Evgeny Antufiev

L’artista che ambisce all’immortalità

C’è molta emozione nell’attesa: con i copri scarpe usa e getta che l’artista ci ha obbligati ad indossare abbiamo la sensazione di non dover contaminare una zona sacra, alla quale, come iniziati ci prepariamo ad accedere.

Evgeny Antufiev figura tra i tre “artisti più suscettibili” del panorama artistico russo. La fonte è  la rivista d’arte russa ‘Art-Chronika’  (vedi anche il bel libro dedicato alla mostra – Edito da A+M Bookstore, Milano – acquistabile online sul sito: www.artecontemporanea.com) . Questa informazione non me lo rende più antipatico, semmai, meticoloso e incompreso. La perfezioni di qualcuno è l’imperfezione di qualcun altro. Un po’ come il dolore. Tutta la mostra si sviluppa come un percorso iniziatico verso delle surreali attese.

In effetti, quando abbiamo modo di entrare, l’impressione è quella di trovarci in un luogo irreale, carico di un misticismo arcaico ma allo stesso tempo artificioso, archeologi di reperti contemporanei, che affondano le radici in tempi e culture per noi estranei, eppure riconoscibili. Sulle pareti candide, in un ambiente asettico ed innaturale, troviamo maschere e  manufatti umani che risvegliano retaggi infantili e oscure ritualità, al limite dell’esoterico, ma che in realtà, ci spiega il giovane artista – un po’ imbarazzato ma molto ironico – sono il suo modo di raccontare la sua vita, i luoghi in cui è cresciuto.

Il bianco dovrebbe richiamare il gelido della Sibera, il bianco della neve, ma anche i tenui colori dei delfini.

A queste tante creazioni disseminate nello spazio, l’artista delega principalmente un valore affettivo, senza il bisogno di giustificarne il senso o la presenza in uno spazio musivo/ rituale. E’ come entrare nella sua stanza o, meglio, nel suo studio:  qui ritroviamo le idee che lo appassionano, i simboli che lo incuriosiscono, foto e adesivi che rimandano a momenti per lui importanti, la pelle delle mute del suo serpente, i capelli lilla della nonna…

Di tutto il progetto, comunque mai banale, forse ciò che colpisce maggiormente, è la capacità di riportare, in queste sale/memoria, i materiali che si legano a questi ricordi, scandendoli con grande efficacia in un percorso leggibile ma complesso, in un’alternanza molto intrigante tra polveri d’ossa e plexiglass, tra teschi di lupo e marmo; come a dare una durezza ai  sogni o una texture ad un pensiero.

Mostri, serpenti, coltelli affilati, escrescenze malsane, polvere di animali morti, lame affilate ricavate da meteoriti, unghie, arti tagliati, bocche urlanti, stomaci ingrassati, artigli…  Letti tutti assieme, questi elementi, sostanze e materiali, sembrano gli ingredienti di una ricetta alchemica di un strano liquame salvifico o  che porta alla dannazione. Ma oltre a questo lato organico, la mostra nasconde anche un’altra anima, meno oscura e macabra. L’anima – forse venduta appunto al diavolo – superficiale, trash, colorata, finta, kitsch, ‘fake’, come la definisce lo stesso strano ragazzo russo. Finte ossa, finti crani, finto liquido seminale (è shampoo), finto marmo, finte perle, finta pelle di serpente e finto pelo di animale. Lustrini, perline, eco o finta pelle. All’organico, trent’anni dopo, si riesuma l’inorganico e il suo sex appeal. Pacchiano ed estremo, stacanovista (tutti gli oggetti e le sculture sono interamente fatti da lui) e ironico, suscettibile (non ha esitato riprendere il pubblico se qualcuno commetteva ‘fuoripista’), Evgeny sembra svelare in modo ridondante e amplificato le ridicolaggini dell’arte contemporanea (la base di un monumento a Lenin, senza la statua che lo raffigura, diventa un’opera d’arte minimalista; il carillon comprato in Paolo Sarpi a Milano, diventa un buffo richiamo alle opere di Jeff Koons) e al tempo stesso la stanchezza che la sostiene: tutto diventa archetipo con data di scadenza (dunque paradossale), tutto diventa manierismo da world wide web, ogni opera è schiuma di un’onda per niente lunga.

Ecco allora arrivare dalla Siberia, non una ventata di freschezza, ma – senza ironia – una raffica gelida che tramortisce sia per profondità che per leggerezza.

