabakov Old Furniture and Little White Men, 1989. Vecchi mobili, corda, figure di carta/Old furniture, cord, paper figures, 262x410x440 cm. Collezione privata.

Alcune domande al curatore Marco Scotini

ATP: Titolo molto visionario quello che hai scelto per la mostra che curi in occasione di Arte Fiera, ‘Il Piedistallo Vuoto – Fantasmi dall’Est Europa’. Dove hai mutuato questo titolo? Cosa ‘nasconde’ la spazio lasciato vuoto?

Marco Scotini: Forse hai ragione: il titolo è visionario. Lo era almeno quando l’artista uzbeko Vyacheslav Akhunov ha concepito l’opera a cui mi sono ispirato. Siamo nella metà degli anni ’70 e in una provincia remota dell’Unione Sovietica, nelle vecchie steppe di Marco Polo e Gengis Kahn, al confine con la Cina. Akhunov, che è un artista concettuale straordinario (sulla stessa linea di Kabakov) e non riconosciuto ufficialmente, disegna 32 piedistalli da cui la statua era stata rimossa. Lenin aveva lasciato sopra il basamento dei post it con scritto “Torno subito” oppure “Sono al congresso”. Di fatto Vladimir Ilic aveva abbandonato il piedistallo. Visto quello che è successo tra l’89 e il ’91 direi che si è trattata di una vera previsione! Ero a Taskhent quest’estate e, mentre visitavo lo studio di Akhunov, ho trovato questo progetto tra altre carte. Diciamo che oggi il titolo è altrettanto visionario e per altri motivi. Questo spazio lasciato vuoto rappresenta una riserva d’essere, dunque non è propriamente qualcosa di svuotato: è uno spazio virtuale, carico di potenzialità, di possibilità. Ospita una presenza –assenza. In questo senso possiamo dire che è lo spazio dell’apparizione di un fantasma a venire! Ripensando a tutto quello che è successo nell’Europa dell’Est e alla mostra che avevo in mente mi è sembrato che il titolo potesse funzionare.

ATP: Quali ‘fantasmi’ aleggiano tra le opere in mostra?

MS: Se si guarda l’arte dell’Europa dell’Est – tanto quella eversiva e non allineata degli anni ’70 che quella succeduta al crollo del blocco sovietico – siamo costretti a confrontarci con la questione del fantasma. Il rapporto tra visibilità e invisibilità, più di ogni altro, s’impone come il suo denominatore comune. Le opere di Armando Lulaj, Roman Ondak e MoAA che introducono all’esposizione non ne sono che un esempio. L’opera di Lulaj che accoglie lo spettatore è un neon che a intermittenza recita la frase Enter the Ghost – Exit the Ghost, che è tratta dall’Amleto. I disegni dei basamenti vuoti di Vyacheslav Akhunov, i monumenti rimpiazzati di Yerbossin Meldibekov, così come i diversi sgabelli (piedistalli per gente comune) della performance Égalité (2008) di Elena Kovylina non sono che il secondo passaggio della mostra che poi si struttura in due nuclei tematici, che ho chiamato Il teatro dei gesti e L’archeologia delle cose. Due sezioni che rimandano alla gestualità della statua e al suo basamento. Sarebbe troppo lungo descrivere le relazioni che legano un’opera all’altra, ogni artista al successivo e forse è  meglio limitarsi ad indicare ambiti tematici comuni, gli spazi discorsivi che essi aprono. L’invisibilità del quotidiano nelle azioni performative del ‘76 di Kovanda, il corpo visibile-invisibile nei rilievi di Gutov (il segno che appare e scompare nei fili metallici di una recinzione rurale spontanea), la sparizione del soggetto nei ritratti di Janis Avotins, la sparizione del testo in Trbuljak e Muresan, l’apparizione angelica nei minatori di Grubic, oppure le mappe operative del potere dissimulate dietro l’astrazione suprematista in David Ter-Oganyan. Il doppio è, invece, all’opera nella proiezione conflittuale dell’altro in Ion Grigorescu, nella virtualità praticata di Július Koller (U.F.O. come brand), nella ricostruzione maniacale del documento in Kusmirowski, nell’alterità sociale di Zmijevski. Lo spettro della comunità è quanto mettono in cantiere Pavel Althamer e Katerina Seda. La ripetizione in questi artisti non è mai il ritorno dell’identico. Non è un’operazione di duplicazione per cui una cosa precedente farebbe ritorno come tale, come alcunché di compiuto e di assoluto. Tra il prima e il dopo c’è sempre un passaggio di stato evidente, la metamorfosi di una cosa in un’altra, tanto il dissolvimento che la redenzione. Il revenant continua a fare la propria comparsa in ciò che è stato filmato per Narkevicius, nel nome del leader in Lulaj, nel rituale in Alimpiev, nel residuo simbolico della casa in Paci, in quello del modernismo in Putrih, Maljkovic, Sala, Didziapetris e Djordjadze.

ATP: In mostra i lavori di 40 artisti di 20 paesi dell’Est Europa e dell’ex URSS. Hai notato una particolare differenza tra questi artisti e quelli occidentali? Veicolano contenuti e concetti diversi rispetto ad artisti europei e americani?

MS: Sono fortemente attratto dalla modalità degli artisti dell’Est di lavorare su gesti minimali, su azioni quasi impercettibili. C’è sempre l’artista solo ma ha sempre la capacità di rimandare a un’intera comunità. Tutto questo è molto diverso in occidente. Pensa a un grande artista come Roman Ondak e alla sua capacità di lavorare su dettagli secondari e marginali. All’inizio del suo lavoro anche Pavel Althamer era così e lavorava su teatri invisibili. Sembrava un Kovanda redivivo.

ATP: Tra gli artisti delle ultime generazioni – penso a Victor Alimpiev, Evgeny Antufiev, Miroslav Balka e Mircea Cantor, solo per citare alcuni – ci sono delle opere che ritieni particolarmente significative in quanto espressione di quella ‘potenzialità’ a cui ti riferisci nella presentazione?

MS: L’opera di Cantor, presente in mostra. è Shadow for a while, del 2007. E’ la proiezione di una bandiera che sta bruciando in un bianco e nero che non permette di coglierne il colore. A cosa farà riferimento? A parte i nomi che indichi e sono già molto noti vorrei citare i gesti incomprensibili di Jaan Toomik, presente con un video della Fondazione Trussardi. Oppure i grandi re-enactment filmici di Deimantas Narkevicius, o per ultimo, vorrei citare uno degli artisti più saturnini dell’intera esposizione come l’ungherese Tàmas St.Turba che da anni cambia continuamente nome come St.Auby, Szentjòby oppure St.Aubsky che è un vero erede di Fluxus ad est. Ma non era il suo stesso mentore della Lituania? Mi riferisco a una figura come Maciunas.

ATP: In mostra anche artisti del calibro di Marina Abramovic, Yona Friedman e Nedko Solakov, tra gli altri. C’è una figura, tra quelle in mostra che ritieni importante per aver influenzano le generazioni future?

MS: Oltre questi grandi nomi che citi, se è stato possibile riscoprire gli autori degli anni Settanta è stato grazie alle nuove generazioni. Penso al rapporto con Julius Koller rivendicato da Roman Ondak, oppure Kovanda per Baladran, Seda e la generazione di giovani artisti cechi. Questo vale anche per artisti croati come Grubic e Maljkovic e la grande generazione di Zagabria tra gli anni Sessanta e Settanta. Poi potremmo citare tutta una serie di giovani come Feriancova, Djordjadze, Halilaj, Putrih, Victor Man e molti altri.

ATP: La mostra ospita delle opere di alcune tra le più importanti e autorevoli collezioni italiane. Cosa spinge un collezionista nostrano a investire sull’arte dell’est Europa?

MS: Questo punto che affrontiamo solo alla fine si sarebbe potuto trattare anche all’inizio perché, in questo caso, tutte le opere in mostra, vengono dalle grandi collezioni private italiane. Se a partire dalla fine degli anni novanta ho girato l’Europa centrale, le Repubbliche baltiche, i Balcani, fino al centro Asia per trovare artisti e lavori, questa volta ho pensato di partire con quanto dell’Est era già in casa. E’ stata una grande sorpresa perché ho scoperto opere straordinarie di figure che non hanno neppure grande circolazione nel mainstream ma che sono di grandissima importanza. Pensa a collezioni come Sandretto Re Rebaudengo, la Gaia, Giorgio Fasol o Enea Righi: ecco puoi trovarci artisti come Koller, Grigorescu, Martek, Tichy, Trbuljak, Avotins, che dimostrano scelte molto selezionate e raffinate, tutt’altro che convenzionali. In questo senso, ciò su cui nessuna istituzione italiana (anche espositiva) avrebbe scommesso, la trovi in queste raccolte e si tratta di una vera preveggenza e anticipazione. Anche qui qualcosa che non vedevamo, e c’era, viene fuori per la prima volta. Vedi il fantasma continua a ritornare…

Petra Feriancova Collapsed Pillar (dalla serie/from the series “An Order of Things II”),   2013. 51 fotografie incorniciate,   struttura in ferro/51 framed photographs,   iron structure,   dimensioni variabili/variable dimensions. Collezione privata.

Petra Feriancova Collapsed Pillar (dalla serie/from the series “An Order of Things II”), 2013. 51 fotografie incorniciate, struttura in ferro/51 framed photographs, iron structure, dimensioni variabili/variable dimensions. Collezione privata.

Victor Alimpiev Wetterleuchten (Summer Lightning),   2004. DVD PAL,   colore,   suono/Color,   sound,   2.17 min. Collezione La Gaia,   Busca (Cuneo).

Victor Alimpiev Wetterleuchten (Summer Lightning), 2004. DVD PAL, colore, suono/Color, sound, 2.17 min. Collezione La Gaia, Busca (Cuneo).

Pawel Althamer One of Many,   veduta dell’installazione/Installation view,   Palazzina Appiani,   Arena Civica,   Milano. Fondazione Nicola Trussardi,   Milano.

Pawel Althamer One of Many, veduta dell’installazione/Installation view, Palazzina Appiani, Arena Civica, Milano. Fondazione Nicola Trussardi, Milano.

Thea Djordjadze I trust the liar. With pleasure,   tea (particolare/detail),   2011. Ceramica,   tappeti,   acciaio,   specchi,   vetri,   creta,   vernice/Ceramics,   carpets,   steel,   mirrors,   glasses,   clay,   paint,   dimensioni variabili/variable dimensions.Collezione Maramotti,   Reggio Emilia.

Thea Djordjadze I trust the liar. With pleasure, tea (particolare/detail), 2011. Ceramica, tappeti, acciaio, specchi, vetri, creta, vernice/Ceramics, carpets, steel, mirrors, glasses, clay, paint, dimensioni variabili/variable dimensions.Collezione Maramotti, Reggio Emilia.