Luigi Presicce e Maurizio Vierucci (Oh Petroleum) presentano a Bologna, venerdì 25 gennaio dalle 18.30 alle 20.30, ‘Il giudizio delle ladre’. L’evento è in collaborazione con la Galleria Bianconi, Milano. Il luogo della performance: Istituto A. Fioravanti, via Don Minzoni 17, Bologna
Alcune domande a Luigi Presicce e Maurizio Vierucci:

ATP: Quando e come nasce la collaborazione tra Luigi Presicce e Maurizio Vierucci (Oh Petroleum)?

Maurizio Vierucci: La nostra collaborazione nasce spontaneamente, pochi anni fa. Io e Luigi abbiamo un’affinità molto forte, come se ci conoscessimo da secoli. Il due novembre del 2010, in occasione della prima Festa dei Vivi, lui e Luigi Negro mi invitarono a suonare, é stato come riconoscersi.

Luigi Presicce: Quella de La festa dei vivi è stata la prima volta che ci siamo incontrati, poi ho iniziato a pensare a Maurizio per le colonne sonore delle mie performance e durante il Laboratorio per musica da camera (2011), un progetto che ho diretto per Archiviazioni a Lecce, c’è stato uno strano connubio tra me, lui e Lee Ranaldo dei Sonic Youth: quella performance è diventata la colonna sonora de Il grande Architetto (2011). Poi abbiamo iniziato a girare per i festival all’estero, con Allegoria astratta dell’atelier del pittore all’inferno tra le punte gemelle (2011), prima al Performance Festival, Thessaloniki (GR) e poi al Festival reims Scène d’Europe, al FRAC Champagne Ardenne (FR)… Da un certo punto in poi ho cominciato a immaginare le performance sulla figura di Maurizio, progettando i personaggi non più intorno a me, ma intorno a lui come se fosse il mio io che potevo guardare dal di fuori. Abbiamo condiviso residenze e viaggi, al MACRO di Roma, a Gotland in Svezia, è come avere una persona estranea che si comporta come il fratello che non hai. 

ATP: Presenterete la performance ‘Il giudizio delle ladre’. Avete messo in relazione i quattro episodi della vista di Cristo – Il bacio di Giuda, Cristo davanti a Caifa, La flagellazione e Pentecoste – e il comportamento delle gazze ladre? Cosa vi ha affascinato?

M.V. Il fascino delle gazze, animali molto comuni nella nostra terra, nasce, probabilmente, proprio dalla peculiarità del loro comportamento. Questi incontri delle coppie, il frastuono, i canti di questi uccelli e la loro teatralità, l’idea che tra loro avvenga un processo con dinamiche misteriose difficili da decifrare è diventato per noi un immagine imprescindibile. L’arte fa parte del nostro processo di trasformazione, sovrapporre questa immagine al processo di Cristo davanti a Caifa, è un atto naturale.

L.P. Guardiamo le cose che ci stanno osservando da lontano e mentre ci vengono incontro ci accorgiamo che erano lì per confermare una strada. Qualcuno definisce tanti eventi che ci accadono solo come coincidenze. La mente umana è vittima di quello che accade intorno a noi, lo spazio e la materia sono circostanze che esistono non senza di noi. Partiamo spesso da un’ossessione e altrettanto spesso finiamo per esserne assorbiti completamente, si inizia da un’immagine, un’idea, una casualità e da lì si aprono tutte le strade possibili e impossibili. Il giudizio delle ladre è un percorso fatto attraverso la conoscenza, l’osservazione diretta di un fenomeno che non riusciamo a spiegare, un processo sommario nel quale le gazze accusano e puniscono uno dei convenuti. Come Cristo davanti a Caifa, l’imputato viene giudicato e giustiziato al cospetto di tutti. Non siamo interessati a un’educazione cattolica o a raccontare i fatti della vita di Cristo come se fosse un valore assoluto, un racconto sacro dal quale trarre beneficio attraverso gli insegnamenti. Pensiamo che l’iconografia cristiana sia il luogo per poter impiantare delle storie, per raccontare il nostro tempo, le esperienze e gli studi che facciamo come artisti, come uomini. Nel nostro DNA di italiani esiste l’idea della bellezza, dell’armonia; nei classici, nel mondo antico, cerchiamo una via di confronto con un presente che vive la disgrazia dell’era televisiva.

ATP: In questa performance sovrapponete molti e disparati stimoli visivi, iconografici e antropologici: testi tratti dal Vangelo, passione romantica (il Bacio di Hayez), comportamenti animali (le gazze ladre) e umani (riti woodoo haitiani), il lanciatore di peso statunitense Michael Reese Hoffa  ecc. Quale percorso concettuale avete attuato per sintetizzare tutti questi ‘tasselli’?

M.V. Non parlerei di sintesi ma di moltiplicazione, di accumulo e di trasformazione. I processi di studio, e i percorsi che ognuno di noi ha tracciato sono molto diversi. Luigi ha un’esperienza molto lunga come artista visivo e come performer, io sono sempre stato un musicista. Già il nostro incontro è una moltiplicazione, una sintesi non è possibile.

L.P. Non sono abituato alla sintesi, sarebbe come cercare di mettere a posto i pensieri e le cose, pensare per compartimenti stagni, evitando che la nostra mente, già in stato di sonno, venga colpita da stimoli. Quando penso a un personaggio cerco tutto quello che lo riguarda, anche cose che paiono inutili o che si generano per sovrapposizioni. In una scena ci sono relazioni tra gli oggetti e i personaggi, tra i personaggi e il racconto; ogni elemento è unito all’altro da un legame che può essere di vario tipo, come se ogni cosa avesse con l’altra una relazione di primo, di secondo o di terzo grado. I legami rendono armonici gli elementi del racconto, la narrazione è dialogo, anche se muto.

ATP: Perché avete presentato la performance come un vero e proprio spettacolo teatrale?

M.V. La performance è uno spettacolo teatrale, ha una scrittura, una regia, dei costumi, faremo delle prove..

L.P. L’unica differenza è che non si paga il biglietto, non dobbiamo sperare nel pubblico e nel suo consenso, per questo ne facciamo a meno tutte le volte che possiamo.

ATP: Mi rivelate qualche dettaglio sull’impianto scenografico che vedremo a Bologna?

M.V. Di certo non vedrete volare nessuno.

L.P. Il progetto ART CITY Bologna 2013, promosso dal MAMBO con il Comune di Bologna e l’ente Bologna Fiere, intende valorizzare strutture museali e non, attraverso esposizioni che creino un dialogo tra lo spazio e l’opera. Da un po’ di mesi siamo stati invitati a prendere visione di alcuni luoghi pubblici della città, musei, palazzi storici, antiche chiese, ma alla fine abbiamo scelto una palestra in disuso in un istituto professionale situato di fronte al MAMBO. Il posto è stato definito dagli insegnanti stessi come qualcosa di fatiscente e a tutti gli effetti questa palestra non ha nulla di sacrale: niente altari, affreschi o lampadari giganteschi, tutto si gioca su quello squallido linoleum verdino.

* UN ringraziamento a Chiara Sabatini per la collaborazione nella ricerca sui costumi.