Gabriel Hartley,   installation view,   Courtesy Brand New Gallery,   2013,   Miano

Gabriel Hartley, installation view, Courtesy Brand New Gallery, 2013, Miano

Testi di Francesca Maria Forte

L’UOMO SEDUTO SUL MARE /   Gabriel Hartley

Da bambina, trascorrevo tutte le estati in un piccolo paese sul mare, in Italia meridionale. Il tempo passava senza fare niente, cercando sassolini colorati tra sassolini bianchi e grigi, costruendo sui dettagli del paesaggio storie irreali ma possibili, tracciando col dito nella sabbia sagome familiari, anche se astratte, riconducibili a visioni e sensazioni. Spesso, nel fare questo, mi accorgevo che il sole stava già tramontando, e la luce che ne derivava, spegnendosi, accedeva in me nuove immagini, ancor più sfocate, rarefatte, preziosissime.

L’opera di Gabriel Hartley, esposta alla Brand New Gallery di Via Farini, Milano, mi ha riportata lì, su quella spiaggia di tanti anni fa. Improvvisamente, nelle stratificazioni di colore ad olio ancora fresche, ho ritrovato i solchi delle mie dita nella sabbia – una sabbia fatta di tutti quei rari sassolini colorati che amavo cercare – una polvere iridescente che rende quasi stampa la pittura, quanto il ricordo fa con la realtà. In questi quadri c’è un’alterazione della materia non sensazionalistica, ma ipnotica, difficile da descrivere.

Ho detto “in questi quadri”: ma non in tutti. La mostra è divisa in due spazi, diversi ma complementari. La prima sala vede appunto lo splendore  del colore modellato, della polvere cangiante dalla finitura spray e, unico elemento di rottura una tela collage, minimale, graffiata, dai forti rimandi all’astrattismo dei primi del Novecento.

Nella seconda sala, invece, avviene il contrario: il colore sgargiante di un unico quadro spezza la malinconica leggerezza di dipinti quasi monocromatici, sui quali, veli stratificati, celano forme astratte ed evanescenti. In questa sala, quasi a contrapporsi  alla dissolvenza pittorica dei quadri, perfino un pò cupi, lo spazio viene completato con tavolini “imbanditi”, sui quali, al posto delle tovaglie, troviamo stampe digitali, base esclusiva alle sculture che vi poggiano sopra, non come oggetti a se, ma come emanazioni, appendici naturali dello stesso supporto.

Nell’uscire dalla galleria mi soffermo ancora qualche attimo davanti alla grande scultura  centrale (Clout): le strisce accartocciate che la compongono fanno pensare al metallo, a vecchie lamiere o auto rottamate. Ma la scultura, imponente e leggerissima, è fatta di carta; carta incollata a più strati, dipinta e immortalata in una stratificazione di vetro resina (quello che si usa per le imbarcazioni). L’esposizione alla luce solare e, (forse) anche alle intemperie, ha fatto il resto, conferendo caratteristiche sbiaditure e  sfumature cromatiche uniche.

Ed è con l’immagine di un uomo seduto su una barchetta – fatta di fasce policrome e irregolari, arenata su una spiaggia dalle sfumature cangianti e fosforescenti – che mi allontano. Pensando che, quando le dita sono quelle del tempo, i solchi nella sabbia, rimangono eterni.

Roman Liska,   Installation,   Courtesy Brand New Gallery,   2013,   Miano

Roman Liska, Installation, Courtesy Brand New Gallery, 2013, Miano

Sempre alla Brand New Gallery…  Roman Liška

“LA SOPRAVVIVENZA DEGLI ANTICHI DEI”   (J. Seznec)

“Siamo ragni, che camminano su una tela/ pavimento, fatta di  tratteggi, dentro ad un ambiente che è oggi ed è futuro, che conoscemmo e che succederà”.

Se mi chiedessero di riassumere in poche parole la personale di Roman Liska,   prima in Italia, ospitata dalla brand New Gallery, lo farei così, sapendo di escludere altre e diverse sfaccettature di questa ricca mostra, complessa nei significati, quanto minimale e “pulita” nelle opere.

Il leitmotiv dell’esposizione è il ‘dualismo’ (Gemini/ Gemelli  ne è, infatti, il titolo), e trae origine dai mitologici Castore e Polluce, i quali formano la costellazione dei Gemelli. L’artista gioca sapientemente con una duplicità che va oltre l’interpretazione astrologica, e che a volte è molteplicità, abbinabile due a due.

 In ogni parte di questo ambiente, che viene qui creato con attenzione e minuzia, la contrapposizione tra due parti è onnipresente, in particolar modo, e a mio avviso di grande interesse, per ciò che concerne la percezione temporale. Siamo spettatori contemporanei eppure riconosciamo nelle opere esposte un passato epico, con i bassorilievi bronzei, glutei che emergono dal pavimento come corpi galleggianti;  allo stesso tempo riconosciamo anche un presente di statue abbattute, di effigi di regimi dittatoriali che vengono divelte dai piedistalli, e riconosciamo perfino un futuro, alieno, primordiale, fatto di paesaggi lunari e gaiser bianchi, di terreni ribollenti fossilizzati nel mercurio.

La percezione dello scorrere del tempo e del divenire finiscono così per confondersi (ed è un bene per chiunque non ami il passare degli anni…): i rimandi archeologici diventano contemporaneità , le tele sono “calchi” del processo di creazione ma anche visione di mondi ancora sconosciuti, dalle tonalità neutre del bianco, del nero e dell’argento, senza riferimenti altri, se non il bisogno di  essere in coppia, immagine riflessa priva di corrispondenze.

A voi trovare le differenze…