Francesco Gennari: Avendo se stessi come unico punto di riferimento,   2004 courtesy Galleria Zero ,   Milano

Francesco Gennari: Avendo se stessi come unico punto di riferimento, 2004 courtesy Galleria Zero , Milano

 

Alcune domande a Simone Menegoi che cura, con Lorenzo Giusti, la mostra collettiva  The Camera’s Blind Spot. Ospitata al MAN – Museo d’Arte Provincia di Nuoro dal 23 marzo al 26 maggio 2012, la mostra indaga le relazioni fra scultura e fotografia attraverso il punto di vista di un gruppo composito di artisti europei e statunitensi nati negli anni Settanta. Il termine “Blind spot” definisce la parte oscurata del campo visivo, il punto cieco del nostro sguardo.

ATP: La mostra che inaugura al MAN di Nuoro, The Camera’s Blind Spot, è la terza tappa di un progetto espositivo che indaga la relazione tra scultura e fotografia. Mi raccontati il criterio di scelta degli artisti? 

Simone Megaoi: Per quel che mi riguarda, la mostra è la terza tappa di un percorso espositivo discontinuo e aperto, iniziato nel 2005, su un’idea “espansa” di scultura. Un’idea che include video, opere sonore, disegni… La mostra di Nuoro è la prima a concentrarsi sull’aspetto specifico del rapporto fra scultura e fotografia. Data la vastità dell’argomento, la selezione ha giocoforza un margine di arbitrio. Lo abbiamo limitato per quanto possibile attraverso un taglio generazionale (sono tutti artisti nati dopo il 1970) e cercando di privilegiare ricerche in cui il nesso scultura-fotografia sia effettivamente centrale, e non limitato a una o due opere.

ATP: Cosa nasconde e rivela il titolo della mostra? 

SM: Il titolo rivela che il rapporto fra scultura e fotografia nasce con la fotografia stessa, è intriseco alla macchina fotografica. Non dice invece che, se questo rapporto è un “blind spot”, lo è per sovraesposizione; per un eccesso di informazioni, esperienze, immagini.

ATP: Cosa si intende: “la materialità dell’immagine fotografica è spinta a tal punto da diventare essa stessa scultura”? Mi racconti delle opere in mostra che esemplificano questo concetto?

SM: Per ‘Test di carico improvvisato’, un’opera site-specific che riproporrà a Nuoro, Stefan Burger chiede agli allestitori del museo di testare la resistenza di alcuni pannelli di cartongesso con il loro stesso peso, salendoci sopra. Fotografa l’operazione e poi incolla la fotografia ottenuta, in dimensioni pressoché 1:1, sul muro costruito con i medesimi pannelli. E’ un cortocircuito linguistico (una fotografia che coincide materialmente con il suo oggetto); una forma di institutional critique (l’opera apre uno spiraglio sul backstage del museo); è anche – e soprattutto, dal punto di vista specifico della mostra – una dimostrazione di come la fotografia può debordare dalla cornice e farsi oggetto, scultura, installazione.

ATP: La mostra ha dei nessi con esperienze artistiche di fine ‘800, inizi ‘900. A quali artisti pensi, in particolare?

SM: Parlando di scultori che concepiscono la fotografia come estensione del proprio lavoro plastico, i due giganti, le colonne d’Ercole della contemporaneità, sono Medardo Rosso e Brancusi. Semplificando all’estremo, quasi a livello di slogan, il primo, con il suo lavoro instancabile sulle stampe (taglia, raschia, dipinge, rifotografa, ritaglia…) trasforma la fotografia in scultura; il secondo, attraverso un altrettanto instancabile lavoro di variazioni (di inquadratura, luce, eccetera) sulle medesime forme tridimensionali, trasforma la scultura in fotografia. Per quanto riguarda la comprensione di questi due autori, dichiaro un debito formidabile nei confronti una grande studiosa italiana, Paola Mola. E’ lei, con le sue pubblicazioni e con le mostre che ha curato negi ultimi anni, che ha permesso di capire pienamente l’importanza della loro opera fotografica.

ATP: “Seconda e terza dimensione”: due poli su cui si sviluppano molte opere in mostra. Me ne racconti una in particolare dove si evince maggiormente questa tensione?

SM: Nella sua semplicità, mi sembra che ‘Stumbling Block’ di Becky Beasley riassuma bene questa tensione fra due e tre dimensioni. E’ una doppia risma di stampe tipografiche della medesima immagine, quasi astratta – una serie di buchi in un materiale non specificato. I singoli fogli che compongono le risme non hanno quasi peso: tutti insieme, formano un oggetto pesante come una pietra, contro il quale, come dice il titolo, si può inciampare – e cadere.

Dieci gli artisti coinvolti nel progetto: Becky Beasley (Regno Unito 1975) Bruno Botella (Francia 1976), Stefan Burger (Svizzera 1977), Michael Dean (Regno Unito 1977), Giuseppe Gabellone (Italia 1973), Francesco Gennari (Italia 1973), Curtis Mann (Usa 1979), Taiyo Onorato & Nico Krebs (Svizzera 1979), Erin Shirref (Usa 1975), Sara VanDerBeek (Usa 1976).

Becky Beasley The Burrow,   2004 Courtesy SMART CONTEMPORARY – Private collection of Sergio Beretta e Mauro Micheli

Becky Beasley The Burrow, 2004 Courtesy SMART CONTEMPORARY – Private collection of Sergio Beretta e Mauro Micheli

Taiyo Onorato and Nico Krebs Ghost 2,   2012 Courtesy Peter Lav Gallery,   Copenaghen and RaebervongStenglin,   Zurich

Taiyo Onorato and Nico Krebs Ghost 2, 2012 Courtesy Peter Lav Gallery, Copenaghen and RaebervongStenglin, Zurich