Libro Rosso di Carl Gustav Jung

Libro Rosso di Carl Gustav Jung

Museo è la parola chiave che dovremo, per quest’anno, sostituire a quella di Biennale. Sarà dunque un Museo (immaginario) di Venezia curato da Massimiliano Gioni (classe 1973).  Il taglio che il più giovane curatore (di sempre) ha deciso di dare alla Biennale – dall’affascinante titolo IL PALAZZO ENCICLOPEDICO – è soprattutto storico e rivolto al passato. Il fulcro della mostra, l’originale del ‘Libro rosso’ di Carl Gustav Jung al Padiglione centrale (è un volume di 205 pagine scritto e illustrato dallo psichiatra svizzero  approssimativamente fra il 1914 ed il 1930). Tra le tante opere, tra le più attese quella di Cindy Sherman che creerà una mostra nella mostra all’Arsenale, un ‘teatro anatomico’ che indaga il corpo e le ossessioni legate al corpo. (segue il testo di Massimiliano Gioni in cartella stampa).

Per quanto riguarda il numero degli italiani, sono 15 su 155: Yuri Ancarani, Marino Auriti,  Rossella Biscotti, Roberto Cuoghi, Enrico Baj, Gianfranco Baruchiello, Linda Fregni Nagler, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Domenico Gnoli, Marisa Merz, Marco Paolini, Diego Perrone e Carol Rama.  (segue la lista completa)

Alcune domande a Massimiliano Gioni:

Sembra che tu non abbia spinto l’acceleratore verso il ‘nuovo’ a tutti i costi bensì, nella  scelta degli artisti, hai compiuto una ricerca nel passato (prossimo, il ‘900). Perché questa scelta?

“Il Palazzo Enciclopedico è una mostra che, a differenza di molte Biennali recenti, allarga lo sguardo su una prospettiva storica. Mi ritrovo ad essere il direttore più giovane di questa Biennale e, paradossalmente, ho pensato che nel momento in cui mi si è chiesto di organizzare questa mostra, fosse anche mio dovere cercare di guardare al di là del contemporaneo, del presente e cercare di cogliere uno sguardo più allargato sull’arte,   sulle questione del visivo. D’altra parte viviamo oggi in una società che è ipe-storica, che è nutrita così tanto di informazioni in cui ogni forma di conoscenza piò essere letteralmente a portata di dita e di mano. Quindi questa mostra nella sua stessa struttura, nel suo desiderio di includere decine e decine di artisti del passato – ci sono 40 artisti che sono tutt’altro che contemporanei, che sono morti, ma il cui lavori, credo , abbia una forza straordinaria – condensa la scelta di far vivere il presente con il passato, artisti contemporanei con quelli storici (a volte illustri sconosciuti).

Mi citi una delle opere che ritieni più toccanti che vedremo in mostra?

“Una delle opere, credo, più forti è un video di Artur ?mijewski, che un paio di anni fa ha filmato alcuni non vedenti che dipingono. E’ un video molto toccante perché  ci sono dei ciechi che dipingono il sole, gli alberi, case, dipingono un mondo che non hanno mai visto. Ma nel momento in cui lo ritraggono sulla tela, quel mondo assomiglia al mondo che vediamo tutti. E’ dunque un’opera che ci da accesso alle immagini condivise, che da una parte sono il frutto della cultura, ma dall’altra questi sempre, sembra no emergere, come forza primordiale, da questi non artisti che hanno la forza di opere d’arte straordinarie.”

Che approccio hai seguito per la scelta degli artisti? 

