“Non appena l’idea del Diluvio si fu placata,

Una lepre si fermò tra il trifoglio e le 

mobili campanelle e disse la sua preghiera 

all’arcobaleno attraverso la tela del ragno.”

Arthur Rimbaud,  Dopo il diluvio, Illuminazioni.

Ha da pochi giorni chiuso i battenti una bella mostra al TILE Project Space. Presentata come   la ‘mostra-progetto’  Trompe l’œil, è nata dall’incontro con un artista, Elia Gobbi, e una curatrice, Simona Squadrito. L’intervento si presentava come un’unica grande installazione al cui interno, natura e artificio tentano la loro unione. Lo spazio espositivo è diventato luogo per la costruzione di un paesaggio, dove forme di vita verdeggianti convivono e si mescolano con l’immobilità dei dipinti annullando ogni distanza. Gobbi e Squadrito scelgono di richiamare alla mente il piacere primordiale del contatto con la natura, di una passeggiata dentro un bosco o in un giardino, inserendoci così in un processo vitale che per sua struttura è destinato a esaurirsi. Il puro godimento estetico torna dunque al centro della costruzione di una mostra che chiede allo spettatore un atteggiamento vigile e dinamico in cui il movimento del corpo e quello dell’occhio si uniscono in un’unica azione.

Elia Gobbi,   Simona Squadrito - Trompe l’œil,   Tile project Space,   Milano luglio 2014 - Installation view foto: Costanza Sartoris

Elia Gobbi, Simona Squadrito – Trompe l’œil, Tile project Space, Milano luglio 2014 – Installation view foto: Costanza Sartoris

Segue un testo di  Elia Gobbi 

Trompe-l’œil

Faceva ancora freddo ed i rami degli alberi erano spogli di foglie quando nacque l’idea di riempire una stanza di piante, erba, terra, innumerevoli forme di vita verdeggianti assieme a dipinti e disegni sul tema del vegetale.

Era febbraio (o ancora gennaio), Simona stava seduta sul divano ed io (come di mio solito) fingevo di essere assorto su qualche pezzo di carta con la testa china sulla scrivania, allora lei ruppe il silenzio con la parola “verde”.

Verde!

In quel momento quella parola funzionava ancora meglio.

Desiderio, voce provocata dall’astinenza, voglia di primavera,

(voce suggerita senza dubbio da alberi in procinto di ribellarsi alla condizione di nudità).

Per questo motivo mi  permetto di credere che quest’impresa sia nata sotto una stella fortunata,  un idea-regalo, un’idea-desiderio – un luogo comune.

Fin da subito pensammo all’esposizione sul verde come un elogio alla natura, ma prima che alla natura alla primavera e si diede inizio alla ricerca di un titolo: Evviva la primavera, È viva la primavera, (ed altri che non ricordo più). Poi il tempo adatto ad inaugurare la primavera passò, l’impulso originario di tutta quest’avventura si sciolse nel verde delle fronde degli alberi che non curanti del nostro ritardo, esplose.

Alberi esplodono come fuochi d’artificio, una lingua verde, il verde vomito, gemme, foglie, fiori, la scorza del seme si crepa sotto la spinta del germoglio. Da 3 mesi o più coltiviamo:  riempiamo vasi, scatole di latta, vasi della marmellata e della maionese, di terra, acqua e fagioli. Produciamo talee. Ci vengono regalate piante dagli amici che conoscono il nostro progetto. Il primo maggio abbiamo acquistato tre acquari su ebay nei quali abbiamo trapiantato erbacce estirpate tra i binari dell’ex-scalo merci di Porta Romana, rinominato da noi “zona franca”.

Uno dei paesaggi in acquario (che nel nostro appartamento deperiva a causa dell’umidità e del proliferare di bruchi verdi) ora si trova nascosto tra i cespugli della “zona franca”, al di fuori del nostro controllo prosegue segretamente il suo modificarsi,   decomporsi e ricomporsi organico.

I genitori di Simona ci hanno spedito piante grasse dalla Sicilia. Estirpate con cura dal suolo, impilate una sopra l’altra dentro un pacco e spediteci via posta.

Dal sottobosco di una valle in Svizzera abbiamo portato alcune felci.

Patate germogliano, una radice di zenzero riprende ciò che aveva smesso di fare, radici e foglie crescono dentro un vasetto con dell’acqua, lo stesso fanno le patate americane.

