WHITY-TRASHY,   silicone,   granulato plastico,   polistirolo,   cibo per gatti,   gel,   balsamo,   sapone liquido,   piume,   porta ombrellone,   gommapiuma,   cartapesta; 2015,   courtesy of the artist

WHITY-TRASHY, silicone, granulato plastico, polistirolo, cibo per gatti, gel, balsamo, sapone liquido, piume, porta ombrellone, gommapiuma, cartapesta; 2015, courtesy of the artist

Martedi 17 Marzo da TILE project space ha inaugurato DENISE, mostra personale di Michele Gabriele.

Matteo Mottin in conversazione con l’artista.

Matteo Mottin: Potresti introdurmi ai lavori in mostra? In che modo si relazionano con lo spazio espositivo di TILE?

Michele Gabriele: Il modo in cui ho deciso di relazionarmi allo spazio è stato pensarlo come un materiale. Intendo dire che per prima cosa ho immaginato lo spazio (che come avrai notato è molto particolare e connotato dalla presenza di piastrelle bianche) come se fosse privo di queste piastrelle. Ho immaginato di metterle io, ho costruito l’istallazione pretendendo che le piastrelle non sono un limite che diviene possibilità, ma come se fossero state una scelta precisa. È una sottile differenza, ma secondo me sostanziale, per poter leggere il mio lavoro.
Una scelta precisa che mi ha portato a mettere queste piastrelle nello spazio, e una scelta subito dopo dimenticata.
Come quando si fa un dipinto, lo si inizia e dopo due settimane lo si riprende in mano, e non ci si ricorda esattamente cosa si voleva fare, allora si cerca di interpretare i propri gesti, di dar loro una particolare funzione e relazionandosi a questo primo gesto, continuare a dipingere.
ogni materiale è stato scelto per la sua capacità di interagire cone questo materiale primo, e le opere sono cresciute.
Denise è innanzitutto Whity-Trashy: la coppia di sculture al centro.  Poi c’è Holdythang all’entrata e Denise, che prende e da il nome alla mostra.

MM: Una delle tre ragazze che gestiscono TILE si chiama Denise. Come mai hai deciso di intitolare la tua personale con questo nome? C’è qualche collegamento tra la mostra e Denise Solenghi?

MG: Denise è il titolo perfetto per questa mostra secondo me. Denise è il nome “della Deny” di Tile. È nato da subito. Cercavo un titolo che evocasse una relazione. Un rapporto amoroso. Un parallelismo con il rapporto amoroso che lega “Whity-Trashy”, che è una coppia di sculture, ma anche al rapporto che lega le opere allo spazio di Tile. Un nome femminile. Un nome di ragazza da soap-opera, un nome che evocasse storie a puntate, amorose, disastrose, teatrali, drammatiche, e tragicomiche.
Poi è stata anche un esigenza. Confrontarsi con un collettivo curatoriale di tre ragazze, ti porta a cercare di parlar loro come ad un’unica entità senza trascurare le singolarità. Ti porta a stare attento, a cercare di riconoscere subito nelle 3, 3 diverse attitudini, e a valorizzarle, a temere di sbagliare con i rapporti prediligendo il confronto dialettico con una sola delle tre e creando dissapori. In questo senso, il titolo è un cappello alla mostra, ma anche al mio modo di approcciarmi. Come dire: ok allora io sono da solo, voi in tre. Cosa non devo fare? Fare preferenze. Allora dai lo faccio subito a scatola chiusa. Diciamo che preferisco Denise e basta, e mi levo il pensiero e possiamo continuare a lavorare.

MM: Hai allestito le sculture in fila, seguendo una diagonale che attraversa tutto lo spazio espositivo. Come mai questa scelta?

