Céline Condorelli The Parliament in “Disobedience Archive”,   Bildmuseet Umeå,   Svezia,   2012 Courtesy BildMuseet Umeå

Céline Condorelli The Parliament in “Disobedience Archive”, Bildmuseet Umeå, Svezia, 2012 Courtesy BildMuseet Umeå

E’ stata presentata un paio di giorni fa l’importante mostra itinerante Disobedience Archive (The Republic). Dopo le tappe al Van Abbemuseum di Eindhoven, Nottingham Contemporary, Raven Row di Londra, Massachusetts Institute of Technology di Boston e al Bildmuseet di Umeå, Disobedience Archive viene presentata al Castello di Rivoli con un format e un concept del tutto nuovi e ideati espressamente per il Museo.

L’obbiettivo fondamentale di questa mostra è indagare le relazioni esistenti tra pratiche artistiche contemporanee, cinema, media tattici e attivismo politico. La mostra si ‘presenta’ dunque come una user’s guide attraverso le storie e le geografie di quattro decenni di disobbedienza sociale: dalla rivolta italiana del 1977 alle proteste globali, prima e dopo Seattle, fino ad arrivare alle insurrezioni in corso nel Medio Oriente e nel mondo arabo.

Breve introduzione di Beatrice Merz in cui ha raccontato l’entusiasmo con cui hanno accolta la mostra di Scotini. Ha continuato raccontando che, con molta disobbedienza/inconscienza, sono riusciti, in tre anni, a portare al Castello di Rivoli – nonostante i pochissimi finanziamenti e grazie ai sostenitori/finanziatori – ben 20 mostre, di cui 3 con le opere della collezione del museo; 47 nuovi acquisti per rimpinguare la collezione, hanno organizzato 44 convegli, 11 volumi/cataloghi delle mostre e ben 3 giornali ‘di sala’ a compendio delle mostre; prodotto 84 video e creato due siti web. Entusiasti anche la direttrice delle NABA, Elisabetta Galasso e Marc Ledermann,  CEO Laureate Italian Art & Design Education. Hanno sottolineato che la mostra è stata possibile anche e soprattutto grazie a Open Care – Servizi per l’Arte, la NABA e Kuhn & Bülow Insurance Broker, Berlino per il supporto tecnico e La Stampa per la Media Partnership.

La mostra, che al Castello di Rivoli è allestita nelle sale del terzo piano, si propone come una grande sintesi delle edizioni precedenti.

Conferenza stampa: VIDEO

Prima parte / DISOBEDIENCE ARCHIVE (THE REPUBLIC) – Marco Scotini 

Seconda parte / DISOBEDIENCE ARCHIVE (THE REPUBLIC) – Marco Scotini 

Terza parte / DISOBEDIENCE ARCHIVE (THE REPUBLIC) – Marco Scotini 

In sintesi, per chi non abbia né voglia né tempo per ascoltare Marco Scotini mentre racconta la mostra in conferenza stampa ( vedi video) ecco una breve sintesi del progetto:

Con il nuovo titolo di Disobedience Archive (The Republic), l’esposizione vede affiancata la produzione di una grande struttura a forma di Parlamento alla pubblicazione del volume “La Costituzione”, fase conclusiva dell’intero progetto. “Il Parlamento”, che contiene l’archivio, è opera di Céline Condorelli (1974) con un contributo di Martino Gamper (1971) e i wall-paintings che l’accompagnano sono dell’artista messicano Erick Beltran (1972). Oltre a “Il Parlamento”, destinato a ospitare l’archivio video, due sale fungono da anticamere tematiche. La prima, dedicata agli anni Settanta in Italia, presenta, tra le altre, opere di Joseph Beuys, Mario Merz, Jean-Luc Godard, Gianfranco Baruchello, Piero Gilardi, Gordon Matta-Clark, Laboratorio di Comunicazione Militante, Enzo Mari, Nanni Balestrini e Living Theatre, oltre a documenti di Carla Accardi, Carla Lonzi e Felix Guattari; la seconda, che prende in considerazione la prima decade del 2000, ospita opere di, tra gli altri, Nomeda & Gediminas Urbonas, Superflex, Chto Delat?, Journal of Aesthetics & Protest, Oliver Ressler, Arseniy Zhilyaev, Critical Art Ensemble, Rene Gabri e Ayreen Anastas. Nelle due sale saranno inoltre presentati props e strumenti tecnici, editoriali e scenici prodotti dalla cultura antagonista di quegli anni.

Artisti (e non) in mostra: L’Archivio include materiali di 16 beaver, Atelier d’Architecture Autogérée (AAA), Mitra Azar, Gianfranco Baruchello, Petra Bauer, Pauline Boudry, Brigitta Kuster e Renate Lorenz, Bernadette Corporation, Black Audio Film Collective, Ursula Biemann, Collettivo femminista di cinema, Copenhagen Free University, Critical Art Ensemble, Dodo Brothers, Marcelo Expósito, Harun Farocki e Andrei Ujica, Rene Gabri e Ayreen Anastas, Grupo de Arte Callejero, Etcétera, Alberto Grifi, Ashley Hunt, Sara Ishaq, Kanal B, Khaled Jarrar, John Jordan e Isabelle Fremeaux, Laboratorio di Comunicazione Militante, Silvia Maglioni e Graeme Thomson, Angela Melitopoulos, Mosireen, Carlos Motta, Non Governamental Control Commission, Wael Noureddine, Margit Czencki/Park Fiction, R.E.P. Group, Oliver Ressler e Zanny Begg, Joanne Richardson, Roy Samaha, Eyal Sivan, Hito Steyerl, The Department of Space and Land Reclamation, Mariette Schiltz e Bert Theis, Ultra-red, Nomeda & Gediminas Urbonas, Trampoline House (Morten Goll & Tone Olaf Nielsen), Dmitry Vilensky e Chto Delat?, James Wentzy.
Harun Farocki e Andrei Ujica Videograms of a Revolution,   1992 still da video

Harun Farocki e Andrei Ujica Videograms of a Revolution, 1992 still da video

Disobedience Archive: tattiche d’esposizione 

Testo di Marco Scotini

Curatore indipendente, Direttore arti visive, performative e multimediali, NABA, Milano

Disobbedire non significa semplicemente destituire, negare qualcosa. Disobbedire è all’opposto un’azione innovativa, sperimentale, fondativa. Affrancarsi da una rappresentazione o da un ordinamento richiede un alto grado di affermatività alternativa, di progettualità antagonista, di nuova produzione di soggettività.

