Ente da fare,   Cripta747,   2013

Ente da fare, Cripta747, 2013

Cripta747 si è spostata dalla galleria Umberto I di Porta Palazzo al basement della Galleria Franco Noero nel quartiere Barriera/Cimitero Monumentale e ha inaugurato la sua stagione espositiva con la mostra “Ente da fare” (fino al 18 gennaio 2014) , una doppia personale degli artisti palermitani Giuseppe Buzzotta e Vincenzo Schillaci. La mostra fa parte del progetto “Navigazione a vista”, un percorso di osservazione del paesaggio e di approfondimento sul Mediterraneo attraverso un lavoro di ricerca sul campo e di dialogo tra artisti, ricercatori e scrittori.

Domani 5 dicembre, Cripta747 inaugura il progetto   AROMA nello spazio in via del Consolato 10 a Roma. Il progetto è presentato come il terzo appuntamento di ‘Navigazione a vista” ed è stato organizzato in collaborazione con Carlo Pratis e la galleria Operativa Arte Contemporanea.

AROMA * Cripta747

AROMA * Cripta747

ATPdiary – in collaborazione con Matteo Mottin – ha posto alcune domande a Renato Leotta, Elisa Troiano, Alex Tripodi e agli artisti in mostra.

ATP: Renato, puoi raccontarmi le novità di quest’anno di Cripta747?

Renato Leotta: Abbiamo inaugurato la nuova sede operativa con una doppia personale di Vincenzo Schillaci e Giuseppe Buzzotta, mentre nel capannone qui a fianco abbiamo realizzato una performance audio MAD MED con OOBE, Aniello Maffettone ed i Primitive Art. In questo nuovo spazio realizzeremo un progetto stagionale che ha come specifica l’osservazione del paesaggio e del Mediterraneo, lo abbiamo chiamato “Navigazione a Vista”. L’intenzione, parlando di Mediterraneo e di paesaggio, è quella di poter parlare di contesto italiano, di rilettura del classico, di rinnovo dei valori e dei linguaggi, attraverso un’analisi critica rivolta ai trend europocentrici presenti nella produzione culturale del nostro momento storico. Da queste riflessioni e dal dialogo con Vincenzo e Giuseppe nasce il primo appuntamento espositivo, “Ente da Fare”.

Elisa Troiano: In verità il progetto è iniziato formalmente la notte del 5 novembre a Genova, con il lavoro realizzato sulla Torre Piacentini da Renato. Un film loop trasmesso dal maxi-schermo della Torre razionalista, il primo ed il più alto grattacielo d’Italia, sede della terrazza Martini e attualmente di un’emittente televisiva. Una raccolta di onde sotto maestrale come momento di osservazione dedicato alla città ed anche come rituale per proporre un centramento visivo. Partiti da Torino, dopo un piatto di pappardelle ai porcini, io, Renato, Alex e Santo (Tolone) ci siamo diretti verso Genova per l’appuntamento con la torre, alla mezzanotte precisa. Abbiamo imboccato la sopraelevata, passando il matitone, il porto vecchio, per arrivare in piazza De Ferrari, punto d’osservazione d’eccellenza per il maxi schermo. Ricalcando gli schemi della scultura classica, “Centramento” trasforma la città di Genova in una grande sala, il grattacelo in un plinto che inneggia ad un momento d’incontro perfetto tra paesaggio e architettura. Allo stesso tempo “Centramento” vuole formulare un punto di partenza chiaro per il progetto curatoriale che stiamo seguendo. Una visione, in un certo senso, per il programma che svolgeremo con Cripta747 nella stagione 2013/2014.

ATP: Come mai partire proprio da Genova?

Renato Leotta: Il lavoro che stiamo seguendo ha dei caratteri che rispecchiano molto questa città, come altre città portuali italiane, che rappresentano per le loro caratteristiche gli ultimi baluardi contro quello che Giuseppe e Vincenzo chiamano “lo sgretolamento”. Questa estate abbiamo iniziato a tracciare un percorso partendo da Palermo, abbiamo parlato di immagini e di come l’uomo si relaziona con esse, abbiamo in un colpo solo cercato l’uomo, ‘mangiato tutto’ e scoperto la sala conferenze delle poste centrali di Mazzoni.