MG: Beh, io vorrei che la mia istallazione abbia un certo sapore, che suggerisca una molteplicità di narrazioni accennate. Che le opere, e l’istallazione, e il titolo, enfatizzino le potenzialità narrative insite nello spazio.
Per cui ho cercato di non farmi distrarre dai falsi problemi, e dai luoghi comuni e stereotipi, che riguardano l’allestimento di una mostra, e di lavorare ascoltando il lavoro, e le mie aspettative su di esso. Di istallarlo.
Ho dovuto mettere da parte alcune cose per occuparmi meglio di ciò che mi interessava.
Il paesaggio che è cresciuto nello spazio secondo me doveva essere in qualche modo deludente. Tutto lì. Volevo che entrando dalla porta tutto potenzialmente fosse all’unisono, contemporaneamente, e fuori. Poi. Poi entrando le opere le ho disposte senza effetti speciali, senza percorsi, le ho parcheggiate come motorini. Sono lì. Entri ed è tutto lì quindi vedi tutto ma le opere si accavallano un po’ e si disturbano vicendevolmente creando qualcosa di nuovo. Poi addentrandoti tutto è lì. Suggerisce uno scandire, un ritmo.

WHITY-TRASHY,   silicone,   granulato plastico,   polistirolo,   cibo per gatti,   gel,   balsamo,   sapone liquido,   piume,   porta ombrellone,   gommapiuma,   cartapesta; 2015,   courtesy of the artist

WHITY-TRASHY, silicone, granulato plastico, polistirolo, cibo per gatti, gel, balsamo, sapone liquido, piume, porta ombrellone, gommapiuma, cartapesta; 2015, courtesy of the artist

MM: So che sei un fan della vaporwave. Sarebbe azzardato tracciare un parallelo tra questo genere musicale e la tua nuova produzione?

MG: Non sono mai stato un buon ascoltatore di musica. Avevo i dread e allora per anni mi sono sentito in qualche modo obbligato ad ascoltare musica reggae… ora li ho tagliati e posso ascoltare altro senza sentirmi in dovere di dover aderire a stereotipi. E mi sono accorto che in fondo in fondo sto bene quando ascolto i suoni di sottofondo nelle terme o nei negozi di cucine. E la vaporwave a volte sembra proprio voler far questo. Non so però se questo ha a che fare con la mia ricerca. Io attingo da altre cose ultimamente, guardo altre cose. Mi piace guardare le cose da lontano e poi da molto vicino. I motorini parcheggiati abbandonati sulla strada, con una macchia d’olio a terra. La sella ricoperta da un sacchetto, un cordino che tiene insieme due pezzi. Una tag di qualche writer su una fiancata, un adesivo, una pianta rampicante su un panettone proprio lì a fianco. Magari di un colore che torna in un lampione poco distante. Ascolto o cerco di ascoltare questa polifonia, questa orchestra. Cerco di guardare alle cose come se non conoscessi molto di ciò che conosco, e di cercare un senso negli elementi non sostanziali delle cose.

MM: Questo modo di guardare si riflette anche nella maniera con cui scegli i materiali per i tuoi lavori? Nelle sculture in mostra sembra che usi balsamo per capelli, bagnoschiuma, merda e piume di gallina e sacchetti di mangime per gatti non tanto per quello che sono o per le loro funzioni, ma più per la loro presenza, colore, fisicità. Da dove deriva il tuo approccio nella scelta dei materiali?

MG: I materiali sono stati scelti per la loro capacità di assecondare alcune velleità proprie dello spazio, e delle opere stesse. Che sono spesso contenitori di esperienze e di loro stessi. Sono un po’ dei palchi in cui loro stesse si stanno per esibire, o lo hanno già fatto.
Poi spesso la mia non è una vera scelta, non è una questione legata al gusto in effetti, cerco di soddisfare le attitudini proprie di alcune cose, e le opere crescono su loro stesse o cadono su loro stesse: nascondendo e svelando particolari più o meno importanti.

Fino all’11 Aprile.

tileprojectspace.tumblr.com

Michele Gabriele,   Denise,   installation view,   courtesy the artist

Michele Gabriele, Denise, installation view, courtesy the artist

HOLDYTHANG,   porta-abiti,   sabbia,   terra,   adesivi cromati; 2015,   courtesy of the artist

HOLDYTHANG, porta-abiti, sabbia, terra, adesivi cromati; 2015, courtesy of the artist

DENISE,   tessuto acrilico,   metallo,   feci di gallina,   piume,   adesivi cromati; 2015,   courtesy of the artist

DENISE, tessuto acrilico, metallo, feci di gallina, piume, adesivi cromati; 2015, courtesy of the artist