6 domande fondamentali per scoprire un progetto molto interessate:

1: Chi?

L’artista Claudio Rocchetti e Eventi-Arte-Venezia curano un progetto molto speciale: ‘Il giardino promesso – Appunti per una botanica manzoniana’. Partecipano al progetto  Claudio Rocchetti, Ottaven,  Enrico Malatesta, Attila Faravelli & Matija Schellander, Kam Hassah

2: Dove?

Nel cuore del parco di Forte Marghera.

3: Quando?

A partire da venerdì 3 maggio alle 18.00  il progetto inizierà con il primo di quattro appuntamenti.  Inizia Claudio Rocchetti, seguiranno Ottaven (17 maggio), Enrico Malatesta, Attila Faravelli & Matija Schellander (24 maggio) e si concluderà con Kam Hassah il 31 maggio.

4: Cosa?

Un giardino-installazione che sarà la sede dove si realizzeranno i 4 live set nel periodo di maggio, aventi come obbiettivo indagare la letteratura e la ricerca sonora contemporanea attraverso il rapporto con il paesaggio, sulla scia dei lavori di John Cage “Water Walk” in cui il suono è messo in relazione con la botanica.

5: Perché?

Il progetto è nasce da un’idea di Claudio Rocchetti. Prende forma da una suggestione nata leggendo il XXXIII capitolo del romanzo “I Promessi Sposi”, in cui l’autore descrive con dovizia di particolari un giardino abbandonato. L’obiettivo del progetto è quello di ricreare il giardino descritto da Manzoni (comprendente al suo interno sia piante da frutto che piante erbacee) racchiuso in un area recintata al centro di un prato del Parco di Forte Marghera, sede naturale per una iniziativa di questo tipo, sia perché è una delle poche architetture ottocentesche presenti in quest’area, sia perché è uno dei luoghi più particolari e attualmente al centro dell’attenzione pubblica nell’area di Mestre-Venezia.

L’aspetto letterario viene calato nella realtà e attraverso un’analisi filologica pertinente vengono ricreati tutti quegli elementi che compongono il testo. Il giardino è un luogo di incontro tra passato e presente in cui è possibile scorgere le tracce di una vita e di una storia universale, come nel Romanzo “I Promessi Sposi”.?Scegliendo delle piante come materia per creare una scultura-installazione che sarà poi sede di un ciclo di eventi sonori, ci si muove con due elementi difficilmente controllabili e mai completamente gestibili. Ci si affida ad un cambiamento e ad un caso che non dipende dalle strette volontà del creativo; si lavorerà con materiali soggetti a variazioni improvvise e dipendenti da regole ben più universali, per cui il compito che è richiesto agli organizzatori e agli artisti partecipanti al progetto assomiglia molto a quello paziente e costante di un giardiniere.

6: Come?

Con il Giardino Promesso vogliamo far passare il messaggio che un certo paesaggio deve essere lasciato libero, anche di crescere incontrollato, in balia dell’incuria e del tempo, piuttosto che subire l’intervento dell’uomo anche quando lo fa per tutelarlo.

In questo senso, l’improvvisazione sonora, il noise, i microsuoni e tutto ciò che si spinge verso il “limite” è pensato per coordinarsi con la botanica e la spontaneità della vita vegetale. Questa dialettica è Il punto centrale: la relazione che si sviluppa tra abbandono e memoria in questo luogo, Forte Marghera, che purtroppo versa in una situazione di semi-abbandono da molti anni. Negli ultimi 5-6 anni, alcuni spazi sono stati recuperati grazie esclusivamente al lavoro di una cooperativa sociale e di alcune associazioni culturali come la nostra, che attraverso dei progetti di residenzialità artistica sono riuscite a far conoscere questa realtà e le sue contraddizioni. Una frase che ci ha ispirato molto è questa:  “perché i pratini ben tosati sono una specie di deserto che non insegna niente, simbolo del  moderno deserto interiore, il quale più o meno somiglia a una moquette.” (Ermanno Cavazzoni).

Parco - Forte Marghera

Parco – Forte Marghera

XXXIII capitolo del romanzo “I Promessi sposi” di Alessandro Manzoni:
“Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi insomma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi e porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle loro foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli; là una zucca selvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avvitacchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravano giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendono l’uno con l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone.”
Il giardino promesso acetosella,   tasso,   barbasso,    cardo e  felce - Il Giardino Promesso,   Forte Marghera 2013

Il giardino promesso acetosella, tasso, barbasso, cardo e felce – Il Giardino Promesso, Forte Marghera 2013