ATP: Adesso vorrei fare qualche domanda agli artisti riguardo la mostra. Nella vostra pratica operate una rilettura delle tecniche classiche e artigianali per sottolineare la presenza dell’uomo, della vita che sta dietro alla produzione di oggetti. Allo stesso tempo però affermate di non produrre oggetti, bensì immagini. Questo è perché nel periodo storico in cui viviamo le immagini sono più vive degli oggetti che rappresentano? Si collegano alla vita meglio degli oggetti stessi?

Vincenzo Schillaci: Quando parliamo di immagini, ci riferiamo a qualcosa che fuoriesce dall’ambito linguistico e quindi dalla ragione, fuori dal mondo codificato e di comprensione logica. Insieme crediamo che le immagini abbiano una radice simbolica nel senso che in esse convivano  più  significati che di per se non starebbero necessariamente insieme.  Quando ad esempio parliamo con gli altri non riferiamo le associazioni che sorgono o che  andiamo facendo man mano che pensiamo da soli, ma cerchiamo di pronunciare un discorso a tutti comune. Penso che le immagini vivano un congedo da questo spazio e ne abitino uno poetico. Penso sinceramente che produrre immagini voglia dire produrre significazione, in più l’immagine ha un legame profondo con lo sguardo e con la visione, rapporto che nella dimensione temporale in cui ci troviamo sento mancare. Ad esempio il mare. Personalmente mi è molto difficile ridurre la parola “mare” ad una sola codifica, il suo spazio per quanto mi riguarda e quello dello sguardo ed il mio sguardo non può precludere la possibilità di ulteriori visioni o l’apparire di nuovi elementi, non saprei neppure bene come descriverlo se non come un’immagine. La velocità con cui  le informazioni vengono fruite ci sta disimparando a guardare, penso che questo dipenda  dal fatto che  nel periodo in cui ci troviamo, la tecnica sta diventando un’ambiente dove l’uomo subisce una modificazione in questo scenario tutto cambia e le immagini perdono la loro bellezza poetica.  Questo è uno dei motivi per cui ci sembra importante sottolineare la presenza dell’uomo e della sua capacità di pensare, di guardare e di adottare pratiche dedite alla comprensione della realtà come della creazione, anche in quanto antagoniste del tempo in cui vivano.

Giuseppe Buzzotta: Quando insieme pensiamo all’importanza di riportare tutte le pratiche di creazione di oggetti, strumenti, tecniche e linguaggi, alla presenza della vita dell’uomo, non è per un forzato ritorno a suggestioni umaniste o nostalgiche del passato; tantomeno antropocentriche. E’ una cosa nuova, una necessità autentica che insieme non sappiamo ancora formalizzare, però è molto stimolante esprimerla attraverso le opere. Posso dire che voglio strappare al sistema economico che ci governa, alcuni momenti di paura. Quello che può sembrare adesso un atteggiamento leggero nei confronti dei gravi problemi del mondo, il non prenderli direttamente in esame nel lavoro, non darli in modo diretto, è un naturale atteggiamento.

Come se non avere paura, non temere il proprio tempo, ci metta nelle condizioni di poter essere davvero utili a qualcosa; bisogna dare immagini che generano idee; detto questo quando nel 1978 Giovanni Paolo II disse al mondo: ” Non abbiate paura!” non fu di buon auspicio, anzi il suo messaggio fu catastrofico, il mondo di oggi ha molta più paura di allora, lui parlava in rappresentanza di un Dio più che mai morto, noi parliamo in rappresentanza di noi stessi che siamo qui, presenti; e fra i nostri bisogni c’è quello di vivere con meno angoscia guardando a quelle tracce che funzionavano in questo senso, di chi ci ha preceduto.

ATP: Giuseppe, ho letto questa tua frase in un’intervista: ‘Se passo un pomeriggio a studiare l’inglese, indiscutibilmente essenziale, mi sento produttivo e utile. Se studio il greco mi sento a casa, e pur rimanendo nella tipica improduttività che caratterizza il Mediterraneo di adesso, vedo che le cose hanno ancora un senso profondissimo’. Trovo che questa constatazione individui bene la tensione presente nei vostri lavori. O almeno la stessa tensione che sta dietro la produzione di un oggetto piuttosto che di un’immagine.

Giuseppe Buzzotta: E’ proprio questa tensione, come giustamente la definisci, che innesca la scelta di “cosa” fare, l’immagine può includere tutto questo. Quello che può sembrare una contrazione all’indietro, (indagare le proprie radici), è ugualmente un atto di creazione. Solo che la forza  non si emana fuori di se ma all’interno, come andare in vacanza in esilio, e tornando rivedi le cose che ti circondano in una luce ancora rinnovata, mentre stare fissi nel presente e sgomitare per essere presenti nel trend, come diceva giustamente Renato, è semplicemente a lungo andare noioso, ammesso che si possa forzare la propria natura.

