Mark Manders

Mark Manders

EXPO 1: New York

Esposizione universale o mostra internazionale, ‘expo’ mi suggerisce tante cose, forse troppe. La grande mostra collettiva che si sviluppa sui 3 piani del MoMA PS1 , ha l’ambizioso presupposto di raccogliere una lunda e ampia riflessione collettiva sul tema dell’ecologia e sul futuro che ci aspetta. La mostra, dal titolo decisamente più accattivante ‘Dark Optimism’, è solo una parte di un più ampio progetto che prevede interventi pubblici, conferenze, proiezioni video, workshop, mostre ecc.

Tra i tanti progetti in divenire, ha preso avvio (durerà fino a luglio) una vera e propria scuola organizzata dalla rivista e  collettivo editoriale Triple Canopy: ha per titolo Speculations (“The future is_______________”) e durarà 50 giorno durante i quali ci saranno discussioni, lezioni, dibattiti sul tema del futuro fatti da artisti, scienziati, economisti, scrittori accademici e attivisti. Sempre in questi giorni è stata anche lanciato un bando per la raccolta di idee da proporre per la salvaguardia delle comunità che abitano nelle coste minacciate dalle conseguenze del cambiamento di clima. Ovvio che una iniziativa di questo tipo, dopo eventi catastrofici come l’uragano Sandy, è una risposta positiva oltre che una iniziativa concreta. All’appello, dunque, idee di architetti, ingegneri, design per la costruzione di alloggi, case, spazi urbani, soluzioni per il lungo mare ecc. Simbolicamente è stato costuita VW Dome 2, un centro culturale temporaneo a Rockaway Beach.

 Olafur Eliasson. Your waste of time. 2013. Installation view of EXPO 1: New York at MoMA PS1. Photo: Matthew Septimus.

Olafur Eliasson. Your waste of time. 2013. Installation view of EXPO 1: New York at MoMA PS1. Photo: Matthew Septimus.

Piano piano si svela il motivo di un titolo altisonante.  ‘EXPO 1: New York’ vuole raccoglie tanti e diversi progetti differenti sotto uno stesso macro concetto che è, appunto, tanti possibili immaginari del futuro prossimo. Oltre alla mostra principale ruotano attorno tanti ‘solo’ show . C’è quella dedicata a Olufur Eliasson che presenta ‘Your waste of time’ (2006) che consiste in grandi blocchi di ghiaccio prelevati da un ghiacciaio dell’Islanda e installati in una stanza tenuta al temperature sotto lo zero. Fa impressione pensare che quello che sto vedendo potrebbe essere del ghiaccio che si è formato oltre 800 anni fa. Il ghiacciaio da dove sono stati prelevati, il Vatnajökull, si è formato attorno al 1200 DC ed è uno dei più grandi d’Europa. 

Altra mostra legata ai temi del paesaggio e della natura, è quella che raccoglie  50 bellissime fotografie di Ansel Adams, nella mostra  ‘The politics of contemplation’. La roccolta è presentata come un progetto del grande fotografo che ha tentato di catturare “la coscienza cosmica” di una famosa vallata, la Yosemite Valley, situata nella parte occidentale della Sierra Nevada (la catena montuosa della California). Montagne, fiumi, geyser, sorgenti, ruscelli e cascate sono state immortalate da Adams come luoghi paradisiaci dalla bellezza mozzafiato.

Ansel Adams. Lower Yosemite Fall,   Yosemite National Park,   California. c. 1946. Gelatin silver print,   printed 1960,   9 9/16 x 7 5/8? (24.4 x 19.4 cm). The Museum of Modern Art,   New York. Gift of David H. McAlpin © 2013 The Ansel Adams Publishing Rights Trust.

Ansel Adams. Lower Yosemite Fall, Yosemite National Park, California. c. 1946. Gelatin silver print, printed 1960, 9 9/16 x 7 5/8? (24.4 x 19.4 cm). The Museum of Modern Art, New York. Gift of David H. McAlpin © 2013 The Ansel Adams Publishing Rights Trust.

Collettiva dentro ad una collettiva: ProBio, mostra curata dall’artista e curatore Josh Kline che ha invitato una serie di giovani artisti, quasi tutti emergenti e con sede a NY: Alisa Baremboym, Antoine Catala, Dina Chang, Ian Cheng, DIS Magazine, Josh Kline, Ajay Kurian, Tabor Robak, Carissa Rodriguez, Georgia Sagri e Shanzhai Biennial. Il tema della mostra esplora l’ottimismo ‘nero’ in relazione al corpo umano e alle tecnologie. Che impatto puo’ avere la tecnologia sul corpo umano? Può la tecnologia abbattere il costrutto darviniano sulla conservazione della specie? Bellezza, perfezione e tecnologia… queste e molti altri i temi affrontati. Durante l’opening ho assistito alla performance di  Georgia Sagri (musica elettronica registrata dalla stessa artista mentre compiva dei gesti ripetitivi e meccanici in mezzo ad un giardinetto artificiale… non male); ricordo una piattaforma piena d’acqua zampillante e della sabbia su cui è stato collocato uno schermo piatto con forme antropomorfe che scorrevano accanto ad un dildo vibrante ecc; ricordo strane sculture corporee di plastica… delle piccole sculture a forma di diamante di colore rosa coperte di peli… una stanza con tante tele bianche e musica tecno ad altissimo volume. Molta confusione e opere un po’ ingenue.

