Grazia Toderi Sound,   2002 Veduta dell’installazione Teatro Sociale,   Bergamo 2013 contemporary locus 4 Foto di Claudio Cristini

Grazia Toderi Sound, 2002 Veduta dell’installazione Teatro Sociale, Bergamo 2013 contemporary locus 4 Foto di Claudio Cristini

Teatro Sociale,   Bergamo 2013 contemporary locus 4 Foto di Claudio Cristini

Teatro Sociale, Bergamo 2013 contemporary locus 4 Foto di Claudio Cristini

Inaugura domani, sabato 22 giugno, a Bergamo Contemporary Locus, progetto a cura di Paola Tognon, giunto al suo quarto appuntamento. La protagonista invitata a confrontarsi con ‘i luoghi riscoperti dall’arte contemporanea (sottotitolo della rassegna), è Grazia Toderi. L’artista si confronta con lo spazio del Teatro Sociale di Bergamo per dare forma, con una grande installazione video, a una simultanea e coinvolgente visione del luogo prima e dopo la sua totale ristrutturazione e trasformazione.

Intervista con Grazia Toderi

ATP: Il progetto Contemporary Locus, approfondisce come gli artisti interpretano il tessuto urbano attraverso la loro pratica artistica. Sei stata invitata a confrontarti con lo spazio del Teatro Sociale di Bergamo. Ritieni che sia importante riattualizzare alcuni luoghi storici attraverso l’arte? Perché?

Grazia Toderi: Gli spazi andrebbero rispettati prima di arrivare ad un loro abbandono e ad un loro degrado, soprattutto se sono stati, come nel caso di tanti teatri italiani, una parte fondamentale della memoria tramandata e vissuta dalle loro comunità. Credo che ogni luogo storico sopravvissuto alla natura o alla barbarie umana abbia già in sè una tale dignità, intensità di memoria e stratificazione di tempo che non gli renda minimamente necessario essere “riattualizzato” da parte dell’arte contemporanea. Può continuare ad esistere e resistere anche chiuso in se stesso, e anche senza la presenza umana. Siamo noi che abbiamo invece bisogno di incontrare ancora questi luoghi, di riscoprirli, di imparare. Non era mia intenzione “riattualizzare” un luogo storico, ma dedicargli con rispetto la mia opera, ero io ad avere bisogno di lui e non lui di me.  

ATP: Nel 2002 hai realizzato ‘Sound’, l’opera video prodotta proprio nel Teatro Sociale prima della sua ristrutturazione. Le opere cambiano con lo scorrere del tempo e a seconda dei luoghi in cui sono installati, sicuramente con il passare di oltre 10 anni, quest’opera avrà acquisito nuove sfumature concettuali. Cosa hai scoperto nel rivedere la tua opera dopo un decennio dalla sua genesi?

G.T.: Quando sono entrata per la prima volta al Teatro Sociale, nel 2002, del teatro era rimasto uno scheletro ligneo “sdentato”, eppure ancora affascinante nelle proporzioni e nella generosità del suo abbraccio.  Proprio questa sua crudezza mi rivelava con ancora maggior intensità ciò che avevo compreso lavorando in altri teatri italiani come il Teatro Comunale di Ferrara e di Modena nel 1998, quando fui invitata da Virgilio Sieni a realizzare le scene per il “Fiore delle 1001 notte”. Capii cose che ora mi sembrano ovvie, ma che mi si manifestarono in quel momento come rivelazioni: che il teatro è esso stesso una testa, che il teatro ha lo stesso disegno di un pentagramma, che il teatro è esso stesso strumento musicale.  Ebbene, al Teatro Sociale di Bergamo mancava proprio la voce, era un luogo afono, rimasto abbandonato e fuori dal tempo per decenni. Ricordo in quella visita di avere intravisto e fotografato nel sottotetto, gettato a terra tra i calcinacci, un grande orologio di legno, egli stesso segnava un tempo rimasto immobile per anni lì dentro.  Ecco quindi nascere il titolo dell’opera: “Suono”, (Sound), dove si sente la nota del diapason e dell’accordo degli strumenti musicali, il “La”, che si protrae senza tempo, e dove si osservano sette luci che pulsano nello spazio/pentagramma del teatro, immaginarie note musicali luminose.  

ATP: In oltre 10 anni di tempo, quali grandi cambiamenti sono avvenuti in questo luogo?

G.T.: Avevo paura di rivederlo troppo trasformato, invece ho trovato l’intervento di restauro leggero. Stranamente la cosa che mi ha più sorpreso è stata la presenza, invece ovvia, delle sedute…significava che aveva davvero ripreso il suo vero lavoro di strumento musicale….

ATP: Che sensazione ti ha dato attraversare questi spazi dopo un così lungo tempo?

G.T.: E’ stato come entrare e dirgli: – Ciao, come stai ?

E lui mi ha risposto: – Forse meglio, grazie.

