ATP: Siamo alla seconda tappa del progetto ‘Teatro delle Esposizioni #3’ che curi a Villa Medici. Dopo la personale di Patrizio di Massimo, presenti la mostra di Danh Vo a cui seguirà quella di Victor Man. Mi racconti il percorso curatoriale che stai seguendo?

Alessandro Rabottini: Quando sono stato invitato da Éric de Chassey a curare questo ciclo di mostre ho subito pensato che l’Accademia di Francia fosse un luogo speciale e che non volevo darlo per scontato. È una cosa che cerco di fare il più possibile nel mio lavoro curatoriale, ovvero relazionarmi in profondità con il luogo che ospita la mostra. Villa Medici è un’Accademia nazionale e si occupa di produzione e di diffusione di cultura, e non soltanto francese. Per questo ho deciso di chiedere agli artisti di lavorare insieme su questa idea, ossia l’idea stessa di Accademia. Ci sono tante diverse Accademie: l’Accademia d’Arte, l’Accademia Militare, l’Accademia preposta alla conservazione di una lingua o di un sapere… Sono tutti luoghi in cui le discipline vengono coltivate nella loro specificità. Allora mi sono chiesto: dove finisce la supposta neutralità di una disciplina e dove iniziano, al contrario, le sue relazioni con la politica, la storia, l’ideologia, la tradizione e le realtà più in generale? Nella mostra di Patrizio Di Massimo la pittura e la letteratura diventano gli spazi di questa stratificazione di significati, mentre nella mostra di Danh Vo è la famiglia a diventare la dimensione dove la complessità della storia trova espressione. Ho pensato che questo luogo – uno dei più belli in Italia – potesse essere lo spazio ideale per riflettere su quanto, negli anni più recenti, il dibattito artistico internazionale si sia concentrato su una serie di tematiche relative ai processi di educazione e di trasmissione del sapere, alla sopravvivenza delle ideologie del passato nel mondo presente e alla possibilità che l’arte visiva funzioni come uno spazio dove progresso e anacronismo si fondono. Il concetto di Accademia diventa allora un prisma all’interno del quale è possibile manifestare le possibilità e le contraddizioni del nostro tempo nella sua relazione con la tradizione.

ATP: Il lavoro di Danh Vo mette il stretta relazione la grande ‘Storia’ o ‘i grandi racconti’ con la sua storia ‘minima’. Come si evince questa relazione nella mostra a Villa Medici?

A.R.: La mostra è fatta di tanti gesti, alcuni anche minimi, che disegnano un paesaggio umano e mentale di relazioni molto intense. Non sto qui a raccontartele tutte perché credo che questa sia una mostra da scoprire e spero che i visitatori si prendano il tempo giusto per lasciarla depositare. È una mostra dove la scrittura del padre di Danh Vo e gli scarabocchi dei suoi nipotini diventano uno spazio visivo all’interno del quale la storia e il tempo agiscono nella vita degli individui a prescindere dalla loro comprensione e dalla loro partecipazione. Ci sono simboli legati al viaggio come passaporti e casse per trasportare l’acqua che si fondono con le parole di David Bowie sul tempo. Ci sono le piante di Villa Medici, gli arazzi del Sedicesimo secolo e un po’ di porporina che sporca i muri… In gran parte della mostra echeggiano temi come il distacco, l’abbandono della casa e il senso di estraneità, ma tutto è reso con un’estrema economia di mezzi, con molta semplicità, quasi con brutalità.

ATP: Perché l’artista ha scelto di coinvolgere la sua famiglia in questo progetto? In cosa consiste questa collaborazione nello specifico?

 A.R.:  Una parte significativa del lavoro di Danh Vo ha sempre avuto a che fare con le vite di familiari appartenenti alle generazioni precedenti a lui, mentre questa è la prima volta che l’artista include nel suo lavoro l’esistenza delle generazioni future, rappresentate dai suoi nipoti. Questo arricchisce ulteriormente la sua riflessione su come il tempo e la storia passino attraverso i corpi individuali. I suoi familiari hanno trascorso qui il Natale e questa è stata una scelta che in questo luogo e in una città come Roma ha una forte carica simbolica: la conversione del Vietnam al cattolicesimo, infatti, è avvenuta durante la dominazione colonialista francese, per cui trovarsi all’Accademia di Francia nella città che è il centro del cattolicesimo risuona di valenze e connotazioni precise. Alcuni dei lavori in mostra sono stati realizzati in collaborazione con il padre di Danh, mentre l’ambiente che ospita una parte della mostra è stato “invaso” dai suoi nipoti che lo hanno trasformato e non poco… scusami se non dico di più, ma spero che tu capisca il mio desiderio di lasciare allo spettatore la libertà di creare connessioni tra i lavori e i gesti che compongono questa mostra, che Danh stesso ha definito un bizzarro ritratto di famiglia.

