Henrik Olai Kaarstein,   ‘Mothers’,   Installation at T293 Naples,   Courtesy T293,   Rome-Naples

Henrik Olai Kaarstein, ‘Mothers’, Installation at T293 Naples, Courtesy T293, Rome-Naples foto: Maurizio Esposito

(Scroll down for the English version)

E’ stata inaugurata poche settimane fa la mostra personale ‘ Mothers’ di Henrik Olai Kaarstein (1989), ospitata nella galleria T293 a Napoli (fino al 31 gennaio).

ATPdiary – in collaborazione con Matteo Mottin – ha posto alcune domande all’artista norvegese, per comprendere la ‘tristezza e sensualità’ della sua opera.

ATP: In “Turning and Returning”, la tua precedente mostra con T293, presentavi dei “collage materici” realizzati con lenzuola ed asciugamani trovati in alberghi e saune, e assemblati in modo da colmare il vuoto asettico e impersonale caratteristico di quei luoghi. C’è un collegamento tra questi lavori e quelli che esponi in “Mothers”?

Henrik Olai Kaarstein: Sono attratto dalle connotazioni intime, private e sessuali di questi materiali. Sono già carichi di informazioni, insinuazioni ed emozioni ancora prima che  li manipoli. Rendere un tessuto sporco con vernici e colori, metterci le mani in modo che non possa mai più essere di nuovo fresco o pulito. Credo che in “Turning and Returning” l’idea di raccogliere e mettere assieme materiali fosse più presente che nei miei lavori più recenti. Visto che non sono mai stato realmente interessato alla narrazione personale di questi oggetti, o all’atto di mettere questi oggetti di uso quotidiano in una galleria, me ne sono allontanato. Ho sempre cercato qualcosa che avesse a che fare con la qualità fisica dei tessuti su cui non avevo alcun controllo e su cui lavoro per arrivare ad eluderla.

ATP:  C’è stata un’evidente evoluzione nei tuoi lavori, da quelli presentati in “Projectile Weapons”, passando per “Idea is the object” alla galleria D’Amelio, fino a “Mothers”. Puoi parlarci di questo tuo percorso?

H.O.K.: La parola “percorso” è un po’ forzata. Sicuramente c’è stata sia una progressione che uno sviluppo. Per me sta diventando sempre più importante ripensare ai primi lavori come a una maniera di investigazione retrospettiva, in evoluzione. Non è compiacimento con un tocco di autoreferenzialità. E’ quasi come ammettere la sconfitta e accettare che ci siano ancora questioni che devono essere esaminate.

ATP: “Mothers” è un titolo che evoca sensazioni al contempo personali e impersonali. Puoi spiegarci il motivo di questa scelta?

H.O.K.: Come metodo di lavoro e per inquadrare quello che sto facendo mi piace annotare degli appunti. Questi appunti fanno di un quaderno di schizzi e idee. La maggior parte delle mie “idee” non sono illustrazioni visive, sono vere e proprie frasi, veloci montaggi di parole ecc. Mi piace fissare le ambiguità su carta. Guardare il titolo “Mothers” che se ne stava da solo su un pezzo di carta era strano. Contiene una grande dualità, come dici tu. E’ una parola calda, ma dà anche la sensazione di essere un titolo freddo. E’ in qualche modo nocivo e pericoloso. Come un branco di leonesse arrabbiate. Nel caso specifico della mostra, l’intimità dei materiali lo trasforma in qualcosa di perverso ed incestuoso. La forma plurale della parola disarma rapidamente tutte queste connotazioni in modo impersonale, come se implodesse nel nulla e improvvisamente puntasse ovunque. “Mothers” rappresenta accettazione ed accoglienza e quindi funge anche da ammiccamento a ciò che descrivo come “femminilità aggressiva” nei lavori in mostra e “sorellanza” della serialità. E’ un’installazione democratica, ma affollata. A nessun lavoro individuale è permesso di essere più importante dei suoi fratelli.

ATP:  Le opere in mostra si caratterizzano per semplici materiali di base come  asciugamani e coprimaterassi. Su questi elementi quotidiani dipingi  ambigui paesaggi enigmatici. Mi racconti il nesso tra questi due parti, la  base e la pittura?

H.O.K.:  Non sono sicuro che ci sia molto da dire. Le superfici giacciono sul mio pavimento sporco in modo che io ci possa girare attorno e occasionalmente immergermici quando prendo una decisione. Aggiungo ciò che ha senso, scervellandomi per arrivare ad una soluzione e sforzandomi per far connettere tutti gli aspetti. Mischio tanta acqua con il colore. E’ un lungo processo di danneggiamento con l’acqua e di successiva asciugatura, nascondendo gli errori e talvolta riconoscendo gli errori come qualcosa di successivo. Ripeto, aggiungo e rivedo tante volte quanto sento sia necessario. Ci sono molte limitazioni quando lavori su qualcosa prodotto in massa. Ho bisogno delle limitazioni per focalizzarmi e controllare la delega visiva. L’idea iniziale era quella di aggiungere continuamente liquidi a oggetti fatti per respingere e risucchiare l’umidità in modo tale che questi non potranno mai più essere puliti e puri. Renderli oggetti estetici invece che funzionali. E’ una grande combinazione di tristezza e sensualità.

ATP: Dal testo che accompagna la mostra: “risorse potenti e forza di volontà sono usate per mettere a nudo e segnalare la presenza di informazioni nascoste”. Quale tipo di informazioni nasconde il tuo lavoro?

H.O.K.: “Nostalgie eluse”, sono le ultime due parole di quel comunicato stampa. Voglio solo indicare il dove. Non sono mai stato un tipo da chi-cosa-perchè.

