Installation view,   Frosted and Defrosted,   44 Albion,   London,   2014

Installation view, Frosted and Defrosted, 44 Albion, London, 2014

(English version below)

Conclusasi ieri, Frosted and Defrosted è una mostra collettiva che unisce il lavoro di sei giovani artisti a 44 Albion Projects, un project space temporaneo finanziato dal Southwark Council.

ATPdiary, in collaborazione con Marta Ravasi, ha posto alcune domande alla curatrice della mostra,   Taylor Le Melle. 

ATP: Potresti spiegarci l’intento di questa mostra, partendo dal titolo che hai scelto?

Taylor Le Melle: Il titolo è stato preso da una conversazione tra due degli artisti inclusi nello show Milda Lembertaité and Amelia Prazak, duo unito sotto l’appellativo “Sisters from Another Mister”. È stato durante una recente residenza che Milda ha iniziato ad usare con Amelia la frase: ”I feel so frosted and defrosted” sentendosi stanca dopo una lunga giornata. Milda mi ha poi riferito questa frase durante una nostra conversazione sul linguaggio e sulla sua malleabilità (per esempio in questo caso la descrizione di un processo fisico diventa metafora di fatica). Durante l’organizzazione della mostra la frase mi è rimasta in mente per altre ragioni. Ho iniziato a interessarmi al fatto che congelando e scongelando un elemento questo rimane simile, ma non è mai esattamente lo stesso a prima aver attraversato questo processo chimico. La mostra riguarda questo – oggetti che esistono nella nostra vita quotidiana e cosa gli accade una volta rimossi dal loro spazio originale e modificata la loro funzione. In questo senso, il linguaggio è rientrato in discussione – Ho cominciato a pensarlo come oggetto la cui funzione può essere manipolata partendo dal suo contesto.

ATP: Intendi dire che Frosted e Defrosted descrive uno spostamento, una trasformazione di materiale che transita dall’essere un oggetto del mondo al divenire oggetto creativo senza cambiare il proprio aspetto…

TLM: Si, la mostra riguarda questo e come questo processo permetta a dei vecchi oggetti di riacquisire un nuovo significato, come nell’opera Bocadillo, di Benito Mayor Vallejo. Benito che precedentemente ha lavorato utilizzando oggetti trovati in questo caso ha creato tutti gli elementi dell’installazione: il quadro, il bronzo e le pagnotte. Quello che credo sia interessante in quest’opera è come l’artista sconvolga la gerarchia quotidiana degli oggetti che sono nelle nostre vite – un quadro è normalmente percepito come ”arte alta”, mentre il pane come “basso artigianato” o “quotidiano”. In quest’opera pittura a olio e calco di bronzo – storicamente entrambi usati per celebrare eventi importanti e persone – sono trattati come oggetti trovati. Il pane, alimento basilare, è proposto invece come arte. A mio parere questo si riferisce all’interesse di Benito, formatosi come pittore classico, nel mettere in discussione il valore stesso della pittura.

In Diamond Mami with the Slanted Eyes, Zadie Xa usa oggetti e configurazioni che sono alla mente già conosciuti così da poter sottolineare alcune costruzioni sociali che informano il modo in cui percepiamo le “altre” culture, e lo fa in modo simile ad alcuni artisti che hanno complicato il concetto di ciò che è considerato autenticamente Africano (Yinka Shonibare, Chris Ofili), Penso che Zadie in quest’opera stia interrogando gli stereotipi asiatici ma anche ponendo domande riguardo l’autenticità – qual è la sua così chiamata “rivendicazione” su un cappellino da lavoratore in risaia cinese dal suo punto di vista di Coreana Canadese? E può rivendicare gli stereotipi asiatici attraverso la diretta rappresentazione di quest’immaginario?