Ho cercato di guardare, ovviamente all’arte contemporanea più interessante, ma anche di pensare ad una sorta di ‘antropologia delle immagini’, come la chiama lo storico dell’arte e lo storico dei media Hans Belting. Ovvero di guardare all’arte, come parte di una cultura visiva più ampia e quindi di riconnettere l’espressione artista anche ad altre espressioni del visuale. Per questo, in mostra ci saranno anche oggetti curiosi. Abbiamo una collezione di rocce di Roger Caillois, uno scrittore vicino al Surrealismo che, per tutta la vita, ha collezionato pietre e in queste pietre cercava una sorta di cifra dell’universo. In mostra incontrerete anche opere della pittrice Hilma af Klint, una pittrice di inizio secolo. Una delle inventrici dell’astrazione, spesso purtroppo dimenticata che dipingeva straordinarie cosmologie che, sosteneva, le venissero direttamente da forze sovrannaturali. Una delle presentazioni centrale nell’esposizione, saranno i disegni del filosofo, Rudolf Steiner, che ha passato la sua vita a fare conferenze – ne ha fatto più di 5000 in vita sua. Le faceva anche agli operai che lavoravano in casa sua quando si fermavano per fare merenda. Lui li assediava con conferenze e presentazione.

Ritieni che sia fondamentale concentrarsi sul concetto di conoscenza?

Il Palazzo Enciclopedico è una mostra che guarda a due tematiche fondamentali. Da una parte l’immaginazione, tant’è che il palazzo di Auriti, era un museo immaginario, impossibile. Un museo delirante cresciuto nella fantasia di Auriti e dall’altra, la mostra cerca di capire come utilizziamo le immagini per conoscere o utilizziamo le immagini per condividere conoscenza. Oggi viviamo in una società e in una cultura che è letteralmente assediata dalle immagini, una cultura iper-figurativa. Basta andare in una qualsiasi edicola per vedere centinai di migliaia di volti che ci scrutano dalle copertine dei giornali. Basta guardare la televisione, c’è un culto dell’immagine del volto delle celebrità e dei personaggi che vivono negli schermi che ci circondano. La parola immagine viene dal latino imago, che altro non era che la maschera mortuaria. Gà Plinio diceva che, coloro che trafficavano con le immagini, erano lussuriosi.

Ecco i nomi: Hilma af Klint, Victor Alimpiev, Ellen Altfest, Pawe? Althamer, Levi Fisher Ames, Yuri Ancarani, Carl Andre, Uri Aran, Yüksel Arslan, Ed Atkins, Marino Auriti, Enrico Baj, Miros?aw Ba?ka, Phyllida Barlow, Morton Bartlett, Gianfranco Baruchello, Hans Bellmer, Neïl Beloufa, Graphic Works of Southeast Asia and Melanesia, Hugo A. Bernatzik Collection, ?tefan Bertalan, Rossella Biscotti, Arthur Bispo do Rosário, John Bock, Frédéric Bruly Bouabré, Geta Br?tescu, KP Brehmer, James Lee Byars, Roger Caillois, Varda Caivano, Vlassis Caniaris, James Castle, Alice Channer, George Condo, Aleister Crowley e Frieda Harris, Robert Crumb, Roberto Cuoghi, Enrico David, Tacita Dean, John De Andrea, Thierry De Cordier, Jos De Gruyter e Harald Thys, Walter De Maria, Simon Denny, Trisha Donnelly, Jimmie Durham, Harun Farocki, Peter Fischli & David Weiss, Linda Fregni Nagler, Peter Fritz, Aurélien Froment, Phyllis Galembo, Norbert Ghisoland, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Domenico Gnoli, Robert Gober, Tamar Guimarães e Kasper Akhøj, Guo Fengyi, João Maria Gusmão e Pedro Paiva, Wade Guyton, Haitian Vodou Flags, Duane Hanson, Sharon Hayes, Camille Henrot, Daniel Hesidence, Roger Hiorns, Channa Horwitz, Jessica Jackson Hutchins, René Iché, Hans Josephsoh, Kan Xuan, Bouchra Khalili, Ragnar Kjartansson, Eva Kotátková, Evgenij Kozlov, Emma Kunz, Maria Lassnig, Mark Leckey, Augustin Lesage, Lin Xue, Herbert List, José Antonio Suárez Londoño, Sarah Lucas, Helen Marten, Paul McCarthy, Steve McQueen, Prabhavathi Meppayil, Marisa Merz, Pierre Molinier, Matthew Monahan, Laurent Montaron, Melvin Moti, Matt Mullican, Ron Nagle, Bruce Nauman, Albert Oehlen, Shinro Ohtake, J.D. ‘Okhai Ojeikere, Henrik Olesen, John Outterbridg, Paño Drawings, Marco Paolini, Diego Perrone, Walter Pichler, Otto Piene, Eliot Porter, Imran Qureshi, Carol Rama, Charles Ray, James Richards, Achilles G. Rizzoli, Pamela Rosenkranz, Dieter Roth, Viviane Sassen, Shinichi Sawada, Hans Schärer, Karl Schenker, Michael Schmidt, Jean-Frédéric Schnyder, Friedrich Schröder-Sonnenstern, Tino Sehgal, Richard Serra, Shaker Gift Drawings, Jim Shaw, Cindy Sherman, Laurie Simmons e Allan McCollum, Drossos P. Skyllas, Harry Smith, Xul Solar, Christiana Soulou, Eduard Spelterini, Rudolf Steiner, Hito Steyerl, Papa Ibra Tall, Dorothea Tanning, Anonymous Tantric Paintings, Ryan Trecartin, Rosemarie Trockel, Andra Ursuta, Patrick Van Caeckenbergh, Stan VanDerBeek, Erik van Lieshout, Danh Vo, Eugene Von Bruenchenhein, Günter Weseler, Jack Whitten, Cathy Wilkes, Christopher Williams, Lynette Yiadom-Boakye, Kohei YoshiyUKi, Sergey Zarva, Anna Zemánková, Jakub Julian Zió?kowski, Artur ?mijewski