Simona, autentico pesciolino d’argento, dedita allo studio di fenomeni ed idee si è sporcata di terra nella pratica del giardinaggio.

    e di queste cose vediamo che nessuna può prodursi senza contatto,

né il contatto, a sua volta, senza corpo …

    alle cose è necessario un seme.

Lucrezio, De Natura Rerum.

Esperienza: conoscenza diretta, acquisita con l’osservazione o la pratica, di una determinata sfera della realtà.

Simona ed io pensammo ad un dono, offrire qualcosa di piacevole – l’oggetto che si offre gratuitamente non dev’essere di difficile presa – l’esposizione sul verde è pensata come una passeggiata al parco, dentro un bosco, tra i minuti sentieri dell’orto, un esperienza sensoriale e fisica, un godimento estetico.

Idea, costruzione del paesaggio, artificio e natura, bellezza della natura, la naturalezza della crescita del vegetale, l’immobilità del dipinto finito, gli spostamenti nella ricerca artistica attorno al verde concorrono assieme, messi sullo stesso piano, non c’è distanza: T rompe-l’œil. Inizialmente pensai ad un testo composto unicamente da citazioni: parti del De Natura Rerum di Lucrezio, l’incipit di Illuminazioni di A. Rimbaud e Fauna e Flora di Francis Ponge.

Ma questo modo di procedere, per quanto dettato da un senso di umiltà di fronte alle alte vette raggiunte dall’espressione di questi autori e dalla mia incapacità di essere altrettanto stimolante alla lettura, avrebbe forse reso questo documento più volte schermato, sarebbe stato un’allontanarsi dalla nostra attività e forse un mascherare con disimpegno l’inequivocabile volontà di essere autori.

Essersi concentrati su questi autori determina un carattere importante della nostra attività e del tipo di esperienza che abbiamo fatto della natura vegetale: si è scelto il metodo poetico, la contemplazione (osservazione) come strada per raggiungere la verità. I nostri sensi privi di schermi, privi di dati, privi di lenti.

Così come la verità dell’albero si mostra nella sua immediatezza, la bellezza di ogni sua parte non avrà bisogno di un manuale per essere appresa.

Il metodo poetico è strumento ad uso d’espressione, in arte, in poesia. Il linguaggio e l’espressione propongono le proprie soluzioni, reagiscono, incitano, suscitano idee, rischiarano. Il mondo esteriore (in questo caso quello dei vegetali) si apre attraverso la spinta espressiva, l’esigenza di dire qualcosa.

I versi iniziali del poema illuminazioni  offrono un’immagine che appartiene allo sguardo della lepre. Ora vedo come la lepre, quasi una magia linguistica mi porta a credere di poter guardare il mondo come una lepre che prega. Questa preghiera si offre ad un’immagine ancora più artificiosa ed effimera, un arcobaleno visto attraverso la tela del ragno (cosparsa di goccioline d’acqua magari).

Simulacro, trompe-l’œil.

Questo ragionamento un po’ grossolano è stato il motivo per cui in seguito mi sono sdraiato su di un prato (al mattino presto quando tutto è ancora umido), con la faccia appoggiata sull’erba, e ho iniziato a disegnare ciò che vedevo, a quel punto l’erba era più in alto del mio occhio, la natura del prato si è offerta rinnovata al mio occhio.

Una maniera di vedere la natura non si trova una volta sola: lo studio della natura, del paesaggio, le attenzioni che si focalizzano sul dettaglio di un ramoscello, richiedono un continuo movimento di membra e ragionamenti.

Le pratiche del pittore sul campo dei vegetali assomigliano a quelle del coltivatore nel suo orto, li accomuna una disciplina simile dello sguardo e dei movimenti. Il passo è lento, una velocità che si adegua a quella dell’occhio che perlustra il terreno e i suoi “frutti”. Non è un osservare porzione per porzione dettagliatamente ma piuttosto uno scivolare dello sguardo sulle cose con lo scopo di cogliere quell’elemento differenziale che lo uncina – una macchia anomala, un erbaccia sgradevole, un frutto maturo, un ramoscello spezzato, una lumaca sotto una foglia di lattuga, un germoglio invaso dai pidocchi. I passi, ogni passo si fa piccolino, quasi sulla punta dei piedi nei passaggi (minuscoli sentieri) tra le varie colture, tra il prezzemolo e la fila delle piante del fagiolino, si cammina su una linea stretta ed ogni tanto c’è il pericolo di perdere l’equilibrio, calpestare i delicati germogli con gli stivali. Ci si abbassa un istante per raccogliere qualcosa, per osservare meglio, si fa un salto per evitare un giro troppo lungo. Il movimento del corpo e l’occhio vigile sono uniti in un’unica azione.