Il risultato è interessante perché lo trovo seducente e inquietante allo stesso tempo. Penso che l’opera di Francesca Ulivi Sunday Afternoon cerchi di provocare un impatto simile sullo spettatore. Il video rappresenta un gruppo di uomini di mezza età che interagiscono con delle sculture indossabili che sono opere precedenti di Francesca. Questi personaggi, non solo non trattano i suoi oggetti come oggetti d’arte, ma anche le loro azioni, almeno dal mio punto di vista, oscillano tra il divertente e l’inquietante. La traccia sonora continua creata dall’artista accompagna il video e aggiunge mistero al lavoro – da quando lo show ha aperto ci sono state mattine in cui mi sono alzata canticchiandola senza ragione!

ATP: In alcuni dei lavori il materiale principale utilizzato per veicolare altri significati è proprio il linguaggio, inteso come TESTO. Come avviene questo processo nei differenti lavori?

TLM: Sicuramente, giusta osservazione. Al linguaggio si attribuisce significato attraverso il suo contesto, ma sono anche interessata alle situazioni all’interno delle quali questo diventa senza senso. Per esempio io non parlo italiano e per me è difficile accedere al significato di un testo scritto in questa lingua. Ogni significato che io trarrò dal testo sarò basato su fattori diversi dal suo contenuto: la qualità della carta, le immagini e magari anche la fonte da cui l’ho preso. L’interesse di Daphne de Sonneville per il linguaggio deriva dalla fascinazione per i modi in cui questo può fallire o disgregarsi. Sticky iii, ritrae un vero clown, in una specie di stato “sgonfiato” dal suo carattere di pagliaccio che legge un testo scritto dall’artista, un’apparente lista infinita e continua di sostantivi accoppiati alla parola “Sticky”. Il modo in cui il linguaggio è congelato e scongelato, o modificato, si relaziona molto all’opera Crispy C.R.E.A.M di Zadie Xa. In quest’opera, infatti, testi Rap sono inseriti in biscotti della fortuna. Invece del solito “You will be very Succesfull Very soon” i messaggi sono ad esempio “mayonnaise colored benz, I push miracle whips”. Mi ha molto colpito sentire un visitatore leggere queste parole privandole dei loro caratteri Hip-Hop (machismo, piacere, melodia), ma è anche una riflessione del continuo interesse di Zadie per l’assimilazione dell’hip-hop nelle tendenze dominanti della cultura americana.

L’opera di Gaia Fugazza Poto and Cabengo Meet X è una performance che è stata messa in atto utilizzando il vocabolario limitato del figlio di due anni. Il bambino è stato cresciuto in un contesto familiare trilingue e la sua riserva di parole consiste in un misto di Inglese, Italiano e Urdu, parole che usa in modo intercambiabile e a suo piacimento. Mi ha molto interessato quest’opera e come l’artista partendo da una lingua che in questo stato è funzionale e piena di significato solo a un bambino piccolo, provi a usarla fluentemente in un contesto sociale pubblico. Entrambe le opere, quella di Gaia e di Zadie cercano di spingere lo spettatore a comprendere e pensare in una lingua diversa, ma ovviamente questo non avviene mai in modo scorrevole.

ATP: Mi ha molto attratto la complessità del lavoro del duo Sister from Another Mister, e da come abbiano presentato uno schermo sovrapposto a un altro. A cosa è riferita questa scelta?

TLM: Sisters from Another Mister lavorano con il video, ma la loro formazione in Design del Teatro filtra in modo abbastanza accentuato nel modo in cui respingono l’uso di un singolo schermo. Piuttosto preferiscono sperimentare con il video, presentandolo in senso più scultoreo.  Spesso usano schermi multipli arrangiandoli in modo specifico nello spazio. In alcune precedenti performances (es. You Jump, I Jump, 2014), hanno trasportato gli schermi per tutta la durata.

In quest’opera “What Would Dad Do?” Round 1-5, il sovrapporre uno schermo piccolo su uno più grande non si riferisce solo al loro interesse generale nel divertirsi con la presentazione dei loro video, ma è anche una diretta parodia dell’attuale estetica dello “schermo nello schermo” che sembra essere abbastanza trendy al momento.

ATP: Sei una giovane curatrice che lavora con artisti altrettanto giovani e ai loro primi sviluppi delle loro pratiche. Qual è il tuo punto di vista su quest’esperienza?