Untitled [Onile Gogoro Or Akaba],   1975 © J.D. 'Okhai Ojeikere,   Steven Bates Courtesy André Magnin and brancolinigrimaldi,   Roma

Untitled [Onile Gogoro Or Akaba], 1975 © J.D. ‘Okhai Ojeikere, Steven Bates Courtesy André Magnin and brancolinigrimaldi, Roma

Hilma af Klint

Hilma af Klint

Hilma af Klint,   The Dove,   No. 13,   1915 © Stiftelsen Hilma af Klints Verk and Moderna Museet. Photo: Albin Dahlström/Moderna Museet.

Hilma af Klint, The Dove, No. 13, 1915 © Stiftelsen Hilma af Klints Verk and Moderna Museet. Photo: Albin Dahlström/Moderna Museet.

(da Cartella stampa)

Il Palazzo Enciclopedico

Massimiliano Gioni

Il 16 novembre 1955 l’artista auto-didatta italo-americano Marino Auriti depositava presso l’ufficio brevetti statunitense i progetti per il suo Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, collezionando le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite.

Rinchiuso in un garage perso nella campagna dello stato della Pennsylvania, Auriti lavorò per anni alla sua creazione, costruendo il modello di un edificio di cento trentasei piani, che avrebbe dovuto raggiungere i settecento metri di altezza e occupare più di sedici isolati della città di Washington.

L’impresa di Auriti rimase naturalmente incompiuta, ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accumuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti che hanno cercato – spesso invano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza.

Queste cosmologie personali, questi deliri di conoscenza mettono in scena la sfida costante di conciliare il sé con l’universo, il soggettivo con il collettivo, il particolare con il generale, l’individuo con la cultura del suo tempo. Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati. La 55. Esposizione Internazionale d’Arte indaga queste fughe dell’immaginazione in una mostra che – come il Palazzo Enciclopedico di Auriti – combina opere d’arte contemporanea, reperti storici, oggetti trovati e artefatti.

Con opere che spaziano dall’inizio del secolo scorso a oggi, e con molte nuove produzioni, la mostra include più di centocinquanta artisti provenienti da trentasette nazioni. Concepita come un museo temporaneo, l’esposizione sviluppa un’indagine sui modi in cui le immagini sono utilizzate per organizzare la conoscenza e per dare forma alla nostra esperienza del mondo.

