Francesco Bertocco,   Allegoria - Installation view,   Viafarini DOCVA Milano

Francesco Bertocco, Allegoria – Installation view, Viafarini DOCVA Milano

Si chiuderà il 23 gennaio, con un live set di Flavio Scutti e Martino Nencioni, la bella mostra di Francesco Bertocco a cura di Simone Frangi negli spazi di Viafarini DOCVA a Milano.

Questa affascinante mostra porta per la seconda volta in via Procaccini 4 a Milano un confronto generazionale curato da Simone Frangi. Questa volta è di scena il video e gli attori sono Francesco Bertocco (1983) con il suo “Allegoria” e il maestro Alberto Grifi (1938 – 2007) con “Il preteso corpo”. Due ricerche visive lontane nel tempo e nel modo, un video HD del 2014 per Bertocco e un ready made, risalente al ritrovamento di un footage del ventennio fascista alla fiera di Senigallia, per Grifi. Francesco Bertocco ci racconta approfonditamente la mostra, il suo approccio al video e i progetti futuri.

Federica Tattoli incontra l’artista.

Federica Tattoli: La mostra in corso presso Viafarini DOCVA giustappone un tuo lavoro video – “Allegoria” – ad uno di Alberto Grifi del 1977 – “Il preteso corpo” – come nasce l’idea di accostarli? “Allegoria” è stato in qualche modo pensato in seguito ad una tua visione de “Il preteso corpo” o ha una genesi indipendente? Qual’è?

FB: In principio c’è stato “Il Preteso Corpo”. La prima volta che lo vidi ne rimasi abbastanza colpito, a un livello che però non mi fu immediatamente chiaro. Un lavoro del genere mette in campo una serie di presupposti iniziali, molto precisi, che però dentro di sé lasciano uno strato di ambiguità e mistero. Se da una parte la testimonianza agli eventi de “Il Preteso Corpo” (ben noti a tutti) è diretta e alquanto feroce, dall’altra parte siamo di fronte a un genere, quello del documentario scientifico, che si evolve, quasi a tradimento, verso la messa in scena. Quello che più mi ha colpito del lavoro di Alberto Grifi, e della sua scelta di mostralo integralmente – come un ready made appunto -, è la sua identità mutevole e scomposta, capace di generare un corpo altro, che deriva da due poli diversi: quello scientifico-didattico e quello storico. E’ come se assistessimo già a un montaggio, incredibilmente rivoluzionario, che determina un unicum. Questa sensazione di ambiguità, tale da rendere rarefatto e inquieto il suo collocamento critico, mi ha mosso verso la realizzazione di Allegoria.

Il principio di “Allegoria” si basa su alcune riflessioni sul documentario scientifico e sulla sua costituzione. “Il preteso Corpo” mi ha mostrato una re-visione delle necessità dimostrative di questo genere del documentario, su cui ho costruito le basi del mio film. Mi interessava realizzare un film, che partendo dall’immaginario scientifico, si costituisse su di un piano diverso da quello della dimostrazione o della divulgazione di un evento preciso. Con Simone Frangi, curatore della mostra, si è discusso molto sulla presenza dei film all’interno della mostra e di come entrambi, il mio nel suo essere periferico e tangente a quello di Grifi, possano costituire una visione unica, un corpo che si relaziona e s’influenza reciprocamente.

FT: La tua opera è suddivisa in tre sezioni narrative, puoi brevemente descrivermele?

FB: Allegoria ha tre momenti narrativi. La prima parte è stata girata dentro una nota casa farmaceutica. In questo luogo, dall’identità definita e marcata della corporation, è ambientata la narrazione della prima parte. Qui, una voce narrante riferisce la storia in versi di un corpo che nasce in questo luogo, si sviluppa, acquisisce il linguaggio, la capacità di relazionarsi alle altre cose e agli altri, fino a raggiungere uno stadio di completezza, che lo fa trascendere.  Nella parte successiva, quella centrale, si assiste alle riprese di una seduta di Psicodramma, in cui un gruppo di persone mette in scena momenti della propria vita, attraverso la teatralizzazione del sé. Il corpo diventa così un corpo mentale che si proietta all’esterno della propria coscienza. L’ultima parte è ambientata in un laboratorio di robotica, nel quale sono studiati i robot umanoidi. Nell’immaginario fantascientifico il corpo umanoide è sempre stato indipendente e in grado di autogovernarsi (ad esempio in “Metropolis” di Fritz Lang), nella realtà scientifica, invece, la sua esistenza è sempre correlata e dipendente all’uomo. Il corpo artificiale è quindi un corpo che non riesce ad uscire da se stesso, bloccato in un limbo da cui non è ancora in grado di liberarsi.

Alberto Grifi,   Il preteso corpo 1977 Still .

Alberto Grifi, Il preteso corpo 1977 Still .

FT: Da dove parte la tua fascinazione per il mondo scientifico, tecnologico e della psichiatria?