TLM: Per certi aspetti è un capitato spontaneamente perché siamo tutti ai nostri primi sviluppi delle nostre carriere. Quello che penso sia interessante a questo riguardo è che noi (giovani artisti e giovani curatori che conosco), abbiamo alcuni delle stese problematiche nella trasposizione dell’arte contemporanea – Cose che vorremmo migliorare o eliminare dai canoni. Inoltre penso sia importante dire che la presentazione a un grande pubblico di cosa è “giovane”, “nuovo” e “contemporaneo” non è controllato dall’alto, senza nulla togliere a premi con giuria che ci mostrano giovani laureati, francamente queste scelte sono basate su un insieme di criteri che ovviamente escludono molti artisti interessanti. Ecco perché per me è importante approcciare questi giovani artisti e le loro mostre emergenti con cura e considerazione che sarebbe poi quello che un giovane artista si aspetta dalle grandi istituzioni.

Installation view,   Frosted and Defrosted,   44 Albion,   London,   2014

Installation view, Frosted and Defrosted, 44 Albion, London, 2014

On view through the 14th of December, Frosted and Defrosted is a group show that includes the works of six young artists at 44 Albion Projects, a temporary project space supported by the Southwark Council.

Art Texts Pics, in collaboration with Marta Ravasi, asked the show’s curator, Taylor Le Melle,  a few questions.

ATP: Would you explain the aim of this exhibition to us, starting from its title?

Taylor Le Melle: The title comes from a conversation between two of the artists in the show, Milda Lembertaité and Amelia Prazak, who work under the collaborative moniker ‘Sisters from Another Mister’. While on a recent residency, Milda started to tell Amelia ‘I feel frosted and defrosted’ when she was really tired after a long day. Milda told me about this phrase during while we were conversing about language and its general malleability (for example, descriptors of a chemical process becoming a metaphor for fatigue). As I was putting the show together, the phrase stuck to me for other reasons. I became interested in the idea that when you freeze and then defrost something, it is similar – but never exactly the same – as before you put it through this chemical process. So, the show became about that – objects which exist in our everyday lives, and what happens to them when they are removed from their original contexts and their function changes. In this sense, language actually came back into the discussion – I started to think of language as an object whose function could be manipulated based on its context.

ATP: So then Frosted and Defrosted describes a shift, a transformation of material that transitions from being an object in the world to being a creative object without changing its appearance.

TLM: Yes, it’s definitely about that, and it’s also about how that process allows for these old objects to take on new meaning, such as in Benito Mayor Vallejo’s Bocadillo (2014). In the past Benito has worked a lot with found objects, but in this case he made all of the elements in the installation: the painting, the bronze, and the loaves of bread. What I think was interesting in this piece is how Benito disrupts the everyday hierarchy of objects in our lives – painting may normally be perceived as ‘high art’, and bread as ‘low craft’ or ‘quotidian’. In this piece, oil painting and bronze casts, which historically were used to memorialize or celebrate important events and people, are treated as found objects. Loaves of bread, a basic foodstuff, is proposed as high art. To me this relates to Benito’s ongoing interest, as a classically trained painter, in the questioning the value of painting.

In Zadie Xa’s Diamond Mami with the Slanted Eyes (2014) she uses objects and configurations that the mind already knows in order to highlight some of the social constructions that inform how we perceive certain cultural ‘others’. Similar to how a few artists have complicated the authority of signifiers for what is considered ‘authentically’ African (i.e. Yinka Shonibare, Chris Ofili), I think she is interrogating Asian stereotypes in this piece. I think she is also raising questions of authenticity – what is her so-called ‘claim’ over a Chinese rice paddy hat, as a Korean-Canadian? And can she ‘reclaim’ Asian stereotypes through the direct representation that imagery?

The end result is interesting for me because I find the sculpture just as much unsettling as it is seductive. I think Francesca Ulivi’s Sunday Afternoon (2014) seeks to have a similar impact on the viewer. Her video piece depicts a group of middle-aged men interacting with a few wearable sculptures that she made for a previous work. Not only are they not treating her objects as art, but also their actions, for me at least, oscillate between amusing and eerie. The looping soundtrack that she created for the piece add to the eeriness of the work – since the show opened, there have been multiple mornings when I have woken up humming the soundtrack for no apparent reason!