Sfumando le distinzioni tra artisti professionisti e dilettanti, tra outsider e insider, l’esposizione adotta un approccio antropologico allo studio delle immagini, concentrandosi in particolare sulle funzioni dell’immaginazione e sul dominio dell’immaginario. Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori? E che senso ha cercare di costruire un’immagine del mondo quando il mondo stesso si è fatto immagine?

L’esposizione raccoglie numerosi esempi di opere ed espressioni figurative che illustrano diverse modalità di visualizzare la conoscenza attraverso rappresentazioni di concetti astratti e manifestazioni di fenomeni sopranaturali. Nelle sale del Padiglione Centrale i quadri astratti di Hilma af Klimt, le interpretazioni simboliche dell’universo di Augustine Lesage, le divinazioni di Alistar Crowley e le premonizioni apocalittiche di Fredrich Schröder-Sonnenstern si intrecciano alle opere di artisti contemporanei. I disegni estatici delle comunità Shaker trascrivono messaggi divini, mentre quelli degli sciamani delle Isole Salomone sono popolati da demoni e divinità in

lotta con pescecani e creature marine. La rappresentazione dell’invisibile è uno dei temi centrali della mostra e ritorna nelle cosmografie di Guo Fengyi e in quelle di Emma Kunz, nelle icone religiose e nelle danze macabre di Jean-Frédéric Schnyder e nel video di Artur ?mijewski che filma un gruppo di non vedenti che dipingono il mondo a occhi chiusi.

Un simile senso di stupore cosmico pervade molte altre opere in mostra, dai film di Melvin Moti alle riflessioni sulla natura di Laurent Montaron, fino alle sublimi vedute di Thierry De Cordier. Le piccole ceramiche di Ron Nagle, le intricate geometrie floreali di Anna Zemánková, le mappe immaginarie di Geta Br?tescu e i palinsesti dipinti di Varda Caivano descrivono un mondo interiore dove forme naturali e presenze immaginarie si sovrappongono. Queste corrispondenze segrete tra micro e macrocosmo ritornano nelle figure ieratiche di Marisa Merz e in quelle assai più carnali di Maria Lassnig: entrambe trasformano autoritratti e corpi in cifre dell’universo.

L’esercizio dell’immaginazione attraverso la scrittura e il disegno è uno dei temi ricorrenti nell’esposizione. Christiana Soulou illustra gli esseri inventati da Jorge Luis Borges, mentre José Antonio Suárez Londoño traduce in immagini i diari di Franz Kafka. La collezione di pietre dello scrittore francese Roger Caillois combina geologia e misticismo, mentre le lavagne disegnate dal pedagogo Rudolf Steiner tracciano diagrammi impazziti che inseguono il desiderio impossibile di descrivere e comprendere l’intero universo.

“Il Palazzo Enciclopedico” è una mostra sulle ossessioni e sul potere trasformativo dell’immaginazione. I mondi alternativi sognati da artisti assai diversi quali Morton Bartlett, James Castle, Peter Fritz e Achilles Rizzoli sono esposti accanto agli accumuli di immagini di Shinro Ohtake e a un’autobiografia visiva di Carl Andre. La tensione tra interno ed esterno, tra inclusione ed esclusione è il soggetto di una serie di opere che indagano il ruolo dell’immaginazione nelle carceri (Rossella Biscotti) e negli ospedali psichiatrici (Eva Kotaktova). Altri spazi di reclusione – più o meno fantastici – sono quelli disegnati da Walter Pichler che per tutta la vita – tristemente interrotta nel 2012 – ha progettato abitazioni e case per le sue sculture, quasi fossero creature viventi provenienti da un altro pianeta.

