Diego Tonus,   Dettaglio dalla serie Ritratto,   2014 Foto Attilio Maranzano

Diego Tonus, Dettaglio dalla serie Ritratto, 2014 Foto Attilio Maranzano

In questi mesi Diego Tonus è impegnato nella presentazione di  “Five Cases of Intrusion”, il suo primo libro d’artista, pubblicato da Archive Books (Berlino).

La pubblicazione, che racchiude cinque anni di lavoro, presenta alcune opere nate da azioni di intrusione in contesti preesistenti; esperienze, come il lavoro di guardiasala presso un’ esposizione d’arte internazionale, che Tonus ha saputo inglobare nella propria processualità artistica per sviluppare nuovi progetti.

Il volume è pensato per essere considerato parte integrante del suo percorso di ricerca; non si tratta infatti di una raccolta di opere, bensì di un modalità per raccontare i processi alla base della creazione delle opere stesse. Tonus non presenta i propri lavori in maniera diretta o descrittiva, ma aggiunge un ulteriore livello, “facendo parlare” le trascrizioni di frammenti di registrazioni effettuate di nascosto mentre racconta, a interlocutori che non vengono mai identificati, come sono stati realizzati alcuni dei suoi lavori.

Oltre alla documentazione dei lavori nell’appendice finale, l’apparato d’immagini che accompagna i testi è costituito da materiale inedito, appunti e schizzi preparatori che l’artista ha prodotto nel corso della realizzazione delle diverse opere e che fungono da guida al lettore nell’interpretazione della pratica di Diego Tonus.

Giulia Morucchio ha posto a Diego Tonus alcune domande.

Giulia Morucchio: Quando abbiamo parlato a voce del tuo libro non avevo capito molto bene quale fosse il confine tra il meccanismo di intrusione come motore dei tuoi lavori e le registrazioni che avevi realizzato di nascosto mentre parlavi delle tue opere con alcuni interlocutori. Ti confido questa incomprensione perché penso possa far parte del dispositivo che hai creato. Che ne pensi? Ti interessa che si crei questa ambiguità?

Diego Tonus: Non vedo un confine fra questi due momenti. L’intrusione è una metodologia che ha caratterizzato il mio lavoro e quella delle registrazioni nascoste è stata una pratica che ha fatto parte di questo processo. Ho iniziato a registrare gli incontri pubblici e privati, avvenuti con diversi interlocutori negli ultimi anni, perché mi sono reso conto che quei momenti di discussione contenevano una grande potenzialità. Momenti che sono diventati parte integrante del mio lavoro. E’ per questo che ho deciso di farli diventare il filtro attraverso cui far venire a conoscenza dei processi e delle esperienze che hanno preceduto la realizzazione delle mie opere. Sono state registrazioni che inizialmente non ho fatto con l’obiettivo di realizzare il libro; questa è stata una decisione presa solo nel corso dell’ultimo anno. Nel riascoltarle ho notato che c’erano delle parti che si ripetevano e che insieme potevano costituire dei frammenti di discussione attorno al mio lavoro. In queste ripetizioni si presentavano delle differenze, definite anche dalle domande, osservazioni e interrogazioni degli interlocutori, alcune delle quali ho deciso di includere in “Five Cases of Intrusion”. In un certo senso, le registrazioni che hanno permesso al libro di esistere, sono state la sesta intrusione.

G.M : Nell’oggetto libro sei riuscito a riordinare diversi livelli concettuali, temporali, spaziali in un movimento continuo tra documentazione e presentazione. Come hai deciso la struttura di “Five Cases of Intrusion”?

D.T.: “Five Cases of Intrusion” è un libro pensato per essere uno strumento di lettura del mio lavoro. Non è pensato come catalogo ma come libro d’artista, ed è stato pubblicato come oggetto indipendente, cioè non è stato concepito in occasione di una mostra specifica. Come tale, contiene informazioni che non si trovano nelle opere per come le si può incontrare in uno spazio espositivo. La decisione del rendere pubblici i processi che hanno portato alla realizzazione dei miei lavori è avvenuta molto naturalmente, come conseguenza del fatto che ho sempre fatto esperienza diretta delle situazioni in cui sono nate le singole opere. Queste esperienze sono state parte integrante dei lavori stessi e mi hanno visto nel ruolo di guardasala, informatore, giornalista, dipendente, residente. Ruoli che mi hanno permesso di operare da infiltrato all’interno di Istituzioni e situazioni preesistenti, emulando forme di autorità presenti in quei contesti.