ATP: Il titolo – Chung ga opla è la traduzione fonetica in caratteri occidentali dell’espressione vietnamita che indica ‘uova al tegamino’ – sembra introdurre la mostra con un’immagine semplice e quotidiana. Perché questa scelta?

A.R.: I titoli delle mostre di Danh Vo hanno spesso un carattere paradossale nella loro assenza di relazione con il contenuto della mostra e spesso vengono scelti per la loro valenza di immagini mentali, come nel caso di titoli come Here lies one, whose name is writ in water oppure Autoerotic Asphyxiation. In questo caso una parte è giocata dal fatto che la mostra è nata dalla frequentazione quotidiana di Villa Medici da parte della sua famiglia e, dall’altra, dal fatto che il Vietnam è stato l’unico paese asiatico che, durante il colonialismo francese, ha convertito il proprio lessico in alfabeto latino.

ATP: L’artista ha scelto di svelare la filosofia che sottende la sua mostra, citando un brano del libro “Storia e Utopia” di E.M. Cioran: uno dei filosofi più cupi e pessimisti del ‘900. L’artista è un fervido lettore del filosofo o la citazione è, per molti versi, un’introduzione calzante della mostra?  

A.R.: Credo che quella citazione sia uno dei tanti elementi poetici che compongono questo paesaggio mentale e che sia stata scelta perché parla di una forma di sradicamento che è anche un rifiuto, un non sentirsi appartenere a un luogo. Il brano è tratto da Letter to a Faraway Friend, il capitolo introduttivo di Histoire et utopie, pubblicato nel 1960 dallo scrittore rumeno Emile Cioran, che lasciò il suo paese per vivere la maggior parte della sua vita a Parigi. Cioran da quel momento ha sempre scritto soltanto in francese ma la citazione è stata usata da Danh in inglese, perché parte della mostra ha a che fare con l’idea di traduzione, che è un’altra forma di movimento, non nello spazio e nel tempo ma all’interno del linguaggio.

ATP: Che significato ha dato l’artista ad un luogo così significativo e caratteristico come Villa Medici?  E’ stata una sfida o un pacifico dialogo costruttivo?

A.R.: Più che di una sfida parlerei di un omaggio a questo luogo, ma è un omaggio che passa attraverso atmosfere contrastanti, dove c’è spazio sia per la tenerezza che per la violenza.

ATP: Accademico o anti-accademico?

A.R.: Credo che Danh sia uno di quegli artisti che riescono a superare questa dicotomia e, come tutti i grandi artisti, si pone in dialogo con la storia attraverso un linguaggio estremamente personale che non teme di rivendicare il posto che spetta ai padri.

L’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici presenta la mostra – a cura di Alessandro Rabottini –  CHUNG GA OPLA (ŒUF  AU PLAT / UOVA AL TEGAMINO) di Danh Vo

Dal 11 gennaio al  10 febbraio 2013   / Grandes Galeries  – Villa Medici (Roma)

Danh Vo CHUNG GA OPLA, Villa Medici 2012 – Photo Heinz Peter Knes

Danh Vo CHUNG GA OPLA, Villa Medici – Photo Heinz Peter Knes

The solo exhibition of Danh Vo – Chung ga opla* at Villa Medici from 11 January to 10 February 2013 – is the second in a series of exhibitions focusing on the theme of Academia curated byAlessandro Rabottini.

Born in 1975 in Saigon, Danh Vo has affirmed himself in only a few years as one of the most original voices in the International artistic panorama, thanks to the variety of idioms with which he treats the great themes of history – colonialism, economic and cultural imperialism, the relations between East and West and war – from a personal point of view.

His work combines autobiography with the narration of great events, thus disintegrating the great division between History and personal history, between the dimension of individual experience and the horizon of world events. 

At the age of four, Danh Vo and his family escaped from Vietnam to find refuge in Denmark, following the historical events involving his native country as well as his own family. War, the subdivision of ex-Indochina, the French conquest and conversion to Catholicism… these and other collective traumas are omnipresent in Danh Vo’s work: a constant fusion between past and present, violence and poetry, destruction and transformation.

In his installations of objets trouvés and manipulated objects, the artist develops a formal idiom with references to post-minimalist art and Arte Povera, ethnographic and archaeological museology, commercial display and theatrical space.

*  EGGS SUNNY SIDE UP, phonetic transcription from Vietnamese