Giulia Cenci - MAI,   Tile Project Space,   Milano foto Elena Radice - Installation view

Giulia Cenci – MAI, Tile Project Space, Milano foto Elena Radice – Installation view

E’ inaugurata pochi giorni fa a Milano, da Tile Project Space, la mostra di Giulia Cenci, Mai (visibile fino al 30 gennaio 2015). “Mai si presenta come una serie di lavori scultorei dalla forma imprecisa e dalla temporalità incerta. Immaginato da Giulia Cenci come una grande stanza dalla superficie bagnata, lo spazio espositivo diventa sede di flussi discontinui le cui proprietà diventano elementi incostanti.”

Alcune domande all’artista.

ATP: Partiamo dal titolo: Mai. A cosa si riferisce questa parola dal suono così perentorio?

Giulia Cenci: Mai deve essere relazionato a qualcosa per acquisire senso, ed anche quando lo acquisisce rimane solo una suggestione, poiché oltre a riferirsi ad un passato ed un presente si riferisce ad un futuro; eppure il futuro è incerto, non sappiamo davvero che piega possa prendere… Nonostante questo ci permettiamo di usare Mai, come se avessimo la presunzione di prevedere un ipotetico futuro. “In nessun altro tempo” è qualcosa che non-esite, non è accaduta, che di fatto non-conosciamo.  Nonostante la sua perentorietà Mai rappresenta un incertezza, ed è proprio questo che mi affascina di questa parola. 

ATP: Quanto ti ha condizionato/influenzato/suggestionato lo spazio?

GC: Tile è uno spazio dalle caratteristiche decise. Nell’ultimo anno mi sono confrontata con un mio immaginario molto preciso, lo spazio di Tile contiene qualità che fanno parte di questo mio immaginario. Ciò che mi interessa è la sua capacità di mutazione, di temporaneità e quindi incompletezza. Essendo rivestito di piastrelle traslucide, la stanza di Tile sembra essere costantemente bagnata, ad ogni passo nello spazio si mostra differente ed in continuo cambiamento, di cui è quindi impossibile identificare un momento ed uno stato preciso. Questo dato mi ha suggerito una nuova serie di lavori in cui cerco di ricomporre dei contenitori per liquidi attraverso la colatura di liquidi stessi. Lascio che della resina poliestere coli su di una parte del contenitore, per poi farla asciugare e colare di nuovo sulla parte successiva, fino a riuscire ad avere una parte del contenitore ricostruito tramite queste colature. Ovviamente però, il pezzo finale diventa un oggetto ibrido, anch’esso sembra ancora bagnato in quanto la resina si è fermata in determinate posizioni ed inclinature differenti una dall’altra; racchiudendo in un solo oggetto diversi momenti di questo processo che tentano di ricostruire, in qualche modo, una forma che per sua natura un liquido non è destinato ad assumere se non in modo provvisorio.

ATP: Dammi una tua definizione di scultura.

GC: Non ho una definizione di scultura, ma ci sono due affermazioni che mi suggeriscono quello che sto cercando attraverso e nella scultura:

“Nulla deve frapporsi, fra te e le forme che assumi, quando la crosta della forma è stata distrutta.”  1

“Il formare avviene nel modo del circoscrivere, come un includere ed un escludere rispetto ad un limite.”  2

ATP: Hai concepito le sculture come se fossero portatrici di memoria o tempo. Mi racconti in cosa consiste questa nostra presenza all’interno degli oggetti?

