Glaucocamaleo,   Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

Glaucocamaleo, Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

Luca Trevisani ‘cambia giro’ e presenta l’opera cinematografica – dal nome quasi impronunciabile –  Glaucocamaleo. Avevamo già assaggiato una parte delle riprese in occasione del Milano Film Festival, nella sezione Vernixage a cura di Davide Giannella. Ora, a lavori finiti,  Glaucocamaleo è pronto per il Festival Internazionale del Film di Roma. La proiezione è prevista per sabato 9 novembre nelle sale del MAXXI.

GLAUCOCAMALEO un film di Luca Trevisani con Kary Mullis, Michele Di Stefano e Alessandro Riceci.
Selezionato al Roma Film Festival sezione CinemaXXI

? Pressbook Glaucocamaleo

Alcune domande a Luca Trevisani.

ATP:  L’acqua è al centro della tua riflessione; la storia dell’acqua nel suo mutare, ma anche – per metafore – la storia dell’uomo. C’è una relazione tra queste due cose?

L.T.: Il ciclo dell’acqua è una pompa che pulsa, è il respiro del pianeta. Spostando l’attenzione e la scala dal corpo umano a una dimensione… oceanica.. era naturale pensarlo come una metafora, o, meglio, come a uno stimolo per costruire l’ossatura di questo progetto. È il flusso delle cose, delle identità, ma anche il fatto che l’acqua celebra il logorio delle cose e delle forme, erode, spacca, cambia, come per i sassi nei ruscelli o la famosa goccia che buca la pietra. L’acqua ghiacciata preserva i cibi dall’attacco del tempo, l’abbassamento della temperatura rallenta lo scorrere del tempo. Il ghiaccio è una macchina del tempo.

ATP:  Ideare e realizzare una scultura richiede sicuramente meno tempo che la realizzazione di un film. Dal tuo lavoro passato e presente emergono due tipi di gestazioni differenti. Con Glaucocamaleo la tempistica si è dilatata a dismisura. Mi racconti come hai vissuto questa esperienza?

L.T.: Nei tempi stretti non mi trovavo a mio agio e proprio per questo ci lavoravo bene. Era una sfida, che pian piano è diventata abitudine, e quindi non più efficace. Lavorare con tempi lunghi, dover essere certo di ogni tua scelta, ponderarla, è un’altra cosa. La cosa divertente, a cui non riuscivo a rinunciare, era programmare set, movimenti, logistica, e poi far impazzire tutto con un’idea nata il secondo prima di girare. La mia velocità ora è ancora più esplosiva, perchè si inserisce e tradisce un piano più grande e lento. Sai, io sono uno di quelli che lavorerebbe sempre, sempre con le mani in pasta. Provo un piacere nel fare, nello sporcarmi le mani, che a volte è più importante della qualità di quello che stai facendo, e questo non è buono. Può finire per farti sprecare tempo, energie e materiali, senza uno straccio di piano, figlio dell’energia… che poi ti abbandona lasciandoti nelle mani una cosa da buttare. Serviva una terapia, una maturazione. Non ti nascondo che i tempi del cinema inizialmente mi pesavano molto, le attese, le preparazioni, urlavo a tutti come un isterico. Poi, piano piano, ho ascoltato questi nuovi tempi, tentando di mitigare le mie smanie. La cosa più importante, come sempre, la diciamo alla fine: il cinema è una macchina collettiva, senza Angelo Teardo, che ha seguito ogni passo del film, e senza tutto il cast tecnico e produttivo, ora non sarei qui a risponderti. Da fantasista (almeno così la vulgata vuole raccontarci) si passa a fare l’allenatore. Un allenatore che gioca nella squadra che allena può esistere?

ATP:  Glaucocamaleo è un film molto denso, pieno di cose. Ci sono attori, una voce narrante, e molte immagini potenti, quasi simboliche. Come si legano queste cose?

L.T.: Giocare con il linguaggio e con le forme mi attrae. Sono un’entità spuria in perenne ridefinizione, un ruminante, attratto da ciò che mi assomiglia, che sento simile. Glaucocamaleo si diverte a giocare con diverse forme, che declinano in modi differenti lo stresso contenuto; ama e prova a copiare Tristram Shandy di Laurence Sterne, e i pastiche in genere.  Forma e contenuto sono sempre legati, se prediligo le forme è proprio perchè sono esse stesse il contenuto. Non sono un feticista, è solo una questione di linguaggio. L’arte visiva crede nelle immagini, anche quando le nega, o le mette sotto scacco. Il significato, il senso, passa dalla forma, e spesso le forme potenti sono nel mondo prima di noi, e non ci resta che confrontarci con loro.Non avere paura di osare. Il secolo XX è stato di Duchamp, che questo non sia più il tempo del suo cinema anemico?