La “strutturalità” della mostra è completata da continui dettagli, inizialmente meno visibili, come le linee tracciate sul pavimento, simboli a loro volta carichi di rimandi, che ci accompagnano in un crescendo,   dal bianco disadorno delle prime sale e la linea tratteggiata, quasi imbastitura iniziale, agli oggetti manufatti e la costellazione sul pavimento di “bottoni” immaterici, fino alle sale finali in cui compaiono, accanto ai manufatti, oggetti kitch e lampadari a gocce, e in cui la linea, che è  diventata argentata, ci ha condotti al centro del labirinto. Di riferimenti e simboli la mostra è ricchissima e necessariamente molti sono quelli tralasciati in queste righe (la numerologia, il delfino, la spirale, solo per fare alcuni esempi); c’è tutta una storia, in queste sale, lunghissima e appassionante: quella di Evgeny Antufiev. L’unico timore, basato sull’enorme mole di rimandi e reminiscenze, è di trovarci a rileggerla nel lavoro futuro dell’artista,    come qualcosa di meno fresco e già sviscerato. Timore in parte infondato, considerando l’estro e le capacità di questo promettente, eccentrico ragazzo.        In attesa della prossima muta.

Una cosa su tutte lascia esterrefatti: la relazione che l’artista crea tra l’affilatezza del coltello e la capacità del delfino di dissezionare lo spazio.  La ‘delfinitudine’ si è impossessata di Evgeny Antufiev: tutto sembra partire da un pomeriggio in un delfinario. L’artista ha toccato la pelle dell’animale acquatico e da lì, il particolare diventa universale, il personale collettivo, il vero finto o viceversa, il caso predestinazione.

Dannazione o redenzione: la sua sensibilità sembra sgorgare dalla capacità quasi infantile di stupirsi di fronte ad un evento o ad un incontro (non ricordo in quale libro ho letto questa magnifica frase: “la sua ingenuità rasenta la saggezza”; forse l’Isola di Arturo).

Dannazione o redenzione di saper fondere la propria vita intima (mamma, nonna, sorella, amico artista, zia ecc) con un’infinità di argomenti che lui lega attraverso sottili e quasi magici significati:  finte statuette buddiste trovate dai nazisti, cadute di meteoriti nei primi del ‘900, rivelazioni del direttore del Museo Diocesano di Reggio Emilia, delfini istruiti per bombardare i sottomarini nemici, Lev Tolstoj e l’immortalità, il fascino per i gemelli, l’ossessione per simmetria (molte pareti della mostra giocano su una strana specularità tra gli elementi), le ossa come “elemento minimum che conserva le caratteristiche essenziali della vita”, la numerologia (7, 12), le scale musicali ecc.

Il tutto mischiato con l’affascinate concetto di ‘corpo senza organi’ – nozione formulata da Gilles Deleuze per la prima volta in ‘Logica del senso’ (1969) – che suggerisce un’idea di mostra, appunto senza ‘organi’.  In altre parole, un corpo-mostra senza organizzazione e grazie a ciò assolutamente libera e mutevole.  In questo senso il corpo va inteso senza organi in quanto non organizzato e non organico ovvero non funzionale ad uno scopo preciso.

Una mattina Evgeny Antufiev si è presentato alla sede della Collezione Maramotti vestito con abiti neri, sopra ai quali una ‘specie’ di scheletro. Molti sciamani, apprendo dal catalogo che accompagna la mostra, provenienti dalla Mongolia, dal Nepal, o dalla stessa Tuva – città  dove è nato l’artista – portavano una maschera-teschio e indossavano un abito dipinto ad imitazione di uno scheletro.

Ho forse visto e toccato uno sciamano?

Maria Forte

Elena Bordignon

Evgeny Antuniev,   ‘Twelve,   wood,   dolphin,   knife,   bowl,   mask,   crystal,   bones and marble – fusion. Exploring materials’,   Exhibition view,   Collezione Maramotti Ph. C. Dario Lasagni

Evgeny Antuniev, ‘Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials’, Exhibition view, Collezione Maramotti Ph. C. Dario Lasagni

Evgeny Antuniev,   ‘Twelve,   wood,   dolphin,   knife,   bowl,   mask,   crystal,   bones and marble – fusion. Exploring materials’,   Exhibition view,   Collezione Maramotti Ph. C. Dario Lasagni

Evgeny Antuniev, ‘Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials’, Exhibition view, Collezione Maramotti Ph. C. Dario Lasagni

Evgeny Antuniev,   ‘Twelve,   wood,   dolphin,   knife,   bowl,   mask,   crystal,   bones and marble – fusion. Exploring materials’,   Exhibition view,   Collezione Maramotti Ph. C. Dario Lasagni

Evgeny Antuniev, ‘Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials’, Exhibition view, Collezione Maramotti Ph. C. Dario Lasagni