Installation view at the South London Gallery,   2014,   Photos by Andy Keate.

Installation view at the South London Gallery, 2014, Photos by Andy Keate.

(English version below)

Dal 26 Giugno al 14 Settembre la South London Gallery ha presentato Last Seen Entering The Biltmore, mostra collettiva curata da Anna Gritz con lavori di Richard Artschwager, Barbara Bloom, Guy de Cointet, Richard Healy,  Nan Hoover,  Allison Katz, William Leavitt, Darius Mikšys e Ola Vasiljeva.

ATPdiary – in collaborazione con Rebecca Gremmo – ha fatto qualche domanda ad Anna Gritz.

ATP: Il titolo della mostra, Last Seen Entering the Biltmore, è mutuato da un’antologia di storie e opere teatrali di Gary Indiana. Il riferimento specifico è  all’omicidio di Elizabeth Short, oggi nota come Black Dhalia. Storia ed opere di Gary Short dunque. Perchè e come fanno da sfondo alla mostra?

Anna Gritz: Leggo Gary Indiana da molti anni, e le sue opere hanno influenzato in passato, in maniera meno esplicita, alcuni dei miei progetti.  Nel caso di Last Seen Entering the Biltmore, sono stata attirata dall’opera di Indiana per vari motivi, le opere teatrali  innanzitutto, oltre all’abitudine dell’autore e del suo gruppo di mettere su spettacoli improvvisati, in maniera quasi informale, sfumando i confini tra il palcoscenico e il dietro le quinte. Anche il modo in cui opere come Alligator Girls Go to College (1979), The Roman Polanski Story (1981) hanno offerto, in qualche modo, un teatro per la comunità artistica underground di New York, capitanata da Indiana.  E poi c’era il titolo. Anche senza render noto il riferimento alla storia della Black Dhalia, il titolo ha un certo suono teatrale. Parla dell’evanescenza del varcare una soglia; il Biltmore evoca un senso di artificio e di vecchia Hollywood. Effetto senza dubbio amplificato dalla consapevolezza della connessione tra il titolo e la storia di Elisabeth Short e il suo destino come Black Dhalia. Mi piace che il titolo accentui un’oscurità che riconosco in molte opere nella mostra. La vedo come l’ispirazione per Etant Donne di Duchamp, secondo me la massima messa in scena artistica.

ATP: La mostra include nuove commissioni e opere create nell’arco di tre decadi, realizzate con diversi media. Come hai selezionato gli artisti, e che ruolo hanno avuto nella realizzazione della mostra?

AG: Come per la maggior parte dei miei progetti, il processo di selezione degli artisti per questa mostra ha avuto uno sviluppo organico, alimentato da molteplici conversazioni con colleghi e artisti, e alla fine basato su decisioni istintive. Da molto tempo volevo lavorare con alcuni degli artisti, mentre altri sono scoperte piu recenti. Nel complesso, gli artisti sono stati estremamente coinvolti nel risultato finale della mostra. Alcune opere sono state i pilastri attorno a cui il resto ha preso forma, mentre altre si sono sviluppate in parallelo.

ATP: Le opere nella mostra trasmettono nozioni di artificio, non tramite ‘illusione’, ma confrontando il pubblico con ‘soglie’ che mediano l’esperienza – in maniera non dissimile a un monitor, o un sipario. In che modo TV, cinema e teatro hanno influenzato la mostra?

AG: Mi piace pensare alla mostra in termini del classico tropo dei film horror, in cui il protagonista viene trascinato attraverso lo schermo ed entra nel mondo oltre lo schermo e, voltandosi,   guarda il cinema o il salotto in cui si trovava pochi secondi prima. Più che uno spostamento fisico, si tratta di un cambio di prospettiva.

ATP: Uno dei temi principali della mostra é l’esplorazione dell’idea di ‘backstage’, del ‘dietro le quinte’, e dell’ ‘arte del teatro’. Partendo da questo tema, mi puoi parlare di come hai strutturato l’allestimento?

AG: Il teatro ha certamente svolto un’influenza importante sull’allestimento, ma in una maniera meno ovvia di quanto ci si possa aspettare. Sin dall’inizio sapevo che volevo evitare le classiche caratteristiche del teatro, come il sipario rosso e il palco rialzato. Invece, volevo concentrarmi sui punti di vista; per me era molto importante che la mostra fosse leggibile sia dall’entrata, sia dal fondo dello spazio espositivo.

Ho tenuto a mente le due prospettive che si hanno del centro del palcoscenico: una, quella tradizionale della veduta dal pubblico; l’altra, quella da dietro le quinte.  Quest’ultima é una prospettiva in un certo qual modo compromessa, ma  che allo stesso tempo offre una vista privilegiata su ciò che ha reso possibile la produzione teatrale.  Mi piaceva l’idea che le opere mostrassero il ‘retro’ al pubblico, ed è il motivo per cui nelle vedute della mostra, molte opere appaiono dietro alle altre, o bisogna guardarci attraverso, o ancora spostarsi intorno a un’opera per vederne un’altra. Questa sovrapposizione di prospettive e punti d’accesso era essenziale per offrire al pubblico l’esperienza della mostra che volevo ottenere. In più, mi piace che l’opera di Guy the Cointet risuoni in tutto lo spazio, credo che accentui l’atmosfera di performance anche in assenza di attori o performer.

ATP: Che progetti hai in programma per il futuro?

