Non stanchi di un ‘paese per vecchi’, che si sono inventati il gruppo di architetti A12? Una città per vecchi. Sembra banale da scrivere ma la loro terra d’origine è proprio la Liguria, regione che da diversi anni come noto, ha il primato nazionale dell’indice di invecchiamento.

Assieme al progetto di un altro gruppo di architetti, i Baukuh, gli A12 hanno proposto alla galleria genovese Pinksummer una visione sul prossimo futuro non proprio rosea (ricordo che il rosa – scaramantico – è anche il colore eletto del gruppo), visto che gli studi e le proposte architettoniche che propongono non sono genericamente ideali o utopistiche, ma molto concrete e reali.

In mostra una parete dove compaiono scritte interpretabili come un manifesto: “Tutti i cittadini hanno più di 65 anni; ai suoi cittadini viene consigliato di costruirsi un archivio dei ricordi più cari che saranno conservati in un’istituzione apposta; i suoi cittadini hanno compiti da assolvere all’età ed alle condizioni di salute; la città è organizzata secondo criteri di equità e solidarietà ecc.”

Eccola allora le caratteristiche di questa immaginaria città dove i cittadini (noi tra qualche anno), saremo divisi in gruppi tra attivi, infermi, dementi, nonni, infermieri e (speriamo) badanti. In un’altra parete, delle grande fotografie di Genova ripresa dall’altro, mostrano una parte del suolo cittadino raschiato con una lametta. Gli A12 propongono di demolire una lunga serie di edifici non praticabili da persone anziane per lasciare solo quelli senza salti di quota, dislivelli e pendenze massime del 4%.

Oltre all’abbattimento di molta parte delle costruzioni cittadine, nella Genova a misura d’anziano, il gruppo propone una lunga serie di percorsi dove, aiutati da corridoi studiati ad hoc, i non più giovani possono passeggiare senza il rischio di perdersi o, peggio, cadere.

“Il nostro obiettivo è segnalare una situazione che se non gestita può diventare davvero complicata” spiega Andrea Balestrero. “Il problema di Genova è che a nostro avviso sembra mancare un progetto di città e del suo futuro, mentre si assiste a un trascinarsi inconsapevole nella propria decadenza. Da anni viviamo e lavoriamo a Milano, una città con un dinamismo diverso. Genova dovrebbe ripartire dal fermento che c’era stato oramai 10 anni fa: bisogna imparare a vedere il cambiamento come una risorsa e non come un problema”.

Ironico e provocatorio, il loro intervento sembra solo apparentemente far sorridere. L’invecchiamento della popolazione è un dato di fatto, dunque tanto vale fare i conti con un miglioramento della nostra (inevitabile) prospettiva futura. Che sia Genova o qualsiasi altra città.

Meno provocatorio, invece, l’intervento dell’altro gruppo di architetti, i Baukuh, che mettono al centro della loro riflessione una rimozione dal piano urbanistico di quanto già costruito, nella percentuale fissa di un 1% di superfici da abbattere. Il loro intervento, “come il battito d’ali di una farfalla che ha il potere ‘devastante’ di creare uno Tsumani”, dovrebbe migliorare sensibilmente alcune zone della città, rendendola decisamente miegliore. Spiegano: “Il nostro progetto che si intitola “Demolire Genova” e propone la demolizione dell’1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l’attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.”

Oltre a due dettagliate piantine di Genova (sembrano uguali ma in una ci sono un tot numero di differenza da scovare, un po’ come il gioco ‘Aguzza la vista’), anche una piccolo monitor dove si possono ascoltare delle interviste. A tutti gli intervistati, le stesse domande che ruotano attorno al numero di appartamenti sfitti, al costo degli appartamenti nel proprio palazzo e, domanda fondamentale, quale edificio abbatterebbero nella città di genova. Bizzarre e  a volte divertenti le risposte. Alcuni vorrebbero abbattere dei palazzi perchè coprono il loro terrazzo dal sole, molti vorrebbero demolire il palazzo delle pompe funebri, altri delle brutture architettoniche. Quasi tutti vorrebbero parchi e giardini.

Gruppo A12,   Torino -  Pinksummer,   Genova 2013

Gruppo A12, Torino – Pinksummer, Genova 2013

Gruppo A12,    Veduta della mostra,   Pinksummer,   Genova 2013

Gruppo A12, Veduta della mostra, Pinksummer, Genova 2013

 

Baukuh,   Veduta della mostra,   Pinksummer,   Genova 2013

Baukuh, Veduta della mostra, Pinksummer, Genova 2013

Baukuh,   Demolire Genova,   2013 -  Pinksummer,   Genova

Baukuh, Demolire Genova, 2013 – Pinksummer, Genova

 

For the exhibition GRUPPO A12 / BAUKUH we get back to Genoa and focus on a general phenomenon that here is particularly sensible: the progressive aging of the population in western society. That is a trend that is going to reach a critical point and we are interested in the possible consequences on the organization of the cities and their spaces. If we look back to the past, in front of such kind changes only avant-garde movements and utopistic thinking have been able to provide enough large-scale visions. However, in their leap towards the future, all the utopic or radical visions have been always based on an healthy man, full of energies and potentiality, mature and effectively productive, endowed with reproductive abilities. What happens instead, if we try to put in the center of our utopia a typical old man? A man, or a woman, older than 65 years, who needs to face a condition of weakness if not illness? And most of all, what does it mean to design a city devoted and purposely built for that kind of people? What we are going to display in our exhibition is a collection of notes for planning a new urbanistic utopia, entirely dedicated to old people.