Così, anche nel bosco, girovagando per vie non battute, i movimenti del corpo e dello sguardo inseguono un adattarsi alla folta architettura della vegetazione per schivare le trappole naturali, le fosse, i rami bassi – il dettaglio di un ramoscello – dalle sporgenze acuminate che minacciano una ferita sulla faccia…

Per un’esperienza della natura è esigenza primaria, effettuare il proprio ingresso: Entrare.

Dapprima disegno attingendo dall’insieme – dopo, dissezionando, tratteggio i tronchi slanciati – delineo per ulteriore dissezione i rami che emergono dal tronco… Poi il fitto dei ramoscelli… finché anche i più esili si staglino in mezzo al folto. Occorre definire ogni singolo ramoscello. Le più minute intaccature del tronco. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

Edvard Munch, Frammenti sull’arte.

Entrare – è da illusi credere al compimento di questa unione, entrando?

 Il vegetale è distante, dissimile, estraneo, alieno. Il vegetale è qualcosa di cui non riesco ad immaginare la vita. (…)

Le loro pose, o «quadri viventi»:

istanze mute, suppliche, forte calma, trionfi.

Si dice che gli infermi, gli amputati, vedano le loro facoltà svilupparsi prodigiosamente: così è per i vegetali: la loro immobilità fa la loro perfezione, il loro cesellato, le loro belle decorazioni, i loro ricchi frutti. Nessun gesto della loro azione ha effetto al di fuori di loro stessi.

La varietà infinita dei sentimenti che il desiderio fa nascere nell’immobilità ha dato luogo all’infinita diversità delle loro forme. Un insieme di leggi complicate all’estremo, cioè a dire il più puro caso, presiede alla nascita, e al collocamento dei vegetali sulla superficie del globo.

La legge degli indeterminati determinati.

I vegetali di notte.

L’esalazione dell’acido carbonico per la funzione clorofilliana, come un sospiro di soddisfazione che durasse ore, come quando la corda più bassa degli strumenti a corde, più allentata che si può, vibra al limite della musica, del suono puro, e del silenzio. (…)

Francis Ponge, Fauna e Flora

Il verde non è il colore della natura, non è il colore del vegetale, o meglio, non è il solo. È il colore in atto, il primo della fila, il più appariscente, è il fluido della speranza in movimento (prima che si tramuti in rosso). Il verde è verde  – si definisce come l’evidenziatore, è la macchia più vivace del bosco.

Verde è la “lingua” presa in prestito dalla foglia.

Una pittura verde, interamente verde, superficie verde del dipinto, verde esteso su tutta la superficie – come sulla foglia. Monocromo verde (non si pensi al campionario dei colori!), risultato della completa confusione della geometria delle strutture vegetali, la vibrazione cromatica scioglie le forme, un completo mimetismo annulla le forme. Paesaggio cromatico, ravvicinamento massimo.

Verde!

(Mi chiedo quanti aspetti di ciò che è simulacro contiene la parola trompe-l’œil. Anche i vegetali sanno bene come trarre in inganno animali e uomini attratti da proiezioni di immagini ed odori.)

Elia Gobbi,   Simona Squadrito - Trompe l’œil,   Tile project Space,   Milano luglio 2014 - Installation view foto: Costanza Sartoris

Elia Gobbi, Simona Squadrito – Trompe l’œil, Tile project Space, Milano luglio 2014 – Installation view foto: Costanza Sartoris

Elia Gobbi,   Simona Squadrito - Trompe l’œil,   Tile project Space,   Milano luglio 2014 - Installation view foto: Costanza Sartoris

Elia Gobbi, Simona Squadrito – Trompe l’œil, Tile project Space, Milano luglio 2014 – Installation view foto: Costanza Sartoris

Elia Gobbi,   Simona Squadrito - Trompe l’œil,   Tile project Space,   Milano luglio 2014 - Installation view foto:  Costanza Sartoris

Elia Gobbi, Simona Squadrito – Trompe l’œil, Tile project Space, Milano luglio 2014 – Installation view foto: Costanza Sartoris