AG: Al momento, sono in un viaggio di ricerca in Messico e Brasile, supportato dal Goethe Institut, e sono stata molto fortunata perché mi sono imbattuta in opere fantastiche. Incrociando le dita, da qui si svilupperanno nuovi progetti e collaborazioni.

southlondongallery.org

Installation view at the South London Gallery,   2014,   Photos by Andy Keate.

Installation view at the South London Gallery, 2014, Photos by Andy Keate.

From June 26th to September 14th the South London Gallery showed Last Seen Entering The Biltmore, a group show curated by Anna Gritz with artworks by Richard Artschwager, Barbara Bloom, Guy de Cointet, Richard Healy,  Nan Hoover,  Allison Katz, William Leavitt, Darius Mikšys and Ola Vasiljeva.

ATPdiary – in collaboration with Rebecca GRemmo – asked some questions to Anna Gritz.

ATP: Anna Gritz: The title,  Last Seen Entering the Biltmore, is taken from a collection of stories and plays by Gary Indiana and refers to the events surrounding the murder of Elizabeth Short, who later became known as the Black Dahlia. How does this story, and Gary Indiana’s writings, create a back-drop for the works in the exhibition?

Anna Gritz: I have been reading the writings of Gary Indiana for many years and I think they have played into a couple of my previous projects in less obvious ways. In the case of Last Seen… it was a mixture of things that attracted me to the writing. There were the play, s and the habit of Indiana and his crew to put on plays in a more impromptu, maybe informal manner, that blurred the divisions between on and off stage. Plays such as Alligator Girls Go to College (1979) and The Roman Polanski Story (1981, ) and others that offered a sort of community theatre for New York’s underground art scene spearheaded by Indiana. And there was the title itself. The title has, even if one is unaware of its suggestion of the story of the Black Dahlia, a theatrical ring to it. It talks of disappearance of crossing thresholds; the Biltmore invokes a sense of artifice and old Hollywood. Knowing the link to the story of Elisabeth Short and her fate as the Black Dahlia only heightens this of course. I like that the title accentuates a darkness that I see lingering in many of the works in the show. I see it as an inspiration for Duchamp’s Etant Donne for me one of the ultimate artistic stage acts.

ATP: The exhibition includes new commissions and existing works created over three decades and in a variety of media. How did you select the participating artists? To what extent were the artists involved in the outcome of the exhibition?

AG: As with most of my projects the selection process of the participating artists was also in this case an organic development, fueled by many conversations with colleagues and artists and in the end based on gut decisions. Some of the artists I have wanted to work with for many years, others were more recent discoveries. All in all the artists were hugely involved in final outcome of the show. Some of the works were fixtures around which the rest took shape, while others developed and formed alongside it.

ATP: The works in the exhibition convey notions of artifice, but rather than doing so through ‘illusion’ they produce artifice by presenting the audience with thresholds through which experience is mediated – not unlike a monitor, or theatre curtain. To what extent was the exhibition informed by TV, film and theatre?

AG: I like to think of the show in terms of the classis trope of horror films, in which the protagonist enters or is dragged through the cinema screen or TV monitor into the world behind the screen, looking back at the cinema or livening room that he or she had occupied just seconds before. It is not a change of physical space, much more a change of perspective.

ATP: One of the overriding themes of the exhibition is the exploration of the notion of ‘backstage’ and ‘the art of the theatre’. With this in mind, I am interested in knowing more about the selection and installation process. How did you stage the exhibition layout?

AG: The theatre was of course a major influence for the installation of the show, however maybe in a less obvious way than might assume. It was clear to me early on that I wanted to avoid the classic tropes of the theatre such as the red curtain and the raised stage, instead I wanted to focus on perspectives and it was important that the show is legible both form the back and from the front of the space. I had in mind the two perspectives that one has on the center-stage, one the traditional view from the audience, the other the view from the backstage, a perspective that is in some ways compromised but that simultaneously allows a privileged outlook onto what made the production possible. I liked the idea that the works in the show revealed their back to the audience, therefore you will find that a lot of the works can be seen looming in the background of others. Often one has to peek through or around a work to see another. This layering of perspectives and access points was essential to the way that I wanted the exhibition to be encountered by the audience. Also sonically, I like that the Guy the Cointet piece can be heard in the entire show, that it heightens the atmosphere of performance in the space without the physical presence of performers or actors.

ATP: What projects are in the pipeline for you?

AG: I am currently on a research trip to Mexico and Brasil supported by the Goethe Institut and I was lucky to come across some fantastic works. Fingers crossed some projects and collaborations will come off this.

southlondongallery.org

Installation view at the South London Gallery,   2014,   Photos by Andy Keate.

Installation view at the South London Gallery, 2014, Photos by Andy Keate.

Ola Vasiljeva,   Jargot,   2014,   installation view at Art in General,   New York,   mixed media ,   Photos by Andy Keate

Ola Vasiljeva, Jargot, 2014, installation view at Art in General, New York, mixed media , Photos by Andy Keate

Nan Hoover,   Color Pieces,   1980,   detail of still from video,   colour,   silent. Courtesy of Electronic Arts Intermix (EAI),   New York,   Photos by Andy Keate.

Nan Hoover, Color Pieces, 1980, detail of still from video, colour, silent. Courtesy of Electronic Arts Intermix (EAI), New York, Photos by Andy Keate.