Nei vasti spazi dell’Arsenale, l’esposizione è organizzata secondo una progressione dalle forme naturali a quelle artificiali, seguendo lo schema tipico delle wunderkammer cinquecentesche e seicentesche. In questi musei delle origini – non dissimili dal Palazzo sognato da Auriti – curiosità e meraviglia si mescolavano per comporre nuove immagini del mondo fondate su affinità elettive e simpatie magiche. Questa scienza combinatoria – basata sull’organizzazione di oggetti e immagini eterogenee – non è poi dissimile dalla cultura dell’iper-connettività contemporanea.

Cataloghi, collezioni e tassonomie più o meno impazzite sono alla base di molte opere in mostra tra cui le fotografie di J.D. ‘Okhai Ojeikere, le installazioni di Uri Aran, i video di Kan Xuan, i bestiari di Shinichi Sawada e i labirinti di Matt Mullican. Pawel Althamer compone un ritratto corale con una serie di ottanta sculture.

Nei disegni di Stefan Bertalan, Lin Xue e Patrick Van Caeckenberg, assistiamo a tentativi ostinati di decrittare il codice della natura, mentre i film di Gusmão e Paiva, le fotografie di Christopher Williams e dei pionieri Eliot Porter e Eduard Spelterini scrutano ecosistemi e paesaggi con lo sguardo meravigliato di chi vuole catturare lo spettacolo del mondo.

Yuksel Arslan disegna le tavole enciclopediche di una civiltà immaginaria che assomiglia a una versione non troppo distorta dell’umanità. L’ambizione di creare un opus magnum – un’opera che, come il Palazzo di Auriti, contenga e racconti tutto – attraversa i disegni di Arslan e le illustrazioni della Genesi di Robert Crumb, le cosmogonie di Frédéric Bruly Bouabre e le leggende descritte da Papa Ibra Tall. Nel suo nuovo video Camille Henrot studia i miti di creazione di diverse società, mentre le cento sculture di creta di Fischli e Weiss forniscono un antidoto ironico agli eccessi romantici delle visioni più totalizzanti.

I video di Neil Beloufa e Steve McQueen e i quadri di Eugene Von Breunchenhein immaginano diversi modi di visualizzare il futuro mentre il ricordo del passato e la memoria sono il punto di partenza per le opere di Aurelien Froment, Andra Ursuta e altri artisti in mostra.

Al centro dell’Arsenale l’artista Cindy Sherman presenta un progetto curatoriale – una mostra nella mostra, composta da più di duecento opere di oltre trenta artisti – in cui è messo in scena un suo personale museo immaginario. Bambole, pupazzi, manichini e idoli si mescolano a collezioni di fotografie, dipinti, sculture, decorazioni religiose e tele disegnate da carcerati che insieme compongono un teatro anatomico nel quale sperimentare e riflettere sul ruolo che le immagini hanno nella rappresentazione e percezione del sé.

Di corpi e desideri ci parlano anche il nuovo video di Hito Steyerl sulla cultura dell’iper-visibilità e il nuovo reportage di Sharon Hayes che presenta un remake girato in America di Comizi D’Amore, il film inchiesta sulla sessualità di Pier Paolo Pasolini.

I corpi post-umani e smaterializzati di Ryan Trecartin introducono alla sezione finale dell’Arsenale in cui opere di Yuri Ancarani, Alice Channer, Simon Denny, Wade Guyton, Channa Horwitz, Mark Leckey, Helen Marten, Albert Oehlen, Otto Piene, James Richards, Pamela Rosenkranz, Stan VanDerBeek e altri esaminano la combinazione di informazione, spettacolo e sapere tipica dell’era digitale.

A fare da contrasto al rumore bianco dell’informazione, un’installazione di Walter De Maria esalta la purezza silenziosa e algida della geometria. Come tutte le opere di questo artista leggendario – figura fondamentale dell’arte concettuale, minimalista e della land art – questa scultura astratta è il risultato di complessi calcoli numerologici, sintesi estrema delle infinite possibilità dell’immaginazione.