La struttura di “Five Cases of Intrusion” è nata, quindi, scrivendo o meglio trascrivendo le registrazioni in cui raccontavo di queste esperienze. Le conversazioni sono avvenute con vari interlocutori, in anni e luoghi diversi, e l’ordine in cui presentarle come frammenti all’interno di un discorso sul mio lavoro è stato deciso in seguito. Quello dell’editing è stato un mezzo molto importante, che penso essere una forma di potere con cui l’artista decide il messaggio per dare forma al suo pensiero. Una forma non manipolativa dell’osservatore, ma del materiale con cui si offre allo spettatore uno strumento per sviluppare il pensiero stesso. In tal modo ho ricostruito delle discussioni che sono andate a definire i cinque capitoli del libro, i quali a loro volta prendono il titolo dai diversi ruoli e situazioni che ho vissuto.

La veste grafica della pubblicazione, pensata da Archive Books, è stata molto importante per presentare i frammenti di testo all’interno di una griglia che definisce il libro come diario o libro di note. All’interno di questo schema, oltre ai testi, sono presentate immagini inedite, che non sono documentative delle opere, bensì appunti e note parallele nate durante i work in progress e che guidano il lettore all’interpretazione della mia pratica. Insieme a questo apparato di immagini, nel libro sono presenti una serie di ritratti che aprono i singoli capitoli e che sono una serie di scatti realizzati da Attilio Maranzano. Nelle immagini la mia figura è mostrata di spalle e sfuocata, fissata nel momento del prendere una decisione. Gli scatti sono simili gli uni dagli altri ma differiscono nello sfondo, che è l’unico elemento a fuoco nella fotografia. L’indefinitezza del soggetto, la differenza e la ripetizione che caratterizzano i ritratti, introducono alla logica dei singoli capitoli e alla mia figura ripresentata sotto diverse angolazioni.

G.M.: L’intrusione è la metodologia d’indagine e il punto di partenza di alcuni dei tuoi lavori che hai voluto raccogliere in questo volume. Un lavoro paradigmatico in questo senso è “FILM” del 2012. Ci puoi dire qualcosa a riguardo?

D.T.: Il primo capitolo del libro si intitola L’informatore e presenta le modalità con cui ho realizzato la serie di performances “FILM”: un esempio di intrusione particolare, che riguarda sia quella che è stata la mia esperienza negli spazi che sono diventati i luoghi delle performances, sia le azioni dei performer stessi, soggetto dell’opera. “FILM” consiste in performances che avvengono in spazi pubblici e privati delle città, in cui gruppi di performer eseguono e interpretano delle risate che ho inviato loro sotto forma di tracce audio e che loro riperformano nei luoghi prescelti e in determinati momenti. Nella performance queste risate creano delle composizioni che possono variare a seconda del luogo in cui avviene l’azione, delle persone presenti e dello scopo dell’azione, che principalmente è sempre quello di usare la risata come momento disturbante e di interruzione in situazioni quotidiane. La risata è una forma di potere usata per interrogare altre forme di potere. Le azioni non sono mai rese note prima di avere luogo; quindi gli ‘spettatori’ che fanno esperienza di questa risata sono un’audience inconsapevole.

Ad Amsterdam, fra le altre sedi, la perfomance è avvenuta nella Camera del Consiglio Comunale nel pomeriggio in cui è caduto il Governo. In quell’occasione gli agenti dovevano ridere come se fossero stati un coro, portando avanti la risata di un politico presente in sala, che di solito usa la risata per chiudere i discorsi e non avere domande da parte degli interlocutori. Quello che viene pubblicato delle azioni, sono le e-mail che invio ai performers, che vengono presentate in apparati paralleli alla mostra come cataloghi o siti web.