Per quanto riguarda, invece, la main exhibition, Dark Optimism, la scelta degli artisti è molto buona, così come le opere. Il tema della mostra non ruota torna agli stretti concetti di ecologia, natura e riciclo, bensì vuole farsi riflessione sul prossimo futuro dominato sì da incertezze politiche, sociali, economiche, finanziarie ecc. ma anche propenso verso uno sviluppo tecnologico senza precedente. Ecco allora la sensatezza del titolo, ‘ottimismo nero’: un ossimoro che indica, appunto vedere il mondo nero, ma anche profondo e penetrante le cose per il loro verso migliore. Se il chiarore è oggettività e l’oscurità è ambigua, ben vengano allora speculazioni tra le più oscure sul prossimo futuro. Interpretabili, confondibili e continuamente fonte di interrogazione.

In mostre le opere di ben 35 artisti, tra cui Pierre Huyghe, Dan Attoe, Jacob Kassay, Zoe Leonard, Klara Liden, Mark Manders, Pawe? Althamer, DAS INSTITUT (Kerstin Bratsch e Adele Roder) e UNITED BROTHERS (Ei Arakawa e Tomoo), Peter Buggenhout, Mircea Cantor, Mark Dion, Latifa Echakhch, Mitch Epstein, Joao Maria Gusmao e Pedro Paiva, Gordon Matta-Clark, Steve McQueen, John Miller, Charles Ray, Pipilotti Rist, Ugo Rondinone, Pamela Rosenkranz, Katharina Sieverding, Mikhael Subotzky, Andra Ursuta

Ricordo con particolare attenzione la stanza che sapeva di essenze di pino di Rondinone (una parete ricoperta di legno argentato e una finestra con delle gelatine azzurre sui vetri); quella di Jacob Kassay che ha esposto una serie di piccoli quadri argentati che, spostandosi di poco, riflettevano una diversa luce; le grandi sculture di ‘polvere’ di Peter Buggenhout; i tre quadri di un artista che apprezzo molto, Dan Attoe; la grande scultura nera di Mark Manders; la statua  della libertà turbinante nel video di Steve McQueen; l’acquario di Pierre Huyghe ecc.

Tra video, sculture, installazioni, piccoli o grandi quadri, una surreale piscina interna, con tanto di cascata e piante di Meg Webster. L’artista la realizzato uno strano connubbio tra architettura, spazio e natura. Il laghetto artificiale, installato nella sala interrata che si vede dall’entrata del museo, è veramente enorme. Suscita meraviglia per la grandezza, per il movimento di grandi masse d’acque, per i piccoli pesci che sguazzano ogni tanto, per le piante, vicino a grossi tubi, pompe d’acqua e fili elettrici. Una natura artificiale quasi addomesticata dentro ad un museo.

Meg Webster. Pool. 1998/2013. Installation view of EXPO 1: New York at MoMA PS1. Photo: Matthew Septimus.

Meg Webster. Pool. 1998/2013. Installation view of EXPO 1: New York at MoMA PS1. Photo: Matthew Septimus.

L’apice di Expo viene raggiunto al terzo piano con  “La inocencia de los Animales” dell’artista argentino Adrian Villar Rojas. La grande installazione occupa per tutta la sua interezza una grande sala e ha la forma simile ad un anfiteatro dell’antichità. L’opera si sviluppa anche nella stanza adiacenze, trasformandosi in una caverna o, in ciò che rimane di un imponente edificio crollato dopo un devastante terremoto. Tanto è illuminata la prima sala con la gradinata, quanto è buia e inquietante questa seconda sala. Tutto è costruito con grandi gettate di argilla e cemento, tanto che tutti i componenti della struttura sebrano ricoperti di una strana pelle invecchiata e piena di piccole fessure. L’effetto è quello di trovarsi una realtà parallela spostata avanti o indietro nel tempo dove una grottesca archeologia futurista altro non aspettava che essere scoperta e installata in un museo. Mentre cammino su e giù per la gradinata, mi viene in mente il Pergamon Museum di Berlino: stessa imponenza e forza.

Di quest’opera, l’artista ha detto: Parlando del suo lavoro, Villar Rojas dice: “Quello che volevo fare era lavorare come se non fossi un umano. Come se la specie umana non esistesse più.  Per quanto ne sappiamo, per oltre 6.000 anni luce attorno a noi, i soli esseri che producono simboli, che pensano – tra tutti i pianeti e nell’universo – sono quelli umani. Quando gli esseri umani scompariranno dalla faccia della terra, allora non ci sarà più arte. Che cosa si potrebbe fare in questi ultimi momenti? L’arte a cosa sarebbe simile? “

Adrián Villar Rojas. La inocencia de los animales. 2013.

Adrián Villar Rojas. La inocencia de los animales. 2013.

Adrián Villar Rojas. La inocencia de los animales. 2013. Courtesy the artist and Marian Goodman,   New York. Installation view of EXPO 1: New York at MoMA PS1. Photo: Matthew Septimus.

Adrián Villar Rojas. La inocencia de los animales. 2013. Courtesy the artist and Marian Goodman, New York. Installation view of EXPO 1: New York at MoMA PS1. Photo: Matthew Septimus.

 

Il concetto di EXPO 1: New York è stato sviluppato da direttore del MoMA PS1  Klaus Biesenbach con Hans Ulrich Obrist e un gruppo di altri curatori che includono Peter Eleey, Paola Antonelli, Pedro Gadanho, Laura Hoptman, Roxana Marcoci e Jenny Schlenzka.