Curandi Katz WORD FOR WORD,   Artericambi,   Verona 2014

Curandi Katz WORD FOR WORD, Artericambi, Verona 2014

In occasione dell’apertura del nuovo spazio Artericambi a Verona, il 12 aprile sarà presentata Word for Word, mostra personale del duo Curandi Katz  (in contemporanea, inaugura, nella project space,  Marco Secondin STRIKKITRIKKI PALOMALAMU?). “Figlia” della performance omonima creata per la residenza Live Works 2013 presso Centrale Fies, Word for Word è il mix di un’operazione di reverse publishing, il risultato di un’indagine sulla trasparenza processuale delle istituzioni e del lavoro e una “performance involontaria”, dove più soggetti, non soltanto gli artisti, sono attivamente coinvolti. La mostra veronese mette in scena il video documentale, fotografie e il risultato concreto del processo performativo.

ATP e Martina Odorici, hanno rivolto al duo italo-canadese alcune domande per capire meglio cosa si celi dietro questo interessante progetto.

ATP: Innanzitutto raccontatemi un po’ la genesi e la vita di questo progetto (prodotto per il  Live Works di Centrale Fies nel 2013).

CK: Attivando un’operazione di reverse publishing, nel corso della nostra residenza per Live Works presso Centrale Fies abbiamo usato le acque dell’adiacente fiume Sarca e una biblioteca di libri ingiuriosi per dar vita ad un tentativo di trasparenza processuale. Le pagine, levigate per alcuni giorni dallo scorrere del fiume, sono state poi macerate e pestate per produrre nuova carta bianca da usare durante la performance live. Quindi, il processo innescato durante la residenza ha preso corpo in una richiesta di responsabilità giuridica durante la serata del Premio. Formalizzando il tutto con un contratto tra le parti coinvolte, Centrale Fies, gli artisti e il performer, si è incaricato uno stenografo a presenziare e redigere il verbale della sessione finale di giuria. Tramite il linguaggio dei segni stenografici, la testimonianza delle decisioni prese quella notte è arrivata e viene restituita, illeggibile e interpretabile, sulla carta prodotta dalla macerazione dei libri ingiuriosi.

Nel caso del lavoro prodotto per Live Works, i libri erano parte delle condizioni per riflettere sulla specificità del linguaggio performativo, e per attualizzare una serie di riflessioni su tempo, presenza e sopravvivenza nella performance. Abbiamo usato la produzione materiale della carta come step in un progetto più ampio in cui diventa materiale funzionale alla prestazione da compiersi in una performance delegata. Lo specifico confrontarci con la materia dei libri e il loro corpo materiale si sviluppa secondo altre traiettorie nel progetto The Pacifist Library/La Biblioteca Pacifista (2012-ongoing) in cui i libri vivono come elementi performativi di funzioni e relazioni, ediventano pretesti per investigare le questioni di pubblicazione in proprio e dispersione di fonti, e per verificare modalità e processi di appropriazione – riproduzione – diffusione di materiali.

ATP: Quali sono i libri “ingiuriosi” che avete utilizzato per il progetto? E in che senso  “ingiuriosi”?

CK: Abbiamo deciso di giocare con le associazioni distruttive dei libri infami come un modo per mettere in azione una richiesta di trasparenza istituzionale. Abbiamo usato quelle similarità/somiglianze estetiche nel condannare e distruggere un libro per mettere in atto un gesto di reverse publishing. I libri non rientrano nel canone di libri antisemiti e fascisti, come ci si aspetterebbe da una tale azione. Infatti, questo viene affrontato nel video pre-documentale: il nostro amico libraio si preoccupa sulla scelta dei “condannati” e suggerisce di fare scelte sicure condannando fascismi e razzismi vari, mentre noi optiamo per una contraddizione inerente; qui c’è il nostro gioco poetico e il processo soggettivo di decisione messo in campo. Il punto di partenza di questa operazione è d’ispirazione borgesiana, e parte da una visione tratta da Storia Universale dell’Infamia.

Abbiamo cercato di mettere insieme una raccolta, non una rappresentazione di essa, piuttosto una libreria che contiene una serie di libri in cui l’autore ha in qualche modo contraddetto se stesso o le proprie posizioni politiche durante/con la stesura del libro, costruendo un’illusione, operando un tradimento, personale o verso un numero indefinito di lettori, compiendo un atto irresponsabile con un ambiguo esercizio di scrittura. Non proponiamo una dichiarazione politica generale ma piuttosto prendiamo una particolare biblioteca esistente in un tempo e spazio specifico e la pubblichiamo al contrario per farne nuova carta bianca che agirà nel contesto di una richiesta di trasparenza in sede giuridica. Produrre nuovo materiale da questi libri porta con sé nuova contraddizione, e questo è il gioco con la richiesta di responsabilità: provocare l’istituzione chiedendo di mettere a contratto uno stenografo è un primo atto, su cui s’inscrive la sfida che non solo la storia materiale del supporto sia contraddittoria ma che ci sia un bel potenziale anche in quella registrata stenograficamente sulla carta.

Curandi Katz WORD FOR WORD,   Artericambi,   Verona 2014

Curandi Katz WORD FOR WORD, Artericambi, Verona 2014

ATP: Perché avete lasciato questi libri a mollo nel fiume, prima di farli macerare per produrre nuova carta? Come mai questo contatto con la natura?