ATP: Mi accenni alle relazioni e allusioni al concetto di scultura presenti nel film?

L.T.: Ho fatto e faccio scultura perchè è somatica. Parla al corpo. Bisogna amare lo spazio per descriverlo tanto minuziosamente come se vi fossero molecole di mondo. Sono un secchione, ma alla fine devo parlare al tuo corpo, è l’unica cosa che sento come efficace. Il film è la scultura più completa che esiste perchè danza davanti ai tuoi occhi, ti parla, pulsa, se ci riesce ti emoziona… e poi si scioglie nel tempo e nello spazio per tornare davanti ai tuoi occhi, nei ricordi, come i sogni. Certo, mi dirai tu, anche un dipinto o un paio di scarpe possono farlo…ma lo fanno, quando lo fanno, in un modo diverso. È la natura, la pasta delle immagini in movimento che permette loro di esserci e svanire al contempo. Sono come la scultura però in meglio, perchè si tratta di schegge di tempo, che -come sai- a me piace e interessa, e qui, nei 25 fotogrammi al secondo, il tempo lo si ingloba, lo si gestisce, e lo si vive.

ATP:  Sono molti gli artisti che ultimamente si avvicinano al mondo del cinema, ognuno a suo modo. Cosa ti ha portato a fare questa scelta? Questo passo?

L.T.: I film brevi che ho realizzato negli ultimi anni mi hanno dato molta soddisfazione, e sento che molto spesso sono la via migliore per dire quello che voglio dire. Non sempre, ma molto spesso. I film hanno bisogno di tempo e di attenzione, ma mi piace l’idea che davanti a un film il giudizio è vivo, meno mediato, più intenso. Il più grande problema dell’arte contemporanea attuale è che ogni opera viene letta solamente nel paragone con opere che l’hanno preceduta: è la dittatura della storia dell’arte, che se una cosa non assomiglia a qualcosa di autorevole non esiste, o non si capisce, e quindi non esiste. Recuperiamo una lettura che si basa sulla sensibilità, e non sulla citazione nozionistica, ed eviteremo il rischio di costruire un mondo arido, dove si ha paura di uscire dal seminato, dall’esistente; dove si vive solo di note a piè pagine, in una ragnatela che ci fa sentire sicuri, preparati, ma legati come salami. Sono attratto dalle cose vive, e vivo questa attrazione anche a costo di rischiare, e di sbagliare. È così che sono arrivato al cinema.

ATP: Per la realizzazione del film ti sei ispirato allo scienziato Kary Mullis, che hai invitato a essere la voce narrante del film. Come hai scovato questo personaggio e cosa ti ha affascinato della sua persona?

L.T.: Non mi sono proprio ispirato a Kary, il film a dire il vero è nato passo passo, in questi due anni, man mano che trovavo fondi e idee per risolvere problemi e realizzare sogni. Sognavo potesse essere lui la voce narrante, volevo la voce di un ricercatore emblematicamente curioso, irrequieto, che del suo essere spericolato ne avesse fatto bandiera. Avevo letto anni fa la biografia di Kary Mullis, e quando mi sono ricordato che era un surfista, e le sue parole d’amore per l’acqua e l’oceano, ho capito che lui era la persona giusta, la tessera mancante, l’ingrediente necessario. Parlo di ingrediente volutamente, per me la voce di Kary, e il suo coinvolgimento nel progetto, è equivalente alla scelta delle location in cui abbiamo girato, o agli elementi del set, ogni cosa con il suo particolare valore permette che l’amalgama sia quello che abbiamo raggiunto.

Glaucocamaleo,   Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

Glaucocamaleo, Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani Ph. Sara Montali

Glaucocamaleo,   Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

Glaucocamaleo, Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

Glaucocamaleo,   Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

Glaucocamaleo, Luca Trevisani 2013 © Luca Trevisani

GLAUCOCAMALEO – Trailer from Spazio Production on Vimeo.