FB: I primi lavori che ho realizzato avevano come terreno di indagine le registrazioni di sedute di psicologia, ciò che mi interessava era utilizzare questi materiali, nati da una precisa necessità scientifica, per isolarne un linguaggio filmico specifico. Questi tentativi, che poi ho portato avanti in secondo progetto sulla rappresentazione della psicologia attraverso la mise-en-scène, avevano l’intento di dirottare l’immaginario scientifico, in quel caso della psicoterapia, verso modelli esteticamente autonomi. Sono sempre stato interessato ai passaggi di campo, interferendo continuamente da una visione all’altra, da un sistema ad un altro.

FT: L’allestimento delle due opere è molto potente e disorientante, due schermi accanto l’uno all’altro con i lavori che girano in loop, questo costringe lo spettatore a sdoppiarsi, la visione a volte si fonde altre si distacca, sei soddisfatto dell’effetto, quali sorprese ti ha riservato?

FB: Il display, come in tutti miei lavori video, è parte integrante dell’opera. In questo caso, ho voluto che entrambi i lavori venissero mostrati in una visione senza gerarchie, frontale, all’interno di un’unica installazione. La visione duplice, all’inizio disorientante, in realtà mi ha permesso di vedere come il mio film e quello di Grifi dialoghino da un punto di vista della ricezione, più di quanto immaginassi. Ci sono ovviamente dei riferimenti comuni, come il cartelli, gli ambienti, che guidano lo spettatore a un tema comune, però mi ha sorpreso come siano le diversità a legarsi profondamente in un’unico sguardo. Mi piace pensare che siano come in un’immagine stereoscopica, dove entrambi film si fondono in un’unica immagine, quasi tridimensionale.

FT: Corpo in crescita, mentale e artificiale. Pensi che queste tre “fasi” del corpo saranno ancora oggetto di indagine da parte tua?

FB: Questo lavoro mi ha aperto verso una direzione su cui vorrei lavorare ancora. Non so se direttamente intorno a queste tre forme di percezione del corpo, che erano molto legate a questo specifico lavoro. Sicuramente l’estetica della corporativa mi ha molto affascinato, quel corpo che si fonde con l’architettura, ne diventa parte, dal totale al particolare. Quello sì, mi piacerebbe rimetterlo di nuovo in circolo.

FT: Se ti fossi imbattuto tu nel ritrovamento del materiale de “Il preteso corpo”, come l’avresti trattato?

FB: Se ci dovessi pensare bene, credo che lo avrei lasciato lì dov’era! Quel materiale aveva bisogno di un grande autore, di una precisa epoca, che lo rappresentasse, che lo trasformasse. A volte i materiali si fanno trovare da soli…

FT: Ti è mai accaduto di lavorare su immagini/pellicole d’archivio?

FB: Ho iniziato a ragionare sul film in maniera più consapevole, partendo dal found footage. Uno dei miei primi lavori parte proprio da un archivio di filmati di sedute di psicoterapia famigliare. Ho passato diversi mesi a studiarlo, prima di iniziare a farci qualcosa. In quel caso, il materiale si è fatto letteralmente trovare, si è legato a un momento preciso della mia vita passata, quasi all’improvviso. Ho capito che quello era un punto di partenza.

FT: So che per il finissage ci sarà un live set di Flavio Scutti e Martino Nencioni che hanno composto le musiche del tuo film. Com’è nata la tua collaborazione con loro e come avete interagito per quest’opera?

FB: Martino Nencioni e Flavio Scutti sono due musicisti/artisti che rispetto molto. Nel caso di “Allegoria”, il loro lavoro è stato davvero imprescindibile. Con Flavio avevo già collaborato per il mio film precedente, Onde. Hanno fatto reagire il piano sonoro del film in un modo inaspettato, costruendo una parte importantissima del lavoro. Martino si è occupato della sonorizzazione finale, scrivendo le musiche che seguono la terza parte. Flavio, invece, ha lavorato sul suono della prima parte, disegnando le singole fasi dello sviluppo del corpo allegorico. Per il finissagge organizzeremo un concerto, in cui sia Flavio che Martino sonorizzeranno Il Preteso Corpo di Alberto Grifi.

FT: Se si può dire, su cosa stai lavorando adesso?

FB: Ora sto lavorando a una serie fotografica sui laboratori di ricerca italiani. In questo periodo mi sto concentrando molto sulla fotografia, che sta diventando sempre più centrale nel mio lavoro. Poi sto scrivendo un nuovo film, in cui il testo avrà una parte fondamentale, probabilmente ancora di più delle immagini. Ma è ancora presto. 

Intervista di Federica Tattoli

Francesco Bertocco ALLEGORIA - 2014,   Still

Francesco Bertocco ALLEGORIA – 2014, Still

Francesco Bertocco ALLEGORIA - 2014,   Still

Francesco Bertocco ALLEGORIA – 2014, Still

Francesco Bertocco ALLEGORIA - 2014,   Still

Francesco Bertocco ALLEGORIA – 2014, Still