Teatro sotterraneo,   War now,   foto alessandro sala

Teatro sotterraneo, War now, foto alessandro sala

Centrale Fies: monografie e autoritratti, biografie, storie universali e individuali, fallimenti e sparizioni.

Testo di Valeria Marchi

Ho seguito alcune serate di SKILLBUILDING, la 34esima edizione del festival di performing art Drodesera, allestito negli spazi della nota Centrale Fies, a pochi minuti dal paesino di Dro, in provincia di Trento. La centrale è uno spazio non neutro che mantiene il suo appeal storico, produttivo e lavorativo, pur essendo riconvertito ad uso culturale: la Sala Comando, la Forgia, la Turbina 1 e la Turbina 2, le Mezzelune sono i luoghi di messa in scena del balletto festivaliero.

Passando per questa edizione del festival lo spettatore incontra più di 60 artisti che mostrano i loro lavori live definibili nell’ incrocio tra teatro, arte performativa, opera d’arte visiva, concerto, live set, danza…in un variegato e complesso intreccio di discipline: il bello di Drodesera e la sua ostilità risiedono tutte qui. Il pubblico del festival sembra un pubblico affezionato e specializzato, capace – si crede – di dipanare la non sempre facile leggibilità degli spettacoli: ecco gli operatori culturali, la stampa, i teatranti, i performer, i critici, lo stuolo di volontari di Drodesera che bene o male stanno “nel mondo dell’arte” o aspirano ad entrarvi.

pathosformel,   la più piccola distanza,   foto alessandro sala

pathosformel, la più piccola distanza, foto alessandro sala

L’inaugurazione del festival, giovedì 24 luglio, è dedicata a Pathosformel (alias Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani) e al progetto Disparition in collaborazione con WorkOfOthers per raccontare e salutare la formazione veneziana in una sorta di festa finale, lunga tutto un giorno, in cui si ha la possibilità di assistere per l’ultima volta ai lavori: La prima periferia, T.E.R.R.Y, La timidezza delle ossa, An afternoon love, La più piccola distanza. La sparizione dalle scene di Pathosformel è accompagnata da un bellissimo progetto di raccolta della memoria e della traccia di quello che gli spettacoli hanno lasciato a chi li ha visti. Il sito accoglie il ricordo dei singoli e porterà alla creazione di una storia collettiva ed emotiva di chi o cosa Pathosformel è stato.

Vedo An afternoon love (2011), La più piccola distanza (2008) e La timidezza delle ossa (2007) per la prima e ultima volta stasera: lavori molto diversi tra loro ma che sfidano tutti la categoria di performance. La timidezza delle ossa è lo spettacolo che tra questi ho preferito: un lavoro poetico e scientifico allo stesso tempo, applauditissimo in sala. Le ossa dei due performer sono messe a nudo e si muovono su una superficie bianca elastica mostrando da dietro il telo gli aspetti spigolosi e scheletrici di volto, mano, spalle, braccia, gambe e corpo. Questa anatomia danzante ha un aspetto visivo potentissimo e come un monocromo astratto di Enrico Castellani muta forma, come muta luce e tensione. Una tensione declinata amorosamente in An Afternoon love: vediamo un allenamento di basket, una palla, Joseph Kusendila che tira, lancia, scatta e insegue il suo oggetto del desiderio. Ogni tanto si ferma e in posa si fa ammirare. Dove porta questo rincorrere? La più piccola distanza  è un lavoro del 2008 in cui, come succede per La timidezza delle ossa e, in parte, per  lo spettacolo T.E.R.R.Y., sulla scena non compaiono umani: c’è una specie di teatrino con dei fili tesi orizzontali su cui scorrono dei quadrati colorati a velocità diverse, manovrati – poi si capisce – da due performer nascosti dietro il macchinario. A lato, un violino e un organetto sonorizzano i movimenti. Mi viene in mente che la più piccola distanza può essere il tentativo di raggiungersi e di avvicinarsi a qualcuno, l’astrattismo, i burattinai, le colonne sonore dal vivo dei film muti, la meccanizzazione.

Anagoor Virgilio brucia foto Alessandro Sala

Anagoor Virgilio brucia foto Alessandro Sala

26 luglio 2014, Anagoor – Virgilio brucia

Uno spettacolo visivo davvero straordinario, epico, tragico, classico e pachidermico. Sono uscita dalla Turbina abbastanza confusa, non sapevo se avevo assistito ad uno spettacolo su Virgilio, sull’Eneide, sul mondo classico, sul potere politico e il potere poetico, sulla nascita di una civiltà e lo scontro con un’altra. Probabilmente c’era tutto questo in scena. Pochi cesti di vimini, un fondale che simula un marmo liscissimo con venature azzurrate, microfoni a vista del pubblico che amplificano le voci dei cantori della storia: voci che mescolano lingue diverse e canti del mediterraneo. Molti sono gli aspetti affascinanti dello spettacolo: la bellezza dei cori del Coro Polifonico Castelbarco che inframezzano i recitati – di per sè molto scarni -, il lungo e difficile monologo in latino antico in chiusura, le proiezioni molto eleganti di immagini di nascite animali crude e osservate da presenze umane di spalle al pubblico, le immagini della scuola in cui l’attore Marco Cavalcoli parla di classicità, di responsabilità politica e di poesia e non ultimo, il disegno sonoro di Mauro Martinuz che sembra legare il mondo greco, anche della natura (mi sembra di sentire un ronzio di api a un certo punto) al mondo contemporaneo.