ATP: In some of the works the main material used as vehicle for other meanings is the Language meant as TEXT. How does this happen in the different works?

TLM: For sure, I think that’s a great observation. Language is given its meaning by it’s context, but I’m also interested in the situations within which it becomes meaningless. For example, I don’t speak Italian, and so it would be difficult for me to access any meaning from a text written in Italian. Any meaning that I would derive from the text might be based on factors other than the content: the quality of the paper, an accompanying images, maybe even where I got the text, and so on. Daphne de Sonneville’s interest in language comes from a fascination in the ways in which language can fail or fall apart. Sticky iii (2014) depicts a real clown, in a sort of deflated state of clown-ness, reading a text that Daphne wrote which is a seemingly infinite loop of nouns paired with the word ‘Sticky’. The way that language is frozen and thawed, or made strange, to me relates to Zadie Xa’s Crispy C.R.E.A.M. (2014) In Zadie’s piece, rap lyrics are inserted into fortune cookies. In place of the normal “you will be very successful very soon”, you get fortunes like “mayonnaise colored benz, I push miracle whips”. It’s been fascinating for me to hear a viewer read these lyrics stripped of their hip-hop persona (machismo, gusto, melody) – but also for me is a reflection of Zadie’s continued interest in the absorption of hip-hop into mainstream North American culture.

Gaia Fugazza’s Poto and Cabengo Meet X (2014) is a performance that she did using her two-year-old son’s limited vocabulary. He is being raised in a trilingual household, and so his current arsenal of language consists of a mixture of English, Italian, and Urdu words that he fires out interchangeably, seemingly at whim. Gaia’s piece is interesting to me because it takes a language that is, at this point, only functional and meaningful for a small toddler, and attempts to make it work fluently in a public social setting – I think this piece and Zadie’s both try to force the viewer to understand and think in a different language, but obviously this never happens seamlessly.

ATP: I am very attracted by the complexity of the work by Sisters from Another Mister,  and how they presented a screen overlapped onto another, where does this choice come from?

TLM: Sisters from Another Mister work with video, but their background in theatre design comes through quite strongly in how they resist using single screen, black box presentations. Rather, they like to experiment with video, presenting it in a more sculptural sense. So they often use multiple monitors that are specifically arranged in a space, they have even done performances (such as ‘You Jump, I Jump [2014]) where they carry the screens through the duration of the performance.

In ‘What Would Dad Do? Round 1-5’, I think their stacking of the smaller screen on top of the larger one speaks not only to their general interest in having fun with the presentation of their videos, but also is a direct parody of the current “screen within a screen” aesthetic which seems quite trendy right now.

ATP: You are a young curator and you worked with young artists that are young in the early stages in their practice. What is your point of view upon this experience?

TLM: Well in some ways it is a natural fit, as we are both in the early stages of our careers. What I think is interesting about that, however, is that I have found that we (meaning the young artists that I know as well as the young curators that I know) share some of the same grievances with the prevalent tropes contemporary art currently– things we would want evolve or even eliminate from the cannon. Also, I do feel that it is important that the presentation to the general public of what is ‘young’, ‘new’, and ‘contemporary’ is not controlled from the top. Not to take anything away from the juried prizes geared towards showing recent graduates, but to be frank those are chosen based on a set of criteria that obviously exclude many interesting artists. And so it is important to me that I approach these young artists, and these ‘emergent’ shows with a level of care and consideration that might mimic what a young artist might be given from an established institution.

Installation view,   Frosted and Defrosted,   44 Albion,   London,   2014

Installation view, Frosted and Defrosted, 44 Albion, London, 2014

Installation view,   Frosted and Defrosted,   44 Albion,   London,   2014

Installation view, Frosted and Defrosted, 44 Albion, London, 2014

Installation view,   Frosted and Defrosted,   44 Albion,   London,   2014

Installation view, Frosted and Defrosted, 44 Albion, London, 2014