Non viene esposto niente nello spazio espositivo, proprio perché il lavoro consiste nell’azione che avviene in città. Il lettore però può inscenare la risata, leggendo questi testi che contengono le descrizioni degli spazi architettonici, del percorso che devono fare i performers e dei loro tipi di risate. Ogni e-mail esiste come descrizione di una scena da un punto di vista differente. Ovviamente per poter scrivere queste e-mail devo prima recarmi nei luoghi prescelti per poterli poi descrivere nel dettaglio e dare informazioni sugli elementi presenti nello spazio, sulle varie entrate ed uscite, possibili guardie presenti, procedure per arrivare alla sala dove avverrà la risata, ecc. In “Five Cases of Intrusion” sono presentate le modalità, le note e alcuni degli schemi realizzati durante lo studio dei set delle performances. Inoltre nella sezione che presenta le opere di riferimento è pubblicato l’intero gruppo di e-mail dell’azione avvenuta nella Camera del Consiglio Comunale di Amsterdam.

G.M.: La prefazione – affidata a Krist Gruijthuijsen, direttore del Grazer Kunstverein – è un text collage che anticipa la struttura frammentata degli altri testi che compongono il libro. Come è nata l’idea di questa introduzione?

D.T.: L’introduzione di Krist Gruijhuijsen è stata pensata secondo una sorta di psicologia inversa rispetto ai miei testi presenti nel libro. L’intento è stato quello di costruire una stanza d’interrogatorio in cui settare un discorso che non tentasse di definire la mia pratica, bensì di introdurre indirettamente, per capitoli, degli aspetti e delle suggestioni che potessero suggerire l’atmosfera del libro. Il testo è un collage di frammenti di diverso tipo – alcuni dei quali ripresi da pagine web – che può essere considerato a sua volta parte di una più ampia ed affascinante ricerca che l’autore sta sviluppando su artisti che hanno lasciato il mondo dell’arte. I vari frammenti di questo text collage specchiano aspetti della mia pratica, creando echi e corrispondenze che ritornano nella mente del lettore durante la lettura del libro.

Intervista di Giulia Morucchio

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Il 15 gennaio Diego Tonus presenterà il volume in occasione dell’appuntamento conclusivo di Pre Post Alphabet, progetto sulla poesia visiva a cura di Eva Fabbris e Gigiotto del Vecchio che rientra all’interno del programma di incontri e eventi della serie “La scrittura visuale / La parola totale” organizzato dalla Fondazione Morra, Napoli.

Parteciperà alla presentazione Andrea Viliani, direttore del museo MADRE – Museo d ‘Arte Contemporanea Donnaregina – Napoli.

Maggiori informazioni riguardo al libro d’artista Five Cases of Intrusion al link: www.archivebooks.org

La pubblicazione è stata resa possibile con il supporto di: Fondazione Spinola Banna per l’Arte, WIELS Brussels, Mondriaan Fonds (Amsterdam) e Regione Piemonte

Diego Tonus,   Ispezione per FILM (Composition n#5) nel pubblico di Mediaset,    Milano,  10 Ottobre 2012

Diego Tonus, Ispezione per FILM (Composition n#5) nel pubblico di Mediaset, Milano, 10 Ottobre 2012

Sketch per FILM (Composition n#6),   RAI - Milano,   9 Ottobre 2012

Sketch per FILM (Composition n#6), RAI – Milano, 9 Ottobre 2012

Diego Tonus,   Trascrizioni di registrazioni telefoniche con note sull’uso della voce per il film Speculative Speeches (Workers of the World – Relax),   Amsterdam,   2012

Diego Tonus, Trascrizioni di registrazioni telefoniche con note sull’uso della voce per il film Speculative Speeches (Workers of the World – Relax), Amsterdam, 2012

Diego Tonus,   Nota per il film Speculative Speeches (Workers of the World - Relax),   Francoforte,   5 Dicembre 2010

Diego Tonus, Nota per il film Speculative Speeches (Workers of the World – Relax), Francoforte, 5 Dicembre 2010

Diego Tonus,   Don't Touch Please (Maurizio Cattelan & Nina Saunders),   Venezia,   2010

Diego Tonus, Don’t Touch Please (Maurizio Cattelan & Nina Saunders), Venezia, 2010