Dalle proteste di Seattle anti-WTO a quelle attuali del movimento Occupy, dall’insurrezione zapatista a quella araba, un’identica tensione trasformativa del mondo (globale, caotica, plurale) non ha mai cessato di agire. Un nuovo orizzonte comune, trasversale a centro e periferie, si è aperto e continua sempre più ad aprirsi: un immane laboratorio di conflitto si afferma attraverso una molteplicità di focolai molecolari irrimediabilmente concatenati tra loro, dentro lo stesso spazio globale. Al declino irreversibile del modello politico fondato sulla rappresentanza e alla nuova centralità neoliberista dell’economico le mobilitazioni insorgenti rispondono con una devastante sperimentazione politico-sociale che disarticola le classiche modalità di esercizio del potere e recalcitra alle logiche della rappresentazione e della totalizzazione (partito, quadri dirigenti, classi sociali, Stato). Il NO attuale, il rifiuto dell’obbedienza, il dissenso contemporaneo non ripropongono una posizione dialettica con il potere ma si affermano come forze di creazione e sperimentazione: di linguaggi, dispositivi, istituzioni e soggettività. Lo spazio a cui si espongono è quello di nuove soggettività,   nuovi immaginari e nuove possibilità di vita che trovano impegnati tanto modelli estetici quanto forze produttive e movimenti sociali. Non si tratta tanto di “alleanza” tra istanze attiviste e pratiche artistiche perché con questo termine si intende un “patto comune in vista di obiettivi comuni”. Al contrario, il nesso è a monte. E’ piuttosto uno sfondo o una base comune che non cessa di emergere. Uno spazio indistinto che impedisce di tracciare chiaramente i confini tra forze e segni, tra linguaggio e lavoro, tra produzione intellettuale e azione politica. Da circa dieci anni l’Archivio Disobedience cerca di raccogliere insieme i documenti e le prove di questa produzione alternativa e dal basso: dall’azione diretta alla controinformazione, dalle pratiche costituenti alle forme di bio-disobbedienza. Concepito come un archivio di immagini video, eterogeneo e in evoluzione, il progetto vuole essere una user’s guide attraverso le storie e le geografie della disobbedienza: dalle lotte sociali italiane del 1977 alle proteste globali fino ad arrivare alle insurrezioni in corso nel Medio Oriente e nel mondo arabo. In particolare Disobedience è una indagine nelle pratiche di attivismo artistico che sono emerse dopo la fine del modernismo  inaugurando nuovi modi di essere, di dire e di fare.

Compito dell’Archivio Disobedience (delle immagini video, filmiche, che lo compongono) è anche quello di rivelare il carattere mediatizzato della storia. Da un lato, far vedere ciò che i corporate media nascondono o sottraggono alla vista. Dall’altro, riappropriarsi dell’espropriazione violenta dell’esperienza: produrre la Storia, dunque, e renderla visibile. La Storia trattata come un problema di politiche della rappresentazione è al centro di questi film e video che vanno dal documentario alla controinformazione, dal film-saggio all’agit-prop cinema, dal videoattivismo al cinema comunitario di base. Questo cinema (la molteplicità delle sue proposte) attua una strategia di azione trasversale alle divisioni canoniche quali ambiente, corpi, psiche, lavoro, società, flussi semiotici, per intervenire nella vita come tale.

Ma perché Disobedience è un archivio? Questo modello diviene importante proprio perché non si tratta tanto di un insieme di segni da conservare e interpretare, ma di un insieme di pratiche da raccordare, da montare tra loro in modi sempre diversi. Come registrare
l’irriducibile emergenza e la singolarità dell’evento? Come tali eventi si manifestano, si concatenano, si scontrano, si specificano? Il progetto è quello di un archivio multifocale permanentemente “in corso” sulle forme della disobbedienza sociale, strutturato attorno ad una sorta di database come zona di visibilità e campo di leggibilità allo stesso tempo, come archivio documentale audio-visivo che richiede di essere de-archiviato e re-archiviato continuamente. Si tratta di un dispositivo contingente che sarebbe più opportuno chiamare “anarchivio” o archivio disobbediente. Costretto a mutare forma continuamente, Disobedience afferma l’impossibilità di una ricomposizione sociale delle nuove soggettività nelle forme classiche della modernità, negando qualsiasi istituzione che fissi i nuovi comportamenti in ruoli e funzioni predefiniti. Proprio per questo Disobedience non rinuncia a giocare con i simboli della modernità, rovesciandoli attraverso uno slittamento del senso. Al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea l’Archivio assume la forma di una Repubblica della moltitudine non statale, con un proprio Parlamento non rappresentativo, seggi e vestiboli d’accesso.

Dopo dieci anni la mostra arriva in Italia per la prima volta, forse nel luogo migliore dove sarebbe potuta approdare, in un museo strettamente legato al territorio e a Torino, proprio la città in cui a partire dal ‘69 tutta questa storia ha avuto inizio e, nonostante le interruzioni, non cessa di reiniziare.