ATP: In merito ai tuoi progetti futuri, a cosa stai lavorando?

G.T.: Questa domanda crea troppo facilmente in chi legge grandi aspettative…forse per evitare di affrontare il presente…? Così un pò per questo e un pò per scaramanzia vorrei evitare di parlare di futuro…parliamo ancora del Teatro Sociale di Bergamo ?

ATP: Mi è piaciuta molto l’espressione: “…che il teatro è esso stesso una testa, che il teatro ha lo stesso disegno di un pentagramma, che il teatro è esso stesso strumento musicale”. Dalle tue parole dai la sensazione che il teatro sia un essere ‘vivo’ e suonante, esso stesso produttore di musica, visioni e racconti. Scalzato il ruolo di contenitore, il teatro acquisisce vita propria. Immagino che questa sia la sensazione che vuoi esprimere con la tua opera. Torniamo, dunque, a parlare di questo soggetto ‘vivo’ che è il Teatro Sociale di Bergamo. Lui ti ha dato la possibilità di raccontare quale ‘storia’?

G.T.: Mi ha dato la possibilità di entrare in comunicazione con la sua di storia, e di creare un’immagine, una proiezione di luce, che adesso egli stesso ospita gentilmente al suo interno. Non credo che l’arte racconti storie, io non ho nulla da raccontare, e se volessi raccontare una storia mi servirei o della parola o del cinema… forse nella testa di ogni singolo osservatore che arriverà al teatro scaturiranno comunque storie guardando la mia opera, ma chissà quali… le sue.

ATP: Luoghi parlanti, i teatri e la loro secolare architettura, sembrano assorbire con il tempo anche tutto ciò che è accaduto dentro di loro. I tuoi video sembrano restituire, per suggestioni, questa archeologia di narrazioni stratificate. Come riesci a trasmettere una costellazione così complessa?

G.T.: Sono felice che tu stessa parli di “narrazioni stratificate”, infatti ad esempio in uno dei miei video, “Arena”, del 2000, il suono è dato solo dall’applauso degli spettatori, quindi dalla stratificazione di migliaia di mani che si incontrano, e dalla sola rotazione dell’immagine dell’Arena di Verona, oppure in “Semper eadem”, del 2004, l’audio è composto dal vociare di centinaia di persone prima dell’inizio dello spettacolo, quindi proprio letteralmente una “narrazione stratificata”, ma il racconto nella stratificazione svanisce per dare luogo ad un suono collettivo. Lo stesso avveniva nel 1998 nel video “Il decollo”, dove da uno stadio visto allo zenith e illuminato di notte da una stella di luci usciva il fragore pieno di energia e desiderio di migliaia di voci. Questa energia collettiva mi affascia e mi spaventa allo stesso tempo.

ATP: Dalla tua prima risposta, a proposito del Teatro Sociale di Bergamo – “…ero io ad avere bisogno di lui e non lui di me” –, sembra che tu sottintenda che è l’arte contemporanea che ha bisogno della storia per ‘trovare argomenti’ più che viceversa (io ne sono quasi convita). Nulla toglie che il tuo intervento diventa tramite per scoprire e prendere consapevolezza di un luogo molto significativo.  Cosa ti piacerebbe provasse un ideale spettatore ‘dentro’ alla tua opera? A quale consapevolezza dovremmo giungere?

G.T.: Più che un argomento l’arte cerca un nutrimento, e credo che l’artista si nutra di tutta la cultura che lo attraversa, quindi anche della storia. Nel caso di un artista italiano credo che la storia passi attraverso alcuni luoghi e suoni che possono essere diversi magari da quelli di un artista giapponese, o americano, o africano, o australiano…Questo mi sembra molto interessante, e per questo ad esempio amo tantissimo musei come il Metropolitan di New York, o il Louvre di Parigi, dove artisti di tutte le culture e di tutti i tempi, conosciuti e a volte anche sconosciuti, sono rappresentati con le loro meravigliose opere. Quando entro in questi luoghi il tempo e lo spazio non esistono più…e spero che ognuno, finalmente, sia libero di cercare e trovare proprio quello che gli pare.

Grazia Toderi Eclissi,   1999 Proiezione video,   dimensioni variabili Suono stereo,   loop,   dvd Courtesy Galleria Giò Marconi,   Milano

Grazia Toderi Eclissi, 1999 Proiezione video, dimensioni variabili Suono stereo, loop, dvd Courtesy Galleria Giò Marconi, Milano

Grazia Toderi Rendez-vous,   2005 Veduta dell'installazione,   John Curtin Gallery,   Perth Due proiezioni video,   dimensioni variabili Suono stereo loop,   DVD Foto Tarryn Gill

Grazia Toderi Rendez-vous, 2005 Veduta dell’installazione, John Curtin Gallery, Perth Due proiezioni video, dimensioni variabili Suono stereo loop, DVD Foto Tarryn Gill