ATP: In mostra sono presenti degli oggetti, e in effetti sono abbastanza difficili da assimilare. Il processo di comprensione che li rende immagini implica una documentazione, un interesse sincero, uno sforzo. La natura di questo passaggio è l’aspetto che volete sottolineare?

Vincenzo Schillaci: Si, è proprio così! Forse uno sforzo è necessario, o più che altro fermarsi a guardare, anche perché un’immagine non è un testo, le opere sono pensate cercando di lasciarle aperte alla visione. Nella società in cui viviamo esistono gesti o pratiche diventate invisibili, prodotti o elementi  esiliati da varie circostanze, sfuggiti o dimenticati perchè apparentemente marginali, questo è uno dei motivi per cui sto riconsiderando il sistema di valori con cui ci relazioniamo alle cose, agli oggetti e  alle immagini naturalmente. Se ci soffermiamo un’attimo anche il nostro corpo infondo potrebbe apparire superfluo, inutile nella sua estensione, nella molteplicità e nella complessità dei suoi organi, dei suoi tessuti, delle sue funzioni, magari tra qualche anno tutto ciò sarà concentrato solo nella formula genetica che riassumerà la definizione operativa dell’essere. Considerando questo l’idea di rimettere in circolo questi elementi esiliati mi interessa molto ed è stato anche il punto di partenza per “Shells”; i resti di alcuni calchi di sculture classiche che ho prelevato da una gipsoteca. Sono intervenuto impreziosendo il dorso dei calchi con delle colate di cera, mi interessava evidenziare l’involucro perché è proprio quello che tiene insieme i segni che contengono i calchi, questo matrimonio tra involucro è contenuto reintegra questi resti nel mondo delle immagini, ci confessa il loro segreto; quasi a significare che qualsiasi cosa può cessare dall’essere costretta nella propria definizione quando esiste una circolazione simbolica.

Giuseppe Buzzotta: Forse in questo momento i passaggi complessi, di lavori che richiedono vari livelli di comprensione, molteplici aperture, esaudiscono meglio la necessità di scavare nei significati, che il pensiero umano porta con se. Forse non sono necessari giardini verticali senza panchine o mangiare ogni sera pesce crudo avvolto nelle alghe per fare delle incursioni nel nuovo.

ATP: Come si collega tutto questo con il titolo della mostra?

Giuseppe Buzzotta/Vincenzo Schillaci: “Ente da fare”: fare un’immagine considerandone l’essenza.

ATP: Durante la performance audio MAD MED avete impiegato delle auto elaborate. Potreste dirmi qualcosa in proposito?

Alex: Sono auto tuning del Club Maestro. I suoni uscivano direttamente dagli impianti delle automobili, che quindi erano al tempo stesso display ed impianto acustico dei tre live set. E’ un’idea che avevamo in mente da tempo e che vorremmo sicuramente riproporre e rielaborare. MAD MED, nato dall’esperienza di Club Tucano, promuove la scena elettronica Italiana in un percorso continuativo attraverso una serie di appuntamenti itineranti. Insieme a Yari (OOBE) abbiamo realizzato i primi eventi, coinvolgendo e collaborando con produttori e dj come TDC, AW/ER, 1984, Alexey Versino, Matteo Martino ed altri. Non si tratta solo di musica, balli e vodka tonic, ma cerchiamo di fornire al pubblico più elementi su vari livelli. Immagini, interviste, approfondimenti ed incontri precedono le performance, creando nuovi spunti per l’ascolto. Spesso il pubblico è coinvolto e interagisce con il tutto prima ancora dell’evento stesso. E questo è figo.

Vincenzo Schillaci Shells,   Cripta747

Vincenzo Schillaci Shells, Cripta747

Giuseppe Buzzotta,   Ente da Fare,   Cripta747 2013

Giuseppe Buzzotta, Ente da Fare, Cripta747 2013

 

Vincenzo Schillaci Shells,   Cripta747

Vincenzo Schillaci Shells, Cripta747

Genova,   Renato Leotta,   Torre Piacentini

Genova, Renato Leotta, Torre Piacentini

MAD MED,   Torino 2013

MAD MED, Torino 2013