oht,   autoritratto con due amici,   foto sara bugoloni

oht, autoritratto con due amici, foto sara bugoloni

26 luglio 2014, OHT – Office for a Human Theatre – Autoritratto con due amici

Il sapore da gag televisiva e da sit-com che si percepisce nei 60 minuti dello spettacolo di OHT ottenebra in parte il contenuto, il valore e l’idea del lavoro. Il fallimento che i due attori, Adrian Gillot e Patric Schott, mettono in scena è quello di due amici che si sostengono nel tentativo di avere successo nell’arte, inventandosi un mondo tutto chiuso in una stanza – ogni parete è una grande lavagna – così fantasioso e stralunato da essere finto. Il curatore e l’artista sono i protagonisti della scena, anche se il titolo fa pensare che si tratti di un autoritratto dell’autore tramite i due amici. Il lavoro mette in gioco una serie di simpatici stratagemmi scenografici (vedi ad esempio il ragno da parete molto kitsch che cade ogni volta che si apre la porta della stanza in cui si svolge lo show). Svelando i fallimenti e le ipocrisie del sistema dell’arte, OHT diverte molto il pubblico: c’era qualcuno in sala che rideva a comando? L’autoritratto che Filippo delinea con la sua scrittura fresca e spumeggiante mi fa sentire più sagace di prima. Non vorrei dimenticare in fretta questa sagacia e furberia.

Teatro sotterraneo,   War now,   foto alessandro sala

Teatro sotterraneo, War now, foto alessandro sala

27 luglio 2014, Teatro sotterraneo e Valters S?lis – War now! 

Ed ora qualcosa di completamente diverso. War now! mi ha ricordato quel meraviglioso film di Joshua Oppenheimer intitolato The act of killing, non tanto per i contenuti quanto piuttosto per quell’ambiguità del nostro tempo storico che accomuna l’atto della guerra alla sua recita o messa in scena, mostrandone il suo potenziale narrativo finzionale. War now! è un war game che parla di conflitto ma soprattutto della rappresentazione del conflitto nei suoi aspetti spettacolari, hollywodiani, diplomatici, etici, pietistici ed emozionali. E’ un’interattiva simulazione di che cosa si farebbe o cosa succederebbe se un terzo conflitto mondiale scoppiasse, proprio lì in quel momento nel teatro – che diventa teatro di guerra. Lo spettacolo è diviso in tre parti: il momento pre bellico, la guerra e il post bellico, con tutte le miserie e le contraddizioni che la ricostruzione e la memoria portano con sè. Se la seconda e la terza fase del lavoro inscenano le retoriche del conflitto: l’eroe, l’ammutinato, la conferenza di pace, il superstite che diventa monumento dell’orrore, i rifugiati…la prima è una discussione guidata con il pubblico, una riflessione molto sottile e serrata sulla violenza e il senso di responsabilità. In questa ultima produzione di Teatro sotterraneo sono ancora presenti i caratteri tipici del loro stile e, anzi, portati all’ennesima potenza: l’interattività con lo spettatore in primis – tanto da farlo partecipare alle azioni o interpellando la platea con domande sull’etica del conflitto. Il lavoro sa mettere in questione e sa mettere in ridicolo il gioco bellico delle parti.

LIVE WORKS performance act award VOL. 2

L’ultima serata di Live Works è il 30 luglio: carattere innovativo della seconda edizione di Live Works – premio e residenza per artisti performativi di Centrale Fies in collaborazione con Viafarini DOCVA – è la presentazione dei 9 lavori finalisti in tre serate distinte con la presenza di una performance “storica” di un artista performativo più noto per ogni sera. Nel caso della serata finale del premio ho seguito i lavori di Cian Donnelly, David Bernstein e Corinne Mazzoli: l’ospite della serata è il coreografo, artista, performer, film-maker parigino Jérôme Bel con la divertentissima e acuta performance Shirtology (1997): un cambio di magliette dopo l’atro, un dialogo immediato e quasi del tutto muto tra i messaggi che le t-shirt indossate mandano allo spettatore.

Cian Donnelly – The natural script 

David Bernstein – Se non è vero, è ben trovato

Corinne Mazzoli – Tutorial#2: how to cruise with a bruise

Guest performer, Jérôme Bel – Shirtology

Il premio di Live Works performance act award è andato a Riccardo Giacconi con laperformance  Il nonnulla. Il video delle premiazioni Live Works 2014.

Arrivederci alla prossima edizione.

centralefies.it