CK: Usando il periodo di residenza produttiva come tempo di una performatività protratta e diffusa, l’azione si è svolta sulle rive del fiume che alimentava la Centrale di Fies nel suo compito di generatore di energia idroelettrica prima della conversione in piattaforma per performing e visual arts. La narrazione poetica di un passato progressista ha scatenato un impulso trasformativo, in cui la natura era la condizione per essere presenti. La natura ha lavorato con noi e per noi, giocato da complice e confrontato i tempi di una produzione massificata (quella del libro oggi) con quelli di un processo laborioso di trasformazione e ri-pubblicazione manuale. Abbandonata la meccanica dei processi industriali, ci siamo affidati allo sfruttamento di energie di cui non eravamo in totale controllo, e si sono aggiunti alla storia elementi d’incognita, come la dispersione di volumi nella corrente o la sottrazione di titoli interessanti da parte di viandanti-lettori. L’interpretazione della residenza come atto performativo prolungato è stata il nostro manifesto: si è trattato di tempo dedicato alla messa in atto di un lavoro dai caratteri extra-ordinari, tempo vissuto e imposto su un luogo quotidiano che forse non lo richiedeva, perso nel rumore assordante di un flusso (quello del fiume) che un tempo serviva la comunità locale.

ATP: Nella vostra poetica si indagano spesso i rapporti familiari e interpersonali. Nel caso di Word for word l’analisi è forse più quella del rapporto di lavoro e di autorità e controllo. Qual’è, nei vostri termini, il vostro interesse per questo tipo di relazione?

CK: Nel caso specifico del progetto Word for Word, la richiesta di trasparenza è stata quella verso un contesto istituzionale – quello di un premio dedicato alla performance, o meglio ad atti performativi nell’ambito delle arti visive – che si voleva provocare in termini critici e linguistici nelle dinamiche e strutture interne che lo regolano, verificando i comportamenti, l’auto-regolamento, le reazioni dell’organismo-ecosistema. La presenza dello stenografo durante la sessione privata di giuria a fine serata ha decretato l’assenza di un momento performativo pubblico e la nostra scomparsa nel progetto è stata anche la nostra delega ad un performer di mettere in campo la propria competenza professionale. Letteralmente, nel suo essere forse il più abituale testimone di processi giuridici, lo stenografo ha sottolineato con la propria presenza e l’esecuzione dei compiti affidatigli (l’ascolto e la stesura del verbale parola per parola) i caratteri di segretezza, formalità, legalità di un vero processo di giudizio, portando i giurati del premio ad una maggiore consapevolezza di essere essi stessi in performance. Con la nostra dipartita dal momento spettacolare e unico della notte del premio, in cui le performances dei finalisti si susseguivano in un programma di appuntamenti, volevamo porre l’attenzione su un tipo di performatività che si disperde nelle maglie del tempo reale e rivive in un possibile racconto a posteriori e negli elementi che ne sopravvivono. E parlare di un’alternativa all’idea di residenza in campo performativo come calendario di prove, preparazione fisica o proiezione psichica verso un momento futuro di presentazione pubblica.

Il nostro lavoro spesso attualizza dinamiche d’interazione che muovono da una dimensione intima e personale per tendere verso la dimensione pubblica e verso un’apertura di mutualità, responsabilità e trasparenza tra entità e corpi tanto individuali quanto istituzionali. Si tratta di un prendersi cura derivante dalla nostra condizione familiare che diventa strategia e intreccia forme artistiche ad azioni legate per esempio alla realtà dell’attivismo su cui ci siamo recente concentrati. La radice concettuale si trova nel valore del gesto di cura inteso come sforzo di collettivizzare l’aspetto privato di un gesto individuale responsabile. Abbiamo sperimentato nel progetto della Pacifist Library/Biblioteca Pacifista, che la sfida di entrare in un dialogo attivo con un’istituzione e di trattarla come entità soggettiva può risultare in effetti reali. Nel Queens di New York, abbiamo imposto al sistema bibliotecario dell’area metropolitana una donazione di materiale marginalizzato circumnavigandone la burocrazia; in Amsterdam abbiamo reso accessibile il corpo di carte di un archivio abbandonato con una prestazione libera, quotidiana e duratura di “assistenza domiciliare” (Activities for Daily Living: A Labour of Love, 2013). Agendo in direzione trasversale tra arte e attivismo, riusciamo a rendere leggibili e riconoscibili atti altrimenti rimanenti nell’ambito della guerrilla.

ATP: Come cambiano il progetto e l’allestimento per adattarsi alla “trasposizione” in galleria?

CK:In Fies abbiamo imposto un processo trasformativo sulla realtà quotidiana di una situazione, usando una modalità processuale per misurare il tempo interno di un progetto, la sua narrazione attuale e quella che ne consegue e perdura. Gli elementi site-specific del lavoro si sono completati in un tempo passato (il video che precede la perfomance in quanto testo pre-documentale e introduce aspetti e dettagli del progetto e intrecciando ellitticamente narrazione visiva e testuale: il viaggio al fiume, la negoziazione del progetto, i punti del contratto sottoscritto dalle parti e le illusioni create dagli autori dei libri ingiuriosi), e in un tempo presente, quello della delegated live performance, che ha esaurito la propria attualità quella notte. Ora rimaniamo con il tempo futuro, con gli elementi di sopravvivenza al progetto a perenne disposizione per essere interpretati e contestualizzati. La sempre possibile interpretazione e lettura delle pergamene stenografate è la condizione che ci permette di costruire narrazioni per il progetto. Presso Artericambi, alla riproposta del video accompagnato dal contratto legale tra noi, Centrale Fies e lo stenografo, e di alcuni production still tratti dall’esperienza al fiume, affiancheremo la prima esposizione al pubblico di questo documento che amiamo chiamare Atti o materia processuale.

Curandi Katz WORD FOR WORD,   Artericambi,   Verona 2014

Curandi Katz WORD FOR WORD, Artericambi, Verona 2014

Curandi Katz WORD FOR WORD,   Artericambi,   Verona 2014

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