GC: Ognuno degli oggetti scelti per queste serie di sculture ha la funzione di contenitore del corpo o dei suoi scarti. Sedute, vasche da bagno, bacinelle, e tutti in plastica. Questi oggetti ci contengono o contengono un nostro passaggio all’interno ed attraverso di essi, eppure questa presenza non è visibile non appena li svuotiamo o li abbandoniamo. Le loro superfici sono pensate per rimanere intatte il più a lungo possibile, la loro apparenza è assolutamente fredda e neutrale, impersonale. Ne esistono infinite riproduzioni, poiché sono frutto di stampi industriali, nonostante siano costruite per qualcosa di estremamente organico, mutabile e provvisorio. Le mie azioni nei loro confronti vogliono in un certo senso sconfiggere queste superfici e queste forme, portarle a degli estremi nelle loro possibilità, stravolgere e sostituire delle immagini che mi vengono imposte con la visione che io ho di esse, forse farle assomigliare di più a quello che ospitano di quanto non facciano. Quello che lascio su questi oggetti sono dei segni manuali, approcci scultorei su realtà già esistenti che in qualche modo vanno a registrare un accaduto e ad attestare una presenza. Credo che in questo si manifesti in primo luogo una forma di temporalità e presenza che è legata al processo che accompagna la lavorazione degli oggetti, i quali non sono più semplici riproduzioni mute ma testimoni di un accadere ben preciso. Così, anche il risultato può sembrare l’accelerazione del passaggio temporale su questi oggetti: in una delle due serie di lavori gli oggetti appaiono consumati, ridotti al limite della loro materialità, scavati all’interno di loro stessi, mentre nell’altra la lenta sovrapposizione di materiale va a tentare di riprodurre una parte dell’oggetto, ma questo processo è possibile solo tramite l’attesa di una parte successiva, di un successivo riempimento che in fondo non va mai a completare l’oggetto referente ma solo ad accennarlo parzialmente. Questo probabilmente è per me un terzo indice, nessuno degli oggetti riesce completo, sono tutti frazioni, rimanenze, in qualche modo momenti, sono in uno stadio provvisorio e non definitivo. In ogni caso ogni oggetto ( sia quelli formati che quelli consumati e scolpiti da readymade) non è più ciò che era precedentemente, diventa una sua rappresentazione, ed in questo quarto pensiero -che appartiene poi ad ogni gesto artistico, anche il più antico- si contiene per me un altra forma di presenza così come del suo opposto: non abbiamo più una sedia, un secchio, uno sgabello, ma la gestualità ed il volere di chi l’ha trasformato o formato; una scultura è un corpo, occupa lo spazio fisico di un corpo, ed è destinata a portare con se, fino alla sua fine, tanto la presenza di chi l’ha formata quanto la mancanza di ciò che tenta rappresentare.  “…il vasaio Butade Sicionio scoprì per primo l’arte di modellare i ritratti in argilla; ciò avveniva a Corinto ed egli dovette la sua invenzione a sua figlia, innamorata di un giovane. Poiché quest’ultimo doveva partire per l’estero, essa tratteggiò con una linea l’ombra del suo volto proiettata sul muro dal lume di una lanterna; su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto; fattolo seccare con il resto del suo vasellame lo mise a cuocere in forno” 3 . Con questo aneddoto Plinio ci dice che la rappresentazione del corpo, in scultura, arriva da un vasaio. Che il ritratto del giovane viene infornato con il resto del vasellame… Nel ritratto in argilla del giovane, così come nella sua ombra (che anzi sarebbe svanita in un istante), la ragazza non avrà mai potuto ritrovare la presenza dell’amato bensì la sua assenza, un ritratto sembra nascere proprio per colmare questa mancanza, quell’incompletezza appunto. Butade Sicionio lo cuoce con il vasellame, queste forme si assomigliano, sono contenitori… quello che li differenzia è ciò di cui verranno riempiti.

1 Mark Strand (Il monumento)

2 Martin Heidegger (L’arte e lo spazio)

3 Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXXV, 15 e 151) 

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Tile project Space

Via Garian 64, angolo viale Misurata, Milano

tileprojectspace.tumblr.com

Giulia Cenci,   Costole di seppia,   Plastica,   2014,   Plastica - MAI,   Tile Project Space,   Milano foto Elena Radice (detail)

Giulia Cenci, Costole di seppia, Plastica, 2014, Plastica – MAI, Tile Project Space, Milano foto Elena Radice (detail)

Giulia Cenci,   Ritratto perso,   Ritratto perso #2,   Ritratto perso #3,   Poliestere,   argilla,   2014,   Plastica - MAI,   Tile Project Space,   Milano - Foto Elena Radice (detail)

Giulia Cenci, Ritratto perso, Ritratto perso #2, Ritratto perso #3, Poliestere, argilla, 2014, Plastica – MAI, Tile Project Space, Milano – Foto Elena Radice (detail)

Giulia Cenci,   Almost Invisible #7,   2014,   Plastica - MAI,   Tile Project Space,   Milano foto Elena Radice

Giulia Cenci, Almost Invisible #7, 2014, Plastica – MAI, Tile Project Space, Milano foto Elena Radice

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