Henrik Olai Kaarstein,   ‘Mothers’,   Installation at T293 Naples,   Courtesy T293,   Rome-Naples

Henrik Olai Kaarstein, ‘Mothers’, Installation at T293 Naples, Courtesy T293, Rome-Naples foto: Maurizio Esposito

 Interview with Henrik Olai Kaarstein / Mothers, T293, Naples

ATPdiary, in collaboration with Matteo Mottin, has interviewed Henrik Olai Kaarstein in occasion of his exhibition ‘Mothers’ at T293 Gallery (Naples)

ATP:  In “Turning and Returning”, your previous exhibition with T293, you were showing “material collages” made with sheets and towels “found” in hotel rooms and saunas and assembled so as to fill the typical aseptic and empty void of those places. Is there a connection between these works and the ones you show in “Mothers”?

Henrik Olai Kaarstein: I’m drawn to the intimate, private and sexual connotations to these materials. They are heavy with information, insinuation and emotion even before I manipulate them. Making a fabric ”dirty” with paint and colours. Putting my hand on them so they never can be clean or fresh again. I guess in ”Turning and Returning” the idea of collecting and gathering materials was more present than in my newer works. As I never really was that concerned with the personal narrative of these objects, or the gesture of putting these everyday objects into a gallery space, I moved away from it. It’s always been more about the physical qualities of the fabrics that I didn’t have control over and had to work with and work around.

ATP:  There’s been a clear evolution in your works, from the ones presented in “Projectile Weapons”, through “Idea is the object” at D’Amelio Gallery, to “Mothers”. Can you tell us something about this path?

H.O.K.: The word path is a bit farfetched. Of course there’s been progression and development. It’s getting more important for me to look back at earlier works as a way of evolving, retrospective investigation. It’s nothing complacent with a bit of self-referentiality. It’s almost like admitting defeat and accepting that there are still issues that need to be examined.

ATP:  “Mothers” is a title that evokes feelings at the same time personal and impersonal. Can you explain us the reason behind this choice?

H.O.K.: I like writing words down as a method of working and framing my work. It’s part of a notebook for sketching and ideas. Most of my ”ideas” are not visual illustrations, but come more in the form of sentences, quick assembling of words etc. I like cementing ambiguities on paper.  Looking at the title “Mothers” standing alone on a piece of paper was odd. It has a great duality to it like you mentioned. It is a warm word, but also feels like a cold title. It’s harmful and dangerous somehow. Like a pack of angry lionesses. In the specific situation of the exhibition, the intimacy of the materials it turns perverse and incestuous. The plural form of the word swiftly disarms all of these connotations with impersonality, like it implodes into nothing and is suddenly pointing everywhere.  Mothers represents acceptance and embracement and therefore also functions as a wink to what I describe as ”aggressive femininity” in the exhibited works and ”sisterhood” of the seriality. It is a crowded, yet democratic installation. No individual work is allowed to be more important than its siblings.

ATP:  The works in the exhibition are characterized by simple basic materials such as towels and mattress covers. On these everyday objects you paint enigmatic and ambiguous landscapes. Can you tell us about the link between these two parts, the base and the paintings?

H.O.K.: I’m not sure if there’s much to tell. The surfaces lie on my dirty floor so I can circle around it, occasionally diving in after a decision is made. I just add with what makes sense, puzzling together a solution and struggle to make all aspects connect. A lot of water is mixed with the paint. It’s a long process of water damage and drying, hiding mistakes and sometimes seeing mistakes as success. Repeat, add and rework as many times as I feel necessary.  There are a lot of limitations when you work on something mass-produced. I need limitations to focus and control the visual delegation. Continuously adding liquids to objects made to repel and suck up moisture that never will be clean and pure again was the starting idea. Performing as aesthetical objects instead of functioning. It’s a great combination of sad and sexy.

ATP:  From the text that goes with the exhibition: “powerful resources and will are used to lay bare and point out the existence of repressed information”. What kind of repressed information do your works hide?

H.O.K.: “Prejudiced longings”, are the two last words of that press text. I just want to point out where. I’ve never been a who-what-why-man.

Henrik Olai Kaarstein,   ‘Mothers’,   Installation at T293 Naples,   Courtesy T293,   Rome-Naples

Henrik Olai Kaarstein, ‘Mothers’, Installation at T293 Naples, Courtesy T293, Rome-Naples foto: Maurizio Esposito

Henrik Olai Kaarstein,   And You Deserve All 5,   2013,   acrylic paint,   iridescent medium,   acrylic glue and silicone on mattress pad : pittura acrilica,   materiale iridescente,   colla acrilica e silicone su coprimaterasso,   75 x 200 cm,   courtesy T293,   Rome-Naples

Henrik Olai Kaarstein, And You Deserve All 5, 2013, acrylic paint, iridescent medium, acrylic glue and silicone on mattress pad : pittura acrilica, materiale iridescente, colla acrilica e silicone su coprimaterasso, 75 x 200 cm, courtesy T293, Rome-Naples foto: Maurizio Esposito

Henrik Olai Kaarstein,   And You Own All 4,   2013,   acrylic paint,   vinyl paint,   acrylic glue,   iridescent medium on mattress pad : pittura acrilica,   pittura vinilica,   colla acrilica,   materiale iridescente su coprimaterasso,   85 x 200 cm,   courtesy T293,   Rome-Naples

Henrik Olai Kaarstein, And You Own All 4, 2013, acrylic paint, vinyl paint, acrylic glue, iridescent medium on mattress pad : pittura acrilica, pittura vinilica, colla acrilica, materiale iridescente su coprimaterasso, 85 x 200 cm, courtesy T293, Rome-Naples