Una serie di progetti in esterni di John Bock, Ragnar Kjartansson, Marco Paolini, Erik van Lieshout e altri completa il percorso della mostra che si snoda fino alla fine dell’Arsenale, nel cosiddetto Giardino delle Vergini. Alcune di queste performance e installazioni si ispirano alla tradizione cinquecentesca dei “teatri del mondo”, rappresentazioni allegoriche del cosmo in cui attori e architetture effimere erano usate per costruire immagini simboliche dell’universo.

Da queste e molte altre opere in mostra, “Il Palazzo Enciclopedico” emerge come una costruzione complessa ma fragile, un’architettura del pensiero tanto fantastica quanto delirante. Dopo tutto, il modello stesso delle esposizioni biennali nasce dal desiderio impossibile di concentrare in un unico luogo gli infiniti mondi dell’arte contemporanea: un compito che oggi appare assurdo e inebriante quanto il sogno di Auriti.

Ringrazio la Biennale di Venezia con tutto il suo staff. Ringrazio i miei collaboratori:

Natalie Bell
Helga J. Christoffersen Goto Design
Ian Sullivan
Roberta Tenconi
Chris Wiley

Un ringraziamento particolare all’architetto Annabelle Selldorf – titolare dello studio Selldorf Architects di New York – per l’assistenza prestatami nell’allestimento degli spazi dell’Arsenale.

Nel corso della preparazione della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, le seguenti persone hanno contribuito in maniera fondamentale alla mia ricerca:

Negar Azimi, scrittrice e redattore capo di Bidoun, magazine di New York vincitore di numerosi premi internazionali di editoria e che si occupa anche di iniziative d’arte e cultura.
Gary Carrion-Murayari, curatore del New Museum di New York.
Cesar Garcia, co-fondatore e Direttore del The Mistake Room di Los Angeles, e U.S. Commissioner per la prossima 13th International Cairo Biennale.

Sofía Hernández Chong Cuy, curatrice della 9th Mercosul Biennial e curatrice per l’arte contemporanea della Colección Patricia Phelps de Cisneros
Claire Hsu, co-fondatrice e Direttore Esecutivo dell’Asia Art Archive (AAA).
Abdellah Karroum, curatore, redattore e direttore artistico indipendente, lavora tra Parigi e Rabat. Dan Leers, curatore indipendente, lavora a New York. Dal 2007 al 2012 è stato Beaumont and Nancy Newhall Curatorial Fellow presso il Dipartimento di Fotografia del Museum of Modern Art di New York.

Sarah McCrory, Direttore del Glasgow International Festival of Visual Art.
Rodrigo Moura, curatore, redattore e scrittore. Attualmente è Vicedirettore dei programmi di arte e cultura del Inhotim di Minas Gerais, Brasile.
Tim Saltarelli, curatore e scrittore, lavora a New York. Attualmente è curatorial advisor della sezione Frame di Frieze Art Fair di Londra e New York.
Ali Subotnick, curatrice del Hammer Museum di Los Angeles.
Philip Tinari, Direttore del Ullens Center for Contemporary Art (UCCA) di Pechino.
Renate Wagner, Project Manager della Berlin Biennale for Contemporary Art, Berlino.
Chris Wiley, curatore, scrittore e artista. Collabora regolarmente con riviste come Kaleidoscope e Frieze, ha collaborato alla 8. Gwangju Biennale e a numerose mostre del New Museum.

Ringrazio inoltre Sina Najafi e Jeffrey Kastner della rivista Cabinet che hanno coordinato i saggi in catalogo di, tra gli altri: Lina Bolzoni, D. Graham Burnett, Simon Critchley, Brian Dillon, Anthony Grafton, Amy Hollywood, Caro Mavor, Alexander Nagel, Andrea Pinotti, Daniel Rosenberg, Marina Warner.

55. Esposizione Internazionale d’Arte 2013 / Il Palazzo Enciclopedico,   curata da Massimiliano Gioni

For